Lelio Demichelis

Hanno sbagliato tutto, in termini di teoria economica e di sua applicazione. Negano la realtà in nome dell’ideologia neoliberista – sostenendo che è la realtà (dispettosa e irrazionale!) ad essere sbagliata e a non voler corrispondere (come invece dovrebbe) alla loro teoria/ideologia che prevedeva il migliore dei mondi possibili grazie al mercato assoluto. Hanno dimenticato il passato e la lezione della storia e hanno replicato negli ultimi trent’anni (quasi) tutti gli errori che avevano portato alla crisi del 1929. Si sono disinteressati agli effetti sociali dei loro errori, convinti - con Margaret Thatcher - che la società non esiste ma esistono solo gli individui - sui quali hanno però poi cinicamente scaricato tutto il peso dei loro errori.

Hanno sbagliato tutto. Come Reinhart e Rogoff - che hanno fatto errori appunto colossali tuttavia divenuti a lungo credenza economica diffusa e accettata senza verifica (arrivata infine da un semplice dottorando) e che avevano definito come “repressione finanziaria” (sic!) i controlli alla speculazione; o come Alesina e Giavazzi, che sul Corriere della sera continuano a scrivere che è impossibile tagliare la spesa pubblica – l’imperativo categorico dei neoliberisti – senza ridurre i servizi pubblici offerti ai cittadini, sbagliando nel sostenere che bisogna tagliare la spesa pubblica e sbagliando nell’affermare che lo si può fare solo riducendo la spesa sociale, dimenticando la spesa militare. Hanno sbagliato, eppure sono ben saldi nelle Università, nei mass-media e dettano le politiche degli stati, del Fondo monetario, della Commissione europea e sono al potere direttamente o indirettamente (inattaccabili e irremovibili e inamovibili) a Francoforte, a Berlino, a Parigi e a Roma.

Destra e sinistra seguono infatti con determinazione e con convinzione i loro errori, la loro ideologia, le loro congetture diventate verità, le loro credenze (e i dogmi e le liturgie, il capitalismo e il suo essere religione – come sosteneva Walter Benjamin già nel 1921). L’errore (l’orrore) è ormai egemone (hanno inventato perfino l’ossimoro dell’austerità espansiva). Perché anche in questo caso, come sempre accade, l’ideologia è più forte della ragione, della verità, della realtà. Perché Friedman è ancora più forte di Keynes. Certo, c’è la Grecia che cerca di cambiare l’agenda politica dell’Europa spiegandole che la teoria è del tutto falsa, ma l’Europa non vuole cambiare e anche coloro che si dicono di sinistra stanno con Bruxelles e con Berlino e non con Atene.

Gli economisti neoliberisti hanno sbagliato ma rifiutano ogni assunzione di responsabilità per ciò che è accaduto. Rifiutano ogni ammissione di colpa (semmai obbligano a sentirsi in colpa coloro che non sanno adattarsi velocemente al mercato e alla loro austerità). Alla domanda della Regina Elisabetta, fatta alla London School of Economics nel 2008 – “Come è stato possibile che nessuno si sia accorto che ci stava arrivando addosso questa crisi spaventosa” – rispondono che la crisi è come un terremoto, non la si può prevedere. Sbagliando ancora una volta.

Se questo insieme di errori è vero - ed è vero perché lo vive ogni europeo sulla propria pelle da sette anni - allora vanno ringraziati coloro che tra gli economisti (anzi: soprattutto tra gli economisti) ce lo ricordano e fanno parresia contro il conformismo e dicono il vero davanti a questa crisi che sembra non finire mai. Economisti critici – e la critica è l’elemento fondamentale di ogni scienza umana - come Giancarlo Bertocco, docente di macroeconomia e di economia monetaria e autore di un saggio dal titolo inequivocabile: La crisi e le responsabilità degli economisti. Scritto con un linguaggio chiarissimo e piano (che anche chi non ama l’economia non può non apprezzare e comprendere), il saggio spiega criticamente le ragioni della crisi iniziata nel 2007, le pesantissime responsabilità degli economisti maintream (neoliberisti, antikeynesiani e dintorni) - e soprattutto le loro carenze (i loro errori) in termini di elaborazioni teoriche. E la teoria dominante (il neoliberismo, per semplificare) escludeva a priori che potesse prodursi una crisi, sostenendo che proprio “l’azione senza vincoli delle forze di mercato avrebbe prodotto risultati ottimali per l’intera società”, ma così sottovalutando (ancora l’incapacità di un’ideologia di vedere la realtà) “i segnali di pericolo emersi nel periodo della Grande Moderazione, tra la metà degli anni Ottanta e la metà del decennio scorso, e favorito così la diffusione di condizioni e di comportamenti che hanno provocato la crisi”.

La crisi ha avuto quindi un’origine endogena e non si è trattato di un terremoto naturale e quindi imprevedibile; e il suo verificarsi è dipeso proprio da come gli economisti hanno teorizzato (male) il funzionamento dell’economia di mercato, confidando in una sorta di resurrezione – complice magari la rete – della vecchia mano invisibile. Con l’aggravante che gli economisti che hanno permesso il verificarsi della crisi sono oggi gli stessi che propongono la cura, come se il medico che ha infettato il corpo del malato si proponesse di curarlo accrescendo la quantità di virus che già hanno causato la malattia.

Virus – chiamiamoli così - che sono divisibili in tre ceppi ugualmente mortali per il benessere sociale: riduzione del debito e dei deficit pubblici; riforme strutturali per rendere flessibile al massimo il mercato del lavoro; regolamentazione del mercato finanziario ma non nel senso di una severa censura della speculazione, quanto di un aumento delle quote di capitale delle banche, per renderle più capaci di sopportare una crisi. Virus post-crisi che seguono a quelli inoculati negli ultimi trent’anni pre-crisi: deregolamentazione dei mercati, privatizzazioni, riforme pensionistiche, mercato sempre e comunque, induzione dell’indebitamento privato (e scrive Bertocco: “Il sistema bancario, con il proprio comportamento, ha ottenuto profitti straordinari rendendo sempre più elevata la probabilità che si verificasse la crisi, ovvero lo scoppio della bolla immobiliare che è stata provocata dalla scelta dei manager bancari di espandere l’offerta di mutui subprime”). Le terapie degli economisti mainstream sono dunque evidentemente inadatte a superare la crisi, perché “non è possibile ipotizzare che da una diagnosi sbagliata scaturisca una terapia efficace”. Ha scritto Amartya Sen: “È difficile vedere nell’austerità una soluzione economica assennata all’attuale malaise europeo. Non è neppure un buon mezzo per ridurre il deficit (…). Nella storia del mondo abbondano invece le prove che il modo migliore per ridurre il debito non è l’austerità, ma una rapida crescita economica che generi reddito con il quale colmare il deficit”.

Che fare? Davanti a tanti errori ma davanti all’ostinazione con cui gli economisti maintream – e con loro i politici di destra e di sinistra – continuano nell’errore e resistono come un sol uomo alle critiche degli economisti critici come Bertocco, sembrano non esserci molte speranze. Errori sotto i quali e a causa dei quali rischia di crescere la reazione, altrettanto irrazionale dei populismi e dei nazionalismi.

Bertocco tuttavia offre una risposta diversa. Richiamando la lezione di economisti eretici e critici come Marx e Keynes e Schumpeter e Kaldor, ci ricorda una verità dimenticata ma oggi ancora più necessaria: “è compito degli economisti favorire la definizione di una politica che governi il processo di sviluppo e produca benessere”. E importanti sono appunto i concetti di governo dello sviluppo (senza più credere quindi alla favola del mercato che si auto-regola) e di produzione di benessere (il neoliberismo ha prodotto il suo esatto contrario). Perché l’instabilità è – questa sì – endogena all’economia di mercato. E va governata. Bisogna dunque tornare a Keynes. Milton Friedman e von Hayek se ne facciano una ragione.

Giancarlo Bertocco
La crisi e le responsabilità degli economisti
Brioschi Editore (2015), pp. 314
€ 18,00

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2 Risposte a La responsabilità degli economisti

  1. Alessandro scrive:

    Sembra di essere di fronte ad una contraddizione priva di soluzioni: quella tra la chiarezza teorica dei limiti delle politiche neoliberiste e la loro incomunicabilità. Ma la contraddizione è solo apparente e la sua soluzione ha il nome di “cultura di massa”. Ciò significa che i libri devono emanciparsi dalla loro natura cartacea, abbandonare il loro scaffale e trasforarsi in viva voce.

  2. fernando scrive:

    Ma nella crisi c’è chi si arricchisce! Sono proprio quelli, pochi ma molto potenti, che hanno finanziato l’invenzione della favola neoliberista del Mercato, spacciata come legge naturale dagli economisti. Sono gli stessi che descrivono la scienza come oggettiva e fuori dalle dinamiche delle classi sociali. Non vedo nulla di decisivo che non sia stato previsto. Semplicemente il Capitale fa ciò che deve e a noi raccontano favole.

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