Graziella Pulce

Se il motivo della notte intride più o meno capillarmente larga parte della scrittura di Manganelli, quello del cuocere e del mangiare è motivo molto più discreto, o meglio metamorfico e spesso dissimulato, ma che una volta marcato si evidenzia con una fitta rete di presenze distribuite regolarmente lungo l’arco che va da Hilarotragoedia fino alla Palude definitiva. Nell’opera di esordio troviamo l’ipotesi dell’ameba-antenata che mastica un grumo primordiale di nulla: «l’ameba nonnina masticò il primo parvolissimo punto, il perlino minutissimo, il primo frantume di duro, indigeribile niente», e nella pagina successiva si parla di «questo inveterato pàbulo di carne spastica, e sughi di malefizio, e brodi di delirio, e maionesi dogliosissime, questo nutrimento occulto, quotidiano, ininterrotto, di paste lievitate di “no”, di fermentati alcoli moritivi».

Che il mangiare sia cosa da dèi e faccenda connessa con il tragico, il lettore di Hilarotragoedia lo aveva intuito qualche pagina prima, quando il narratore aveva presentato una notte di tregenda «in cui ci si schiaccia contro la crosta del pianeta che ci vortica. In una notte siffatta il dio sonnolento ed affamato non solleciti brasato o barolo dai suoi fedeli; ché non ci sono fedeli, in notti siffatte. E, allora, l’onesto tempio scristianato digraderà». Sin da subito in Manganelli la discesa e il disfacimento trovano una naturale correlazione con la notte, la fame e la cottura. Nella Palude definitiva, al cap. 13, la voce che in prima persona divaga e discorre ipotizza di essere chiuso in enorme uovo: «Sono disteso sul letto […] sento la casa come un gran guscio amico, già, non sarà il guscio abbandonato di un uovo gigantesco, deposto da un uccello gigantesco? Mi piacerebbe sapermi accolto all’interno di un grande uovo» (passo che resta notevole per la presenza dell’elemento narrante che si percepisce all’interno di una struttura circolare, naturale, strettamente connessa con l’origine della vita – cosmica e individuale). D’altra parte l’indicibile violazione compiuta da Atreo contro i figli del proprio fratello Tieste, «sbrodettati», «stracotti» e serviti come pietanza al loro padre, è chiamata a testimonianza nel risvolto di copertina di Antologia privata, autoantologia pubblicata nell’’89, qualche mese prima della morte dell’autore.

Dunque cottura, masticazione, digestione declinano sul piano alimentare per un verso il tema dell’inconsumabile trasformazione cui gli elementi naturali sono sottoposti, il tema del protratto infierire della natura come Grande Animale, per l’altro la naturale inclinazione alla ferocia verso i propri simili. Nell’inedito ora pubblicato da Aragno, intitolato La notte (ma che, per evitare l’omonimia colla raccolta di inediti curata da Silvano Nigro per Adelphi nel 1996, prende il titolo – sempre estratto dal testo – di Catatonia Notturna), si parla di «Verwandlung, il trasmutarsi in altro da sé che include il totale di sé, la iniziazione consumata e consommée; il pasto di Dio, la risaldatura a quell’origine da cui venimmo strappati e divisi, e per segreta saggezza divisi, noi che eravamo una cosa sola». Dunque questo è anche un libro che rielabora i miti teogonici in chiave di antropofagia e svela di che lacrime e di che sangue sia fatta la sostanza più segreta degli esseri umani. Letteralmente, quale sia la loro «pasta».

Da notare che, soprattutto all’altezza degli anni Sessanta e Settanta, Manganelli coinvolge la figura in un ruolo chiave di determinazione e di governo del processo di cottura e trasformazione in cibo degli umani. Le pagine iniziali di Catatonia Notturna pullulano di fantasie e divagazioni sul tema della cottura e della notte. Il genere umano è costretto in pentola o pentolaccia e chi presiede alla cottura mira a rendere succulento il «cibo», e a conseguirne sughi e altri umori che meglio ne esaltino i sapori.

È stato Lévi-Strauss a tracciare una linea di demarcazione tra il bollito e l’arrosto, e a rilevare quanto il bollito contenuto nella pentola sia contiguo al putrido e quanto la pentola che lo contiene sia espressione del femminile che accoglie e cuoce il cibo e i suoi umori. Non si hanno al momento informazioni se non essenziali sul testo di Manganelli appena pubblicato, e col tempo si avrà modo di esaminare i dattiloscritti originali e ipotizzare datazioni e circostanze che portarono alla stesura ma non alla pubblicazione di questo testo. Quel che è certo è che soprattutto le pagine finali di Catatonia notturna, con l’immagine della notte come «pentola» e come femminilità ancipite, devastante e materna, chiariscono il senso di tutto quel proliferare di indugi sul tormentare, pungere, spremere, ustionare, smembrare, rendere morbido e «mangiabile» qualcosa di dotato di coscienza e di facoltà di costruire ipotesi. Qui sbocca la violenza verbale indirizzata al potere e al potere femminile e materno, vessatorio, ricattatorio, dissimulante. Il potere di quella «Grande Madre» di cui Ernst Bernhard, l’analista di Manganelli, aveva dato descrizione compiuta e definitiva.

I lettori di Laboriose inezie ricorderanno che nel testo dedicato all’Artusi, Manganelli rimarca con insistenza il legame che sussiste tra la cottura dei cibi e la massaia, che prende il posto della matriarca. Fu così che si poté unificare «gli incolti italiani riluttanti a farsi impastare». Raccontando le ricette delle varie tradizioni gastronomiche della penisola, Artusi «invase il centro donnesco, materno, dell’inconscio italiano». Ed è per questo motivo che La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene si conquista per Manganelli la palma di «classico».

In Catatonia la notte è rappresentata come una possente divinità originaria, che alterna follia e quiete, demenza e dolcezza: «impietosi e machiavellosi psicoterapeuti, che lavorano sulla delusa e illusa anima della notte, per condurla a saviezza, e intanto la stringono nei duri abbracci della tela dei dementi, con corde, e bottoni (stelle) per impedirle di far male ad altri ed a sé; e in tal modo si contrasta la furia notturna, che ci vorrebbe tutti morti e straziati; è la nostra attesa, chiusi come in un angolo del manicomio, e attendiamo che la cura faccia effetto, e la notte, tornata normale, sciolta dai suoi lacci, possa tornare o diventare colloquiante amica, forse materna».

È fuori discussione che la «cottura» sia la veste linguistica di rifrazione di un processo vessatorio, il cui scopo finale è l’ingenerazione del senso di colpa. Quella furia notturna li vorrebbe tutti morti e straziati e «la colpa di colui che divora si placa nella punizione di quel che viene divorato». Ciò che accade viene raccontato esclusivamente dalla parte del soggetto che subisce passivamente. Egli risulta dotato di strenua volontà di coscienza e di leopardiano disprezzo per la forza demente e cieca che governa il fuoco che tormenta. Del resto il sistema solare è rappresentato come «una periferica colonia penale dell’universo, una Caienna per omicidi e avvelenatrici, da tener in gran pena e in tristissima ambascia». Il motivo viene sviluppato poi ancora in direzione leopardiana, con l’ipotesi di una «sentenza stilata e depositata tanti mai secoli prima che l’ingegnosità degli dèi portasse a perfezione l’invenzione della nostra incomportabile nequizia». L’invenzione, tutta manganelliana, sta nell’idea che le sofferenze inferte al genere umano abbiano un sottinteso intento pedagogico. Su questo presupposto si fonda la ferma volontà del soggetto che dice «io» di non collaborare con le potenze vessatrici, ma anche la strenua insistenza nel costruire ipotesi, cioè invenzioni che raccontano e danno un senso alle altrimenti dementi frenesie della divinità impazzita. Il correre senza freni delle ipotesi conduce a un’immagine che tornerà poi ripetutamente in Manganelli; l’ipotesi finale è che non ci siano semplicemente salvati e dannati: le due parti si rivelano essere i lati contrapposti di un’unica sostanza, un unico dio.

Catatonia notturna pare testo scritto di getto, seguendo una sorta di cavallo lanciato e lasciato libero di scegliere autonomamente la propria strada. Un testo che fa della divagazione e degli scarti la materia prima del discorso, che si scempia e si frastaglia in Miti e Personaggi e nel quale il lettore di Manganelli trova motivi sviluppati più compiutamente in opere che già conosce. Motivi che qui troviamo allo stato di esplosione angosciosa e blasfema.

Giorgio Manganelli
Catatonia Notturna
premessa di Lietta Manganelli
Aragno, 2015, 134 pp., € 12

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