Paolo Fabbri

Dal turbolento territorio della politica emergono forme inattese che attirano l’attenzione e richiedono la nominazione. Dalle pieghe del discorso, tra dileggi e litigi, eufemismi e cacofonie, ci giungono le querimonie dei rottamati, malamati e amareggiati.

“Non riconosco più il mio partito”: È lui - non io - che mi ha abbandonato. “il PD non esiste più”, ecc.. Chi ne ha più da dire più ne metta. Frasi e idee fatte? Formule stantie per vecchie lune? Trasformismi ritualizzati, cerimonie risapute: “Quando si resta in minoranza si fonda un nuovo partito in cui essere la maggioranza”? O dobbiamo invece riconoscere la realtà che “il fatto stà” e ci sono cose, nel cielo e nella terra politica, che resistono alle nostre conoscenze? E ci domandano di mettere i piedi nel linguaggio e trovare nuove definizioni? Un partito, relativamente di maggioranza avrebbe cambiato natura o meglio cultura politica. Un trasformista collettivo?

Déjà vu, certo, il trasformismo è l’epifenomeno di una struttura politica nazionale. Più che un trend, è una trave portante della nostra vita parlamentare, fondata su di un tratto caratteriale e culturale degli italiani. È il versipelle popolo dei trans-: volta-casacca, gabbana e giacca, le cui mene sono filosoficamente giustificate: lo scambio di posti e di voti è un esempio della postmoderna trasvalutazione di tutti i valori. Non indigna nessuno, checchè se ne gridi e scriva.

Giusto, ma di solito si vola in aiuto del vincitore (vedi il Soccorso Azzurro a Renzi) isolati o in gruppuscoli e per motivazioni che lasceremo agli “scienziati” politici e agli opinionisti del pensiero penultimo. Qui siamo davanti all’alterazione transpolitica e transgenica di un intero patrimonio “memetico”, come dicono i biologi. Il PT, Partito Transformer con i suoi rappresentanti e votanti è mutageno: pieno di agenti vitali e virulenti d’alterazioni bicamerali, elettorali e governative che danneggiano il codice dell’ informazione iscritto nel collettivo e responsabile della trasmissione di caratteri ideologici identitari. Quelli che governavano l’andamento semiotico dei (bei?) tempi andati.

Nel discorso rigorosamente interdefinito di allora, (il “lacchè dell’imperialismo” non andava confuso col “servo del capitale”), chiunque varcasse la frontiera dell’appartenenza era un “rinnegato” (come l’ormai ignoto Kautsky). Era il punto di vista interno alla compagine linguistica del partito, che oggi si chiama pudicamente il frame o il paradigma; allora veniva detto articolo di “fede” (es. “di fede socialista”), termine che fin dal 13° secolo si definiva “adesione incondizionata, a un fatto, a un’idea” ed è riservata oggi agli anelli matrimoniali e alle firme di documenti ufficiali. Oggi però quando uno rinnega, i galli evangelici non cantano, perché sanno che si tratta soltanto di un “convertito”.

Il linguaggio è questione di punto di vista e la forza affettiva di deformazione è dovuta alla trasformazione delle prospettive. Rinnegato e convertito fanno la stessa cosa, ma per il principio ideologico “se non sei con me sei contro di me”, il rinnegato passa per bestemmiatore; aderisce a fedi avverse e si merita cruenti castighi. Anche quando si limita a negare la propria di fede – non si può essere “rinnegazionisti”! “Convertito” invece – anche rivolto ad un ex- eversore politico - non è un insulto, perché lui è passato soltanto da una opinione ad un’altra che stima migliore. È un presenzialista più che un rappresentante; per questo il “converso” non ha ancora preso i voti (sta in un gruppo misto), e starà con qualunque maggioranza gli assicuri di prenderli, i voti.

Concetti zombi si dirà. Mutatis mutandis, il problema resta: come un intero partito, relativamente di maggioranza, ha potuto convertirsi a questo punto, e non senza capo!? Una trasformazione silenziosa, meglio una “mutazione silente” in cui sono andati perduti persino i meccanismi interni per la riparazione del DNA ideologico: iscritti, funzionari, compagni di strada, utili idioti ecc. Anche la comparsa di difetti genetici ereditari è attribuita alle solite affezioni della memoria, un disturbo che, a differenza dell’Alzheimer, non è cronico ed è facilmente curabile con dosi massive di vita on line.

Abituati come siamo ai drammi mediatici quotidiani, ci era sfuggita questa mutazione indotta. Gli “eventi sonori” (Braudel) e strepitosi delle massaggerie digitali e i sondaggi ridondanti degli addetti al trasporto e distribuzione delle opinioni, ci hanno nascosto l’in-sensazionale. L’inavvertito, la vite silente e impercettibile dei fenomeni: personale - l’invecchiamento di tutto un paese; linguistiche : per esempio la scomparsa del termine “clericale” e quella in corso di “classe media”; informazionali: l’accumularsi esponenziale dei big data; sociali: la slavina scivolosa dell’educazione e dell’istruzione; internazionali: lo stillicidio dei migranti; naturali: l’erosione del territorio, il riscaldamento planetario.

A furia di tagliar alberi un bel giorno scompare la foresta. Più silenziosa è stata la mutazione, più esplosivo e irriconoscibile sembra l’esito. Com’è accaduto quando il paese si destò berlusconiano, mentre nessun cittadino ammetteva di esserlo. E quando il PD si mutò insensibilmente in Partito della Nazione. Le scienze umane vincolate alla ricerca “sonora” e la “storia”, anche se ha cercato di farsi “micro”, non sono state all’altezza della mutazione.
Che fare? Astenersi? Ma anche l’astinenza, se si vuole trasformazione delle antiche fedeltà, è un vuoto a perdere.

Creare nuovi partiti? Ma come evitare i “teratogeni”, agenti di cultura politica che danneggiano direttamente un tessuto o un organo istituzionale con malfunzionamenti metabolici e visibili ritardi mentali? Resistere alle affissioni e crocefissioni mediatiche aumentando il rumore in rete? Ma si può render ancora più liquida l’emorragia dell’opinione pubblica? Insomma attenti alle mutazioni silenti! Per i miscredenti negli dei ex-machina della politica mediatica (Berlusconi o Renzi), una diagnosi ben fatta è una prognosi già fatta.

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