Luigi Azzariti-Fumaroli

Rosa Luxemburg ha affermato che la rivoluzione dovrebbe sempre lavorare «dal basso», là dove il potere politico affronta l’addensarsi e disgregarsi della massa, la quale proprio per questa sua forma spontanea si rivela essere una struttura vulnerabile e caduca. Diversamente dalla rivolta, la rivoluzione indica un complesso di azioni che si producono nel tempo storico, in questo considerando i rapporti di causa e di effetto, secondo una prospettiva di lungo periodo. Non a caso – ha osservato Canetti – la massa tende a guadagnare in durata ciò che sacrifica in possibilità di crescita. Anche per questo essa tenderebbe alla ripetizione: confidando in una sempre possibile ricostituzione, essa parrebbe cercare scampo alla minaccia della dispersione. Ed invero questo è ciò che parrebbe soprattutto restituire l’esperienza della revoljúcija russa, il cui compiersi coinciderebbe non soltanto con la fine del tempo e della storia, ma con il progressivo decomporsi delle «masse estremamente dense» che hanno reso possibile quell’evento rivoluzionario.

«La rivoluzione è passata – scrive Platonov in Čevengur (1926-1929), opera impietosamente colpita dalla censura staliniana come disfattista e riapparsa nella sua interezza solo durante la glasnost', dopo ch’era circolata unicamente in forma frammentaria e quasi clandestina – come un giorno» e i suoi avanzi umani e materiali, fragili, minuti, quasi informi sono ora sparsi in uno spazio vuoto e silenzioso; o fluttuano nell’aria con impalpabile levità. Permane soltanto una luce grigia e ghiaccia che si diffonde sulle cose, lasciandovi un velo spesso e opaco, al quale sembra non potersi sottrarre neppure il fluire del tempo. Già Pasolini aveva al riguardo rilevato che la maggiore qualità dello stile di Platonov fosse il succedersi aritmico e completamente sognato del tempo, come se si volesse continuamente sfidare l’antico paradosso logico della non percorribilità dello spazio tra istanti temporali. Un artificio, questo, che si apprezza in particolare nelle brachilogiche descrizioni delle inquiete cavalcate dei due personaggi principali, il picaro spartachista Kopënkin e il più riflessivo Dvanov, nelle umide e fangose regioni del Don (ben note a Platonov per avervi trascorso molti anni – lo ha ricordato di recente Frank Westerman in Ingegneri di anime – quale tecnico impegnato nel faraonico progetto di canalizzare i fiumi siberiani verso i deserti meridionali) alla ricerca di Čevengur, il villaggio della nuova vita, fondato «in memoria del futuro» rivoluzionario.

Ma in effetti, ove si rinunciasse alla traduzione (peraltro, in quest’ultima edizione, assai più smagliante di quella apparsa nel 1972 per Mondadori curata da Marija Olsuf’eva dietro consiglio dell’editor di Solženicyn, Nikita Struve, che in modo fortunoso era entrato in possesso del manoscritto), e si recuperasse il testo originale, la prosa di Platonov – faceva osservare Iosif Brodskij in Catastrofi nell’aria – mostrerebbe come il linguaggio stesso si riveli boccheggiante nel modo congiuntivo e tenda a gravitare verso categorie e costruzioni che pure si collocano fuori dal tempo, finendo in un cul-de-sac semantico, che parrebbe nascondere (ma non troppo) un’ispirazione, se non futurista, genuinamente dadaista: nel suo abbandonarsi con infantile, donchisciottesca passione al calembour e alla prestigiazione retorica.

Sarebbe tuttavia miope leggere Čevengur in una prospettiva che si limitasse a scorgervi il tentativo di accompagnare «il linguaggio sino alla sua fine, sino alla sua logica – cioè assurda, cioè paralizzante – conclusione». Il riconoscere, come fa il personaggio di Kopënkin, di avere un vago ricordo delle parole senza, però, possederne il senso è gesto che Platonov (tacciato per questo da Maksim Gor’kij, che pure ne aveva salutato con favore gli esordi letterari, d’essere uno «spirito corrotto») eleva sì a cifra della sua scrittura, creando le condizioni per una crisi del senso che riflette le condizioni in cui si è prodotta la lacerazione della realtà quale fino ad allora è stata; ma è pur vero che il «millenarismo linguistico» non è in questo autore a servizio della constatazione dell’inesprimibilità dell’esistenza del mondo, come nelle coeve esperienze artistiche e letterarie mitteleuropee. La consapevolezza dei limiti del linguaggio che a cospetto della morte, attraverso le lacrime, diviene ineffabile espressione dell’«impotenza a esprimere, cioè a disfarci, per mezzo della parola, dell’oppressione di ciò che siamo», sottenderebbe, nel romanzo di Platonov, un più radicale interrogativo sul modo in cui possa ancora testimoniarsi il dissolvimento dei sopravvissuti, quando tutto in loro aspira al mistero ed all’enigma, «perché le loro madri sono morte, mentre loro vivono e non piangono».

Da questo punto di vista i personaggi dello scrittore di Voronež parrebbero portare a compimento quella dissoluzione del proprio sé che già Gogol’ aveva cercato di rappresentare nel Cappotto. Ma mentre qui si assiste a una sempre più evidente rarefazione del solo protagonista Akakij Akakievič, in Čevengur tale processo coinvolge l’intera accolta di «tipi eccentrici e un po’ tocchi» che costellano il romanzo, come volendo rappresentare l’inesorabile destino di quanti, avendo strenuamente creduto nell’avvento di una «vita così felice da non far rumore», potessero scoprirla realizzata solo là dove il senno appare annullato, il pensiero derelitto e il mondo esterno dileguato: là dove la morte si mostra «come una delle regioni sotto il cielo, solo situata sul fondo di acque fresche».

Andrej Platonov
Čevengur
a cura di Ornella Discacciati
Einaudi (2015), 501 pp.
€ 26

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!