Yves Bonnefoy

I

Si deve a Jacqueline Risset una traduzione della Divina Commedia che ha fatto epoca, e che con ogni probabilità resterà un punto di riferimento fondamentale. Anzitutto perché è diversa da tutte le altre. Molti traduttori si sforzano di preservare le regole prosodiche dei poemi su cui lavorano, per esempio le strofe regolari; il che li obbliga, per adattarle ai significati che hanno il compito di preservare, ad acrobazie penose, tali da far subito capire che essi non hanno il senso della poesia, o lo stanno per perdere.

La forma è il principio creatore nella scrittura poetica, è l’impulso interno sotto il cui effetto l’impiego delle parole si svincola dal discorso ordinario, questo velo che ci priva della figura piena di ciò che è; un velo che, sotto il piumaggio della rinuncia a vedere e a comprendere veramente, si rivela una semplice messa in ordine delle parole, una gogna che le fa soffrire. Laddove veniva messo in discussione il significato ordinario, ci si accontenta di inscatolare i significati supposti. E per giunta questa scatola non si chiude: così che i significati fuoriescono da questa scrittura compresa male, vissuta male, praticata soltanto dall’esterno.

Un altro difetto di molte altre traduzioni, peraltro talora le medesime, sono gli arcaismi: quelle parole invecchiate della lingua francese che si pensa di usare allo scopo di restare fedeli ai testi antichi. Uso che per esempio indebolisce la traduzione che Pézard, poeta a suo modo, ha fatto della stessa Divina Commedia: spingendosi sino a inventare delle parole al fine di creare un effetto medievale. Mentre Dante, lui sì, era naturalmente universale, proprio perché si teneva sempre al riparo della lingua della sua epoca, incurante delle credenze e dei pensieri entro i quali doveva farsi spazio.

È evidente che si debba tradurre nella lingua stessa che si parla : liberi di visitarla nelle sue oscure ma belle profondità, le quali, per non essere riconosciute negli usi quotidiani, non sono meno pronte a rispondere al richiamo della poesia. Quanto alla forma, come la terza rima in Dante, è di primaria importanza che il traduttore possa pensare di avere in prima persona la capacità di produrne una, nella sua lingua, capace della stessa funzione; in tal modo accedendo, con ritmi e assonanze propri, a scopi analoghi con mezzi differenti. Il che vuol dire che nel nostro tempo, in cui le regole hanno dato prova di non riflettere ormai che vane ortodossie di pensiero, si tradurrà in verso libero.

Una libertà per essere fedeli; fedeli all’essenziale, per il bene dell’opera perché soprattutto essa sia, grazie alla libertà del traduttore, meglio compresa. È quello che ha voluto fare Jacqueline Risset; e non ha avuto torto in quanto in ogni caso le proporzioni dell’edifico dantesco sono là, talmente armoniose e vaste coi loro ritmi possenti da sostenere le proprie strofe anche se tradotte. La sua lingua semplice, senza fioriture, senza preoccupazioni di ordine letterario, assicura a Dante una leggibilità perfettamente nello spirito di un testo in cui le parole sono fondamenti della lingua sempre limpidi, malgrado il mistero cui si avvicinano così da presso. Insomma: la traduzione del più grande poema del Medioevo, che Jacqueline Risset ci ha dato, è all’altezza del proprio oggetto – e se ne può ritenere soddisfatta.

Ma non dubito che la traduttrice non si sia resa conto di quanto sacrificava nella trasposizione di un’opera che, se in effetti è scritta con questa grandiosa semplicità, pure riesce a usare, per quanto numerose siano, tutte le risorse dell’italiano. Le lingue non sono dizionari, entro i quali i poeti si limitino a cercare le parole per formulare delle idee, in modo che per il traduttore non ci sarebbe altro da fare che riformulare i concetti originali con parole allo stesso livello di significato. Si tratta invece di reti polisemiche spesso indecidibili, di ambiguità talora tradizionalmente conservate, entro le quali le questioni di senso sono spazi dotati di forme e volumi – come accade in architettura, anche qui con giochi di luce e di risonanze che echeggiano sotto le volte. Quante immagini, scolpite o dipinte sulle pareti o poste in cima alle colonne, fanno incontrare religione e arte! In Dante, non diversamente che in una basilica romanica o gotica, percorrendone le campate o le navate e visitandone le cripte, non si può smettere di affondare lo sguardo nella penombra degli archi, o rivolgerlo alla luminosità delle vetrate: in questa infinità opera il pensiero del poeta, è qui che il suo pensiero si mostra nella sua verità.

Tanto più che i poeti, e non lo si deve dimenticare, non si contentano di abitare la loro lingua, di aver piacere a errarvi, a respirarvi; ma conducono anche, contro di essa, una guerra lunga e accanita: dal momento che in poesia l’oggetto sensibile pretende un’immediatezza tale da farci abbandonare i concetti, le nozioni, le definizioni, i giudizi che lo coprono di rappresentazioni e miti. I poeti amano le parole, non i concetti insiti in esse. Entrano nella basilica con un martello: iconoclasti, ancorché al tempo stesso idolatri, per le debolezze che si rimproverano.

risset

Arnaldo Pomodoro, Pagina solare, per Jacqueline Risset, 2012 (calcografia)

Essi vivono la loro lingua, insomma, tanto con furore che con delizia ; e si collocano al di sotto della linearità apparente di ciò che scrivono. Come tradurre tutto ciò, come tradurre l’intimità di questo rapporto con sé che è la sostanza della poesia stessa? La poesia è intraducibile e Jacqueline Risset, che vive in Italia e in italiano, in quanto storica non smette di percorrere le navate della lingua medievale, di contemplare gli affreschi sulle sue pareti, di respirare i profumi del suo incenso e del suo muschio, di ascoltarne le musiche; non può che essere consapevole di tutto questo, nel momento in cui attraversa ardita le tre cantiche. Lo sa proprio come quei traduttori che evocavo poco fa: quelli che possiedono il senso della poesia.

Al riguardo si pone una questione, tanto più ora che Jacqueline Risset ha sostenuto con tanta apparente facilità uno sforzo così prolungato e consapevole degli inevitabili sacrifici che le avrebbe richiesto. In una parola: cosa può risarcire le frustrazioni che ha dovuto subire? Oltre alla gioia di salvare, nonostante tutto, l’essenziale di un’opera, esiste nel lavoro del traduttore – intendo in chi abbia intensità, lucidità, determinazione – una qualche contropartita, rispetto al suo inevitabile senso di perdita?

II

Ebbene sì, tali contropartite esistono, e l’opera di Jacqueline Risset – la sua opera non solo di traduttore ma, almeno altrettanto importante, quella di poeta e testimone della poesia – ci dà l’occasione di conoscerle.

Che cosa sia la poesia l’ho appena ricordato; è la trasgressione del concettuale nella parola, il cui suono e il cui ritmo rivoltano la terra della significazione, vi scavano un solco di luce: di qui provengono la difficoltà e le frustrazioni del tradurre. Ma constatare questa impossibilità di passare davvero da una lingua a un’altra non è solo qualcosa di negativo, per quanti ne subiscono più direttamente gli effetti. Sapendo già che quello concettuale è il campo di battaglia della poesia, essi hanno la fortuna di percepire meglio, attraverso le differenze che su questo piano non possono che riscontrarsi fra ogni lingua – nessun concetto dell’una corrisponde con esattezza a uno nell’altra –, che i concetti non sono altro che delle astrazioni proiettate dall’intelletto sul mondo. Astrazioni : cioè qualcosa di relativo, una lettura del mondo fra le altre. Ecco quanto ci dà fiducia nei poteri della poesia e ci incoraggia a essere poeti a nostra volta, tanto audaci che impazienti, usando a modo nostro le parole della lingua in cui cerchiamo di tradurre.

Con Alain Cuny (Officina Risset)

Con Alain Cuny (Officina Risset)

Il traduttore dev’essere uno spirito libero, dicevo: ma la traduzione stessa è una scuola di libertà. Sarebbe già ciò che definiamo un poeta – cioè colui che si preoccupa dell’indisfatto nella cosa, del profondo in relazione alle altre persone – o sarebbe almeno spinto a diventarlo, chi nel proprio lavoro scopre che esso lo vincola sempre più a questo grande progetto. Un paradosso? Il paradosso del traduttore? Quanto rende impossibile la traduzione della poesia è la stessa cosa che suscita o rinforza nel suo traduttore, posto che l’avverta, una vocazione poetica.

Ecco dunque la contropartita. Il traduttore comprenderà che può avventurarsi nel profondo di sé; oppure, se l’ha già fatto, che si trova nella condizione di farlo ancora di più. La poesia si è forse perduta nelle aporie del tradurre… ma no, non ha fatto che spostarsi: dal testo dell’opera entro cui viveva in un’opera nuova in cui questa vita ricomincia e addirittura, lo sottolineiamo, si approfondisce ulteriormente: arricchita dalla vocazione che ha fatto propria e che è la libertà di sguardo necessaria a portarsi al livello dei grandi poeti, per penetrarne il pensiero che è sotto il pensiero. Per comprenderli al volo, come si dice per designare quella sorta di scatto capace di dar vita a ciò che in così poco tempo non riusciamo a definire.

E da una lingua a un’altra la massa di poesia, se così posso dire, diminuirà, almeno nelle mani dei grandi traduttori: poiché ciò che essi non avranno potuto conservare dell’opera tradotta si riformerà, nell’opera loro, allo stesso livello di coscienza del poetico: e questa volta in favore dell’idioma del proprio tempo. Di qui l’interesse rivolto oggi alla traduzione: un interesse che non smette di crescere, proporzionalmente a una sempre maggiore presa di coscienza dell’atto poetico. La frustrazione, esperienza di alcuni, è in loro mitigata dalla maggiore attenzione che portano, e vedono portare, alla questione del tradurre nel campo della poesia.

III

Gran bell’esempio di questa trasmutazione di una ricerca in un’altra, senza sacrificio della prima, è proprio la traduttrice di Dante che, ancor prima di pensare a questo poeta, era lei stessa poeta. Il che spiega come sin dall’inizio del suo lavoro sulla Commedia abbia sentito, nel suo sguardo su questo testo, la propria stessa esperienza di sé. Immergere la propria energia nell’impossibile – è esattamente quel che serve al progetto della poesia. In ogni caso dobbiamo a Jacqueline Risset – sin da Jeu, libro inaugurale del 1971, dopo il quale arrivarono, fra gli altri, Sept passages de la vie d’une femme e L’amour de loin – una delle opere capaci di segnare la sua generazione, composta da poesie la cui scrittura discontinua, ellittica, si raccoglie in curve segrete sotto un orizzonte di evidenze intemporali. Quest’opera è caratterizzata inoltre da una dualità, tra voce personale e finzione, la quale fa appunto pensare che Jacqueline Risset sia arrivata a Dante, con ogni probabilità, in virtù di un’affinità avvertita molto prima del progetto di tradurlo. Ma non parliamo più di Dante, di fronte a questa autrice che trasuda da ogni poro la sua relazione con lui. Sebbene non sia questo il momento, sulla soglia di un libro di saggi critici, di insistere sulle poesie di Jacqueline Risset.

No, è il momento di venire a questo libro, Traduction et mémoire poétique, che lei ha appena scritto. Si incontrerà qui la seconda contropartita che allevia la frustrazione dei traduttori: quella che viene dalla forza del loro intelletto.

Chi sia già poeta e si faccia traduttore – l’ho appena detto – non potrà che essere poeta in misura ancora maggiore. Ma qualche altro effetto deriva probabilmente dalla sua decisione di tradurre. Quando nella pratica effettiva di una scrittura, e nel luogo dell’opera di qualcun altro, a volte molto grande, abbia licenza di assistere all’incontro di due idiomi, il traduttore è infatti indotto a una riflessione sulla poesia e sulla poetica. Vivere parola dopo parola, in un altro da sé, la trasgressione dei significati per mano del significante, innanzi tutto sonoro, constatare l’emergenza del referente sotto i significati dispersi, ma d’altra parte e al tempo stesso riorganizzati dal sapere del mondo e dell’esistenza arricchito da questo sguardo nuovo… quale laboratorio per la poesia della poesia, quale occasione di percepire meglio le sue categorie, di comprendere meglio le vie della creazione, di farsi anche più prossimi a opere che da sempre amiamo, insomma quale altra contropartita del paradosso del traduttore! Per quanto al di fuori della sua volontà e del suo potere, il traduttore si trova nella posizione in assoluto migliore per farsi pensatore della poesia, testimone del volere della poesia fra i diversi progetti dello spirito, e deve anche divenire un critico: capace di discernere quanto è in gioco nel cuore dei testi, quello che fa il rapporto con sé stesso di un poeta – su un piano ben più interiore rispetto a quello meramente biografico.

IV

Non è un caso che questo libro insista sul problema forse più centrale della poesia, quello della memoria: come questa si faccia più profonda e chiara quando la preoccupazione poetica diventa l’esperienza predominante di un’esistenza. Non è un caso perché in fondo in cosa ci imbattiamo, ogni volta che traduciamo una poesia e cerchiamo di seguire tutti i sentieri della sua scrittura? Alla fine di questi sentieri, in lontananza, si profila la realtà che amo definire indisfatta: ciò che, nella sua immediatezza, nessuna rappresentazione analitica ha potuto rimpiazzare nello spirito. Al di qua di quest’assoluto, che resta inaccessibile, si possono sentire i passi del poeta che lo cerca. Questi passi sono un’anamnesi: una priorità data, nell’ascolto delle parole, a ciò che la memoria dice di esse. In quale momento della vita si prova infatti il sentimento della presenza di una cosa o di una persona, se non nella prima infanzia quando sta per finire? C’è un momento, proprio allora, poco prima che le reti della concettualizzazione si impossessino definitivamente dello sguardo, in cui cose e persone ci si sono mostrate ancora come un tutto, non contaminato dal modo adulto di decifrare e vivere il mondo. Ma su questi istanti cade repentino il velo del ripensamento, e se a volte ce ne ricordiamo per molto tempo, perfino per tutta la vita, altrettanto spesso tendiamo a cancellarli, obbedendo alla censura che il nostro nuovo modo di essere impone al mondo: la poesia, allora, non sarà che la lotta contro questa censura.

Nella poesia ritorna la memoria della presenza, contro l’incessante serie di rappresentazioni prerogativa dell’adulto. Sotto migliaia di immagini di eventi e cose reificate, essenzializzate dal pensiero concettuale, riappaiono i ricordi di situazioni in cui il bambino, con qualcosa o con qualcuno del suo universo, è entrato in un rapporto profondo – nel senso più letterale della parola. Qualcosa d’immediato riempiva queste esperienze, e l’immediato è già qualcosa dell’Uno, tanto nell’oggetto dell’attenzione quanto nel soggetto che gliene presta. La memoria è il luogo della risalita poetica, è quanto permette allo sguardo della poesia di portarsi sul mondo ritrovandovi, qui e ora, ciò che un tempo conteneva e ora non c’è più – come ha detto Wordsworth nel suo grande poema.

Con Yves Bonnefoy (Officina Risset)

Con Yves Bonnefoy (Officina Risset)

Comprendere a sufficienza i poeti vorrà allora dire portare un po’ di luce sulla loro opera e sulla loro esistenza – sull’opera al cuore della loro esistenza – mettendo in questione le evidenze rivelatorie della memoria, la soppressione della censura operata nel brancolare dello scritto. Di qui quel valore di osservatorio del segreto più riposto della poesia che spetta alla pratica del traduttore: questo sguardo più intimo capace di condurci a precisare, parola per parola, il testo che leggiamo. Di questo privilegio della traduzione riflessiva ha certo beneficiato Jacqueline Risset, la quale nel tradurre Dante s’è trovata nella migliore posizione possibile per comprendere come in questo grande testo si sia verificato un rivolgimento verso l’originaria pienezza che l’autore della Divina Commedia pensava da teologo, ma ha vissuto anzitutto da poeta.

Ben posizionata e ben armata, Jacqueline Risset poeta e traduttrice, per una riflessione sulla poesia e sulla memoria. E noterò adesso che nel suo nuovo libro lei non si limita a quanto avrebbe ben potuto fare d’essenziale, e cioè analizzare come i poeti che traducono – in Francia un Baudelaire, un Mallarmé, un Pierre-Jean Jouve – subiscano nella loro ricerca l’effetto dell’attenzione prestata all’opera altrui (per esempio come Poe lavori sottotraccia nei suoi traduttori francesi). I poeti presi in considerazione da Jacqueline Risset non sono stati in effetti dei traduttori, o lo sono stati solo marginalmente. In compenso essi hanno saputo ben rispondere all’interesse per il problema della memoria che si desta e si approfondisce nel traduttore di poesia.

La nostra amica avrebbe potuto interessarsi a Gérard de Nerval, e forse un giorno lo farà. Oppure a Baudelaire, che non fu mai abbandonato dal ricordo degli «anni profondi». Ma è evidente che i due grandi moderni che ha scelto di considerare non possono trovare migliore ascolto che sotto il segno della memoria che hanno conservato, o saputo ritrovare, degli eventi nel cui scrigno per loro brillava ancora, sin dalla prima infanzia, il mistero semplice di ciò che è. Rimbaud e Proust! Il poeta che evocava le «giornate infanti» e l’autore del Tempo ritrovato! Il fatto stesso di avvicinarli rappresenta una decisiva messa in prospettiva della vocazione poetica. L’intera Recherche, in particolare, se ne illumina: smistamento quasi rimbaldiano di ricordi d’istanti di pura presenza fra quelli, innumerevoli, di esperienze d’altra natura. Le quali pure erano state a loro volta toccate, e spesso assai in profondità, da queste rare epifanie: così che la radiografia di un’intera società e dei suoi costumi passa per i raggi emessi dai campanili, laggiù in fondo al cielo di Martinville.

Nel crogiolo della sua scrittura À la recherche du temps perdu raccoglie l’oro di istanti un tempo pienamente vissuti: vissuti da qualcuno che adesso, alla fine, è così consapevole della propria finitudine da rendersi capace di gustare questo assoluto. Sicché questo grande libro è dunque, per l’appunto, un poema in prosa. Il che mi autorizza a fornire una precisazione. In quanto poema in prosa, la Recherche è, alla sua altezza così costantemente elevata, certo il più vasto e il più ambizioso di tutti quelli che la storia delle lettere abbia conosciuto. Ed è questa una ragione per accostarlo, come Jacqueline Risset è spesso tentata di fare, almeno implicitamente, al più grande poema in versi, la Divina Commedia. Questi due itinerari dell’anima hanno la stessa ampiezza e la stessa ambizione: si rispondono da una riva all’altra del pensiero che tempesta l’Occidente.

Introduzione a Jacqueline Risset, Traduction et mémoire poétique. Dante, Scève, Rimbaud, Proust, Paris, Hermann, 2007

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!