Julia Kristeva

Mia cara Jacqueline,

Dove sei? Va tutto come vuoi?
Alcuni amici mi chiedono di partecipare, è il minimo che possa fare. Saggio, commento, interpretazione? Sospettano forse che noi non ci troviamo del tutto a nostro agio, né io né tu, in ciò che si chiama l’«istituzione universitaria»? Non è vero che siamo qui per caso, né che essa non ci abbia insegnato a renderci utili. Ma noi «non lo siamo», come dice Proust che conosci così bene: sempre dentro/fuori, fuori/dentro, posizione obliqua, scomoda per tutti, a meno che non sia la sola possibile, la migliore. È dunque una lettera del tempo sensibile, quella che vorrei spedirti. Quella che spesso ho desiderato scriverti fin dai decenni che ci conosciamo, e che non ha mai avuto la fortuna di infrangere l’urgenza della telefonata, della cartolina, della dedica del libro appena uscito, della mail o dell’sms.

Il vento del nord spazza la mia isola da qualche giorno ormai, conduce i pensieri, le parole si ritirano in sogni, la pelle si riscalda sotto le onde iodate, una luce fredda la rende iridescente, sono un’ostrica, tutta all’interno. E mi cullo di ricordi intorno a una tazza di tè bollente. Un caffè per te?

Ti vedo nelle strade di Parigi, lo studio di «Tel Quel» e de «L’Infini», a casa mia a rue Michelet o d’Assas, a meno che non sia il Palais Royal delle tue poesie; quando mi ricevi così generosamente a Roma, o quando facciamo interviste per «la Repubblica». Hai l’aria di planare in una rêverie che non dorme. La sua indolenza avanza per lampi. Conduci il tuo Gelasseheit al galoppo. È la formula di Guillaume de Poitiers, in esergo alla tua raccolta L’Amour de loin, che ti ritrae per davvero: tu «inventi dormendo su un cavallo».

Nella redazione di «Tel Quel» (Officina Risset)

Nella redazione di «Tel Quel» (Officina Risset)

Sei su una di queste mitiche spiagge d’Italia dove non manca niente, se non l’acqua virile dell’Oceano che mi abbraccia? Nell’aria di New York che sa di ciliegia? Un viaggio con Sigmund ((In italiano nel testo)? Nebbia d’angoscia o porpora d’emozione che tarda? Ti leggo e provo a parlarti con i tuoi istanti, le tue epifanie. No? Sei in una di queste megalopoli, forse, in cui l’autostrada è tutta grazia? No, nemmeno questo, ma con un amore in cui ti addormenti come fra le braccia di un astro? A Damasco, vicino al muro che taglia il prato d’un verde damascato? Cosa tocchi in questo secolo che va in un muro, ma di caucciù (dice Sollers) se non: organi, allineamenti, vetrine? Ti ascolto, certo, un rovesciamento è sempre possibile, da cogliere fra le parole: l’uccello dorme qui nel collo di un gatto.

Tu ed io, noi ci siamo ritrovate, mi sembra, nel Grande Essere che è vuoto, come dici tu. Con l’Amor che nella mente mi ragiona ((In italiano nel testo)), che svia tutti i pensieri. Da questo stato d’attesa, hai trovato il tuo linguaggio: la poesia dell’istante. Nominare Gli Istanti, anagramma del desiderio, potenza fisica del sonno. Là dove non c’è più niente da dire, ma le parole vengono a urtare contro di lui, l’Essere o l’Amore, e che finalmente il vuoto risuoni. In questo istante, ti raggiungo.

Da qui a fare un numero di «Tel Quel» o de «L’Infini» sull’ateismo, c’è un passo lungo che superiamo allegramente, a ogni nostro incontro, è il nostro eterno ritorno. Questo «numero» non vedrà di certo mai la luce, di questi tempi in cui l’incredibile bisogno di credere diventa testardo o integralista, ma noi non ci lasciamo, è la nostra maniera di dormire in due su un cavallo.

Con Claude Royet-Journaut a Buffalo (Officina Risset)

Con Claude Royet-Journaut a Buffalo (Officina Risset)

Il tuo viaggio nel paese d’Amore fa parte di questo progetto, di quest’utopia. «L’Amour de loin», d’accordo, come è lontano, impossibile, invincibile il coronamento del desiderio. Lo avverti come un’aria color rugiada, no, come un’aureola, tu che dici «io» e che ti rivolgi a una certa seconda persona, «tu» – o forse, ancora più lontano verso l’innominabile desiderio-amore, a «L» – «elle» o «El»? Tutte queste cose insieme, è chiaro, poiché in quest’Amore che fugge, che corre come nel Cantico dei cantici, per questo «io» che scrive è proprio la dissoluzione del «tu» a trionfare: in velluto e polvere, a morir d’essere in vita. Affondare con tutto il suo «io» in questo amore grande e grosso, fino a implorarlo: «dove sei in questa stagione vuota?». Senza essere mai ingenua: «dolore è ridicolo». Spingersi fino al soffio d’odio d’amore che arriva con l’amore, crudeltà agghiacciante, luna ferita. Ma senza dimenticare di tremare quando arriva la sera col sole in faccia. Poiché il cuore di «io» si è fatto capace di ogni forma. «Io» terra che perde i suoi umori, «io» nuvole che fumano. Mentre della seconda persona, «tu», che cosa ne so? una ruota che gira a vuoto? tu stessa casa, attesa.

«Io» di musicista: conservare dell’attesa amata solo ciò che sorge nell’istante; che cos’è? la voce: niente ormai, nessuna presenza se non la tua voce, la tua voce colata di sangue per guarirmi. Con la coscienza disincantata che scrivere – a «te» – queste parole oggi d’amore «mi» allontana da «te». Non importa, è la legge, i fedeli d’amore restano perplessi nell’amore, esposti a ogni pericolo. Esperte dunque in dolori, circondata dal dolore di «te», «io» vibra in «un punto». Ah, il punto! Poveri coloro che non l’hanno vissuto: un’irritazione nella pelle del mondo, un dente che batte quando il resto tace. «Io» ascolta: tesa verso la voce che vagamente la chiama. Poi «io» oscilla in vista: adesso guardo attraverso i tuoi occhi dunque ciò che è qui è «tu» che guardi «tu», gli occhi che si penetrano i corpi che si parlano. Qui «io» si eleva: sarà questo l’amore, impercettibile tratto in salita che chiede?

Le news del mondo possono seguire il loro corso, che s’intrattengano pure, attenzione non uscire non ci colpire non ricacciarti nel fondo della terra atroce imprudente nuova. Tentazione angelica, Jacqueline mia atea, mia complice? Angeli, adesso andate nel linguaggio. Ma la placida euforia non dura nella tua poesia. Ancora, questo vuoto nel cuore del famoso amore, questo centro d’essere / in ciò che sono / vuoto come un osso. Silenzio d’ossa. Niente da dire. Eppure il vuoto risuona di nuovo, e s’infiamma l’inanità dell’amore stesso.

Il «punto» infiammato si rivolta qui, lucidità mallarmeana, soprammobile dismesso d’inanità sonora, come un mare di iperboli e di memoria, che impara a vedere / da solo: i venticinque secoli degli Argonauti riempiono subito l’istante. E la luce nient’altro che la luce ti ritrova nei tuoi versi, arriva svelta / sul mare / se ne va / rapida. Per eclisse, al galoppo, solo qualche lampo. La luce di Dante. […]

da I pensieri dell’istante. Scritti per Jacqueline Risset, Roma, Editori Internazionali Riuniti, 2012

1 In italiano nel testo.

2 In italiano nel testo.

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