Paolo Morelli

«Roma è una città fantastica. Non esiste. Tanto che ognuno deve costruirsela o ricostruirsela con la fantasia». Leggendo questa affermazione categorica ed elegante di Mauro Marè mi sono ricordato che ero un ragazzino e già sentivo dire che i romani veri non ci sono più, che erano spariti. Anche la vera Roma era sparita, e la stessa cosa si sente dire a tutt’oggi sull’idioma romanesco, che non c’è più, è sparito. Che sia passato molto tempo prima di capire che di voce livorosa si tratta, messa in giro dai numerosi odiatori di Roma, o almeno del suo enigma insolubile di cui nemmeno sospettano l’esistenza, è un altro paio di maniche. L’enigma consiste nel fatto, persino banale, che ciò che non esiste non può sparire.

È quello che mi è girato in mente più volte leggendo la raccolta delle opere complete di Mauro Marè, con ogni probabilità il più grande poeta romano dialettale del secolo scorso. E se ci metto dialettale è per ribadirne la statura, visto il modo in cui il romanesco diventa strumento stilistico di prim’ordine tra le mani del poeta, attualissimo ed efficace.

Si tratta di tutto quello che Marè ha pubblicato, in vita come le sei raccolte poetiche (nell’ordine, Ossi de persica, Cicci de sellero, Er mantello e la rota, Silabbe e stelle, Verso novunque e Controcore che vanno dal 1977 al 1993, anno della scomparsa a 58 anni) e le ultime cinque poesie, oltre al postumo «romanzo grottesco» Controcielo. I testi sono preceduti, e direi accuditi, da una attenta prefazione di Marcello Teodonio, perfino discreta nella commozione vista l’amicizia che lo legava al poeta.

Un cantore immenso e lucido, qui non c’è da aspettarsi «er forcrore» (folclore), nessuna sentimentale dolcezza da dramma amoroso, piuttosto una lunga e insolubile meditazione, con la regolarità e la costanza d’un laicissimo «esercizio spirituale» sul linguaggio tout court e in primo luogo la lingua «serciosa» (sassosa) che trova e che usa, sulla sua concretezza che «costringe alla metafora per supplire alla mancanza di termini astratti». Sulla lingua che è costretto a inventare ad ogni passo, perché tale è lo strambo destino del cosiddetto dialetto romanesco.

Forse non sarà del tutto inutile a questo punto tornare a far luce su un equivoco riguardo al dialetto romano, vale a dire ricordare come il romanesco non sia e non sia mai stato un dialetto, ma poco più di un gergo della parte plebea della città. Già il nome dovrebbe metterci sull’avviso: romanesco, o anche, come diciamo noi, romanaccio. Non succede per nessun altro dialetto, non diciamo siculotto o napoletanesco ma siculo o siciliano e napoletano, mentre per il vernacolo romano si parla di romanaccio bonariamente spregiativo, o di romanesco col suffisso derivativo a rimarcarne l’origine più che popolare, il basso e infimo livello: come manesco o, forse meglio, come furbesco. Già nel­l’introduzione a un poema del Seicento si parla di «parlata o lingua furbesca, lingua zerga: voci affatto oscure, le quali vengono praticate da quegli che parlan furbesco per intendersi fra di loro e non esser capiti».

Difatti le testimonianze storiche sul romanesco sono scarse e poco significative. Se si eccettua quella assai nota del De vulgari eloquentia: «Dico infatti che quello dei Romani non è un volgare ma un turpiloquio, certo la lingua più brutta fra tutte quelle d’Italia; né c’è da meravigliarsene, visto che sembrano essere i peggiori di tutti per costumi e usanze».

Non credo che tali parole di conio «danteschio» (Marè) si possano ascrivere al livore di cui all’inizio, forse si potrebbe tentare di obiettare al Poeta Nazionale (e lo fa Marè) con quel travasamento belliano di Marziale che recita: «Scastagnamo ar parlà, ma aramo dritto» (Lasciva est nobis pagina, vita proba).

Se come sappiamo nel resto d’Italia, almeno fino all’Unità, esisteva da una parte l’italiano letterario e dall’altra la lingua d’uso quotidiano che era il dialetto locale (cioè si scriveva, per chi scriveva in italiano e si parlava in dialetto), a Roma, dopo la ricchezza del volgare rinascimentale, esso è via via scomparso nell’uso della maggioranza dei romani, facendo posto a un toscaneggiamento inarrestabile. Già nel Cinquecento era un residuo appannaggio solo degli strati inferiori e delle generazioni più vecchie, nel Seicento poi, quando il dialetto in vari luoghi d’Italia entra frequentemente in letteratura, a Roma il poema eroicomico di Berneri, considerato il maggior poeta romanesco prima del Belli (autore del Meo Patacca), o lo Jacaccio di Peresio, sono scritti con una pallida imitazione a modo del volgo, con vocaboli coniati di sana pianta, in quanto gli autori non potevano far altro che inventare o aggiungere qualche inflessione gergale al linguaggio della stragrande maggioranza dei romani, che era il toscano o l’italiano, con magari un bel po’ di «cadenza» locale.

Se poi arriviamo al «monumento» del Belli, lo sentiamo parlare di «una lingua a cui meritoriamente manca in Italia un posto», o anche ribadire che è «del tutto mancante il romanesco delle qualità e di dialetto e di vernacolo». Nessuno a Roma, né prima né dopo, ha mai parlato la lingua del Belli; la sua è stata un’opera allo stesso tempo più grande, letterariamente, ma molto meno verista di quello che ci si ostina a credere. La sua grandezza è dunque nell’aver tratto e inventato una lingua a partire da scarsi suoni, umori, parole tronche, relitti della potenza scultoria della lingua antica, gesti vocali scomposti. I continui ripensamenti ortografici avvertono non soltanto della difficoltà di trasferire, per la prima volta, una parlata in una lingua scritta, ma pure e soprattutto la formazione di una lingua quasi ex novo. Dopo il Belli il romanesco letterario si mischia alla lingua, in un processo osmotico sempre più esasperatamente perfetto, dove il dialetto perde il greve della sua origine popolaresca e l’italiano si dialettizza unicamente nel troncamento e nel suono, nella tipica calata.

Dunque, da una parte una «lingua per non farsi capire», dall’altra una lingua inventata quasi di sana pianta, potremmo dire eternamente «sperimentale». Questo il filo che Marè riannoda con gusto nella prima parte della sua produzione. Ma da Silabbe e stelle tutto cambia, in specie dalla prima sezione di Roma biscroma gli appaiono le enormi possibilità del dialetto come lingua da reinventare, c’è una specie di rivelazione senza cesure («Tutti li ponti molli, / tutti li monti colli. / Roma croma, biscroma, / pentagramma de Roma»). Non si tratta solo di affidarsi ancora una volta alla lingua nativa per recuperare ricchezza di toni e fisicità alla letteratura, ma si inizia un vagare avventuroso, in una crescita strabiliante di invenzione e ispirazione.

È da notare che da quel momento in poi Marè ha avuto il bisogno di accompagnare alla poesia una sorta di «certificazione» (nella vita, si dice così, esercitava con successo la professione di notaio e da essa riusciva a distillare l’attenzione per i casi della gente comune, tanto da riempirne la terza raccolta de Er mantello e la rota e da definirsi «noeta») della presa di coscienza dei propri mezzi, del ruolo che la sua poesia man mano andava disperatamente scovando, con introduzioni e interfazioni che ne testimoniano la sorprendente lucidità, anche perché il dialetto «come rivoluzione linguistica permanente abbisogna di una costante consapevolezza». Pensieri folgoranti, divaganti o volanti attorno alla parola poetica, in cui si sente assai acuta la necessità di spiegare e spiegarsi la rivelazione appena avuta, quella che dalle prime tre raccolte lo stava portando a un’effettiva «serciosità», a parole come pietre anche da scagliare sì, ma soprattutto da tagliare per affacciarsi sul vuoto che hanno attorno. Dichiara di non ambire alla poesia in sé, non più e non solo per «contrastare il tedio e l’aridità della vicenda notarile» ma per intraprendere «la possibilità di avvicinare l’indicibile attraverso il non detto». Al contempo l’umore filosofico si sposta sempre più da un pessimismo nichilista a un disperatissimo ottimismo, quello che è nella lingua, anzi nell’idioletto, ovvero ancora nella «forza logopoietica del dialetto». Ottimismo che prende man mano forza da una sorta di folle e inesauribile fiducia.

Quello che cerca e trova Marè è una lingua «prima della codificazione della lingua, un idioma, un idioletto perché ciascuno può nascere come soggetto solo costituendosi in assoluta singolarità di linguaggio». Una lingua di pietre che tracciano appena il cammino, e in tale dispersione scopre appunto l’inesauribilità, la fonte pressoché infinita della vaghezza. Dal dialetto, «lingua eversiva» che «si pone sempre come contestatore della cultura ufficiale» si passa all’idioletto che garantisce solo l’instabilità, come una corrente d’aria che porta via di continuo i rasserenanti punti di riferimento. Esperimenti alla cerca d’una sconosciuta vitalità linguistica da portare alla luce con sapienza ma al contempo bravamente, con sprezzatura, coraggioso fino all’avventatezza.

Si era rigirato fra le mani una lingua ricca di traslati, metafore, tagliente, scaltra, vivificata dallo spirito di contraddizione; un gergo che trova la sua ragion d’essere nella complicità, la sua apoteosi nella pointe epigrammatica, che s’esaurisce nel motto o al massimo cerca riscatto nella cantilena. Ora, proprio come per Belli, lavora su una lingua sontuosa e dispendiosa, anche angusta e faticosa, indolente, tutta giocata al risparmio, particolare da questo punto di vista anche ammettendo la generale laconicità dei dialetti. Era quello che cercava: «un idioma scellerato», per il quale «la carezza lassa er segno dell’ogna», e utilizzarla «sarebbe come a dà de guanto ar vento». L’uso del dialetto insomma serve a inventare l’idioletto necessario, senza più alcun residuo di «romanisticheria» (suo bersaglio del resto fin dall’inizio, dalla corrività del trilussismo a quelli che fanno serenate a Romamia). Ora della voce del poeta si tratta, dura e forte, pur echeggiante nei luoghi soliti della romanità, il fiume, i vicoli, le piazze.

Da allora in poi la sua poesia è una furia inconciliabile e irriducibile, i versi cascate di diamanti grezzi, taglienti, «ruganti», avvincenti ma sempre necessitati, fondati, come le pietre appunto, giacché «la poesia è pietra. Pietra filosofale». È belliano fino ai precordi per dire così, eppure fa di tutto per inventare «una lingua prebabelica», per raggiungere con la parola poetica «il prima e l’oltre della contabilità». Ha dell’incredibile la messe di invenzioni linguistiche, ci trovate tutto l’armamentario tra paronomasie a pioggia, antitesi, proverbi, allitterazioni e calembour, acquarelli, ritornelli e versi aperti a ogni eventualità; eppure mai ci rinuncia, alla cantabilità (è l’unico punto sul quale sono in disaccordo con il prefatore: trattasi di poesia da leggere a voce alta, a patto che non lo facciano gli attori). Se ne sta perfino «zitto in dialetto». E sembra inesauribile, perde e ritrova il controllo, raffiche di fiato nell’intento magnifico ed eternamente perdente di conoscere «il cuore delle cose attraverso le parole», con esiti vertiginosi.

La chiave per leggere oggi la poesia di Mauro Marè si trova nel suo essere pienamente novecentesca, attributo che pare sempre più slittare verso il faticoso, l’inutilmente complicato, il decostruente, ma che qui vale invece che è dotata, comunque o novunque, di visione. L’intuizione di Marè è quella di un forte mutamento alle porte, e che in tale mutamento la poesia non sarà più un orpello culturale ma invece dimostrerà di star lì fin dall’inizio per necessità, di nuovo «l’incominciare, l’esistere come origine, come archè».

Mauro Marè
Opere
a cura di Marcello Teodonio
il cubo (2014), 713 pp.
€ 35

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