Maria Paola Guarducci

Prima ancora che divenisse nodo fondamentale negli studi postcoloniali, la questione della lingua, nella fattispecie dell’uso dell’inglese da parte delle popolazioni soggette al dominio britannico, si configurava come terreno di una battaglia dolorosa e viscerale la cui intensità prendeva forma nel verso sciolto elisabettiano con cui lo schiavo Caliban maledice il suo aguzzino Prospero, versi tra i più struggenti della Tempesta shakespeariana, ripresi costantemente da autori di ogni latitudine nei secoli a venire. Ma Caliban, si sa, è comunque il parto di un occidentale.

Era il 1986 quando il keniota Ngugi wa Thiong’o (1938), uno tra gli scrittori e intellettuali più noti ed importanti della contemporaneità africana, pubblicava quattro interventi, originariamente redatti per conferenze tenute negli anni Ottanta, in un unico volume intitolato Decolonising the Mind, oggi finalmente disponibile anche in italiano (Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana, trad. it. di Maria Teresa Carbone, Jaca Book, Milano 2015, pp. 126, € 14,00). Fuori di metafora, la rabbia di Caliban, il suo spaesamento culturale e la sua conseguente condizione di subalterno, venivano da Ngugi sottoposti a disamina per rivelarne le profonde radici, l’impatto, le conseguenze a medio e lungo raggio sulle culture coinvolte.

Di questo sradicamento violento identificato nella perdita della lingua madre emergeva, nella riflessione di Ngugi, soprattutto la sua funzionalità in un contesto politico di matrice capitalistica, foraggiato dalle dinamiche coloniali decise al Congresso di Berlino (1884) e da quelle neocoloniali sorte dopo le indipendenze africane; un contesto che Shakespeare già anticipava, ma che Ngugi ha disegnato con precisione precorrendo molti e che oggi è infatti drammaticamente sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di vederlo. È dunque la lingua il centro propulsore di questi saggi tesi a comunicare l’intuizione che nessuna emancipazione potrà mai avvenire nell’idioma dell’“oppressore”. La posizione di Ngugi, opposta a quella dei nigeriani Chinua Achebe e Wole Soyinka, che pur entrarono nel dibattito che opponeva lingue africane e lingue delle colonizzazioni europee ma produssero a latere degli scritti teorici una varietà di opere letterarie in inglese di straordinario livello, non restò mera provocazione, in quanto lo scrittore keniota abbandonò l’idioma anglosassone nella scrittura creativa dopo il 1977, anno del suo quarto romanzo, Petals of Blood, e per un periodo perseguì anche l’intento di scrivere saggistica solo in gikuyu o swahili.

Decolonizzare la mente, come recita il sottotitolo, spiega l’importanza cruciale della lingua madre per una comunità; non solo nella comunicazione quotidiana ma anche nell’elaborazione del suo immaginario, che si compone di una rete complessa fatta di passato, presente, aspettative per il futuro comunicabile, tramandabile, trasfigurabile grazie alla lingua. L’imposizione dell’inglese dalla fine degli anni Cinquanta in tutte le scuole del Kenya ebbe l’effetto di produrre una piccola élite borghese che dopo l’indipendenza divenne l’élite neocoloniale, collusa con i vecchi poteri e responsabile di larga parte del fallimento stesso dell’indipendenza perché pronta a tradire le masse e a scimmiottare l’Occidente in cambio dell’assimilazione. Allo stesso tempo lo svilimento del gikuyu (come dello swahili e delle altre lingue indigene) istillò nelle masse del Kenya rurale un’irreversibile sfiducia verso se stesse.

Ngugi ripercorre le tappe del dibattito sul rapporto tra letteratura e lingua avviato agli inizi degli anni Sessanta e sviluppatosi nelle sue fasi attuative nella realizzazione di formule teatrali di ampio respiro (e dunque immediatamente soppresse dalla censura) come quella a Kamiriithu negli anni Settanta, fino all’elaborazione del suo primo romanzo in gikuyu, Caitaani Mutharabaini (poi Devil on the Cross, nella traduzione dello stesso autore), frutto di riflessioni sul romanzo occidentale (da Joseph Conrad ai russi) e sulla letteratura orale locale. A riprova che l’impegno democratico e non paternalistico di Ngugi, sulla scorta di Marx, Lenin e soprattutto Frantz Fanon, verso un coinvolgimento delle masse nella produzione e nella fruizione artistica che partisse dall’impiego della lingua del popolo fosse giusto stanno il suo arresto nel 1977 e i successivi vent’anni di esilio dal Kenya che sono però solo serviti a rafforzare la pregnanza del suo messaggio.

Ngugi wa Thiong'o sarà oggi alle 17 a Roma presso l'Auditorium dell'Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi in Via Caetani 32 (Palazzo Caetani) per un incontro organizzato dalla Libreria Griot. Con l'autore intervengono Maria Teresa Carbone, Goffredo Fofi e Alessandro Triulzi.

Ngugi wa Thiong'o
Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana
trad. it. di Maria Teresa Carbone
Jaca Book (2015), pp. 126
€ 14,00

 

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!