Viola Papetti

«Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto» scrisse Manganelli a commento della Mitobiografia di Ernst Bernhard (Adelphi 2000). Questo inanellarsi delle esperienze, che a Manganelli spesso piacque, era stato in qualche modo suggerito dal mitico Bernhard. Dopo questo Ur-viaggio africano trapassò ad altri golosi viaggi, ormai esperto, meno commosso, ma sempre mitopoietico, alla Bernhard appunto. Nel 1970 si era creata all’improvviso una catena di casi che alla fine lo inchiodò, riluttante, a quel mutamento drammatico, quasi un cambiamento di specie. Dalla simpatica ma anche umile condizione di scrittore sempre in poltrona, o sdraiato a letto dove passava pomeriggi con la matita in mano a leggere il libro preferito, trapassò di colpo a scrittore in cammino per il mondo. Occhio prensile che fissa mentalmente paesaggi e architetture – mai con la macchina fotografica – palato che gusta esotismi vari, naso che annusa incensi in chiese sparse ovunque. Se il motore primo era stato l’iperuranio Bernhard, la sua longa mano terrena fu Silvana Radogna, sua discepola e mia psicanalista alla fine degli anni Sessanta. Da lei ero arrivata su indicazione di Manganelli. Silvana – che in passato era stata amica di Bob Bazlen e Natalia Ginzburg – mi iniziò ai tarocchi e mi spedì da astrologhi e clairvoyant. In quegli anni era sposata con Carlo Castaldi, dirigente fantasioso e munifico di Bonifica, una società multinazionale per cui progettò di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa Orientale, dal Cairo a Dar es Salam, la Transafricana1 (in breve TA1).

Castaldi pensò a un gruppetto di esperti – una fotografa, un ingegnere, forse altri, e uno scrittore, che in qualche modo fosse il cantore dell’impresa – da spedire in Africa per circa due mesi. Aveva in mente due candidati per colui che doveva essere la mente e l’anima di quel viaggio speciale, e uno dei due era Manganelli. Incaricò Silvana di interrogare i tarocchi, e puntualmente sortiva quel nome. Castaldi prese la sua avventata decisione e mi chiese di saggiare il terreno presso Manganelli. Era disponibile per un’avventura del genere? Sì, Manganelli era disponibile, ma sospettoso. Il procedimento di quella scelta lo aveva sommamente indispettito e quei vecchi tarocchi, che Silvana maneggiava con tanta affettuosa sicumera, erano diventati il bersaglio apparente di un sordo furore. I Castaldi ci invitarono nella loro bella casa di Spoleto, e Manganelli fu un gelido convitato per tutta la cena. Ogni spunto di conversazione cadeva inerte sul piatto. Ma quando il contratto arrivò, lo firmò. Recava la data del 9 febbraio 1970, ed era indirizzato all’abitazione di allora, Via Monte del Gallo, 26, un villino con più appartamenti, situato sulla curva della solitaria stradina che si arrampica su per il cosiddetto monte. Non c’era riscaldamento in quella palazzina, ma aveva un’aria gradevole, un pò campagnola, e vi abitavano anche Gabriele Ferzetti e Vanessa Redgrave con il loro bambino.

Mi lesse ad alta voce la sua nomina a «responsabile dello scenario – qualsiasi cosa quel termine volesse dire per Castaldi – della revisione in lingua inglese dello stesso e degli altri elaborati componenti la documentazione ufficiale». La durata era di tre mesi (compresa la scrittura), il compenso tre milioni rateizzati. In caso di morte, Lietta poteva ambire a un massimale di 40 milioni. Un particolare che lo divertì.

Cominciò la processione dei vaccini, l’acquisto avido di guide e mappe, e di una esigua grammatica swahili. Ma lo swahili destò la coscienza di una lacuna ben più grave: quella del sanscrito. Se ne doleva molto, e mi consigliò di cominciare a studiarlo, io che ero giovane. Dell’acquisto di quello che riteneva l’equipaggiamento opportuno per un europeo che calpestasse per la prima volta suolo africano, non mi fece parola. Ma conoscendo le sue idee in proposito, retaggio di una influenza austro-ungarica patita nella prima gioventù, non mi meravigliai quando lo seppi. La completezza e la congruenza lo portavano fatalmente a una concezione formale e qualche volta leggermente sovraccarica dell’abbigliamento, oppure (che è la stessa cosa) a una supervalutazione della situazione a cui andava incontro. Fu così che al primo albergo africano apparve agli occhi della piccola compagnia in completo kaki, berretto con visiera e ombrello. «Dall’infanzia, una oscura memoria di esploratori ci suggerisce un’Africa per uomini forti, recenti letture giornalistiche suggeriscono un’Africa immersa in un’allusione cannibalesca che ci consente una agevole superiorità etica e un brivido di rassicurata lontananza». Quella fantasia adolescenziale lo rese inerme o lo difese dalla eccezionalità dell’esperienza africana? Mentre scrive Manganelli si sdoppia: unico modo per sbrogliare la matassa delle emozioni. Si fa antropologo che stabilisce un confronto serrato tra sé e l’altro, l’europeo e il tanto e solido mondo alle sue spalle (l’Europa, continente-città) e quel tantissimo e incerto mondo che gli è dinanzi, non abitato dall’africano con pari certezza, ancora intriso com’è di materia edenica. «Città rare e lontanissime; spazi indifferenti, un pachiderma planetario abitato e percorso da insetti lievissimi e provvisori».

A pensarci bene, solo in Africa poteva incontrare l’ingegnere Gianni Filippi e stringere con lui un’amicizia decennale da buontemponi in vacanza, viveur di buonsenso, libertini con giudizio. Cravattino a farfalla, un bracciale a ogni polso, capelli bianchi ondulati, estrose sortite alla Yorick, l’ingegner Filippi – che divenne l’ingegner Mosca del ritrattino asiano pubblicato su Playboy – fu il suo giocoso maestro di vita. Ebbe il privilegio di fotografarlo mentre faceva pipì contro l’orizzonte africano, un fortunato scatto che non volle cedere a Maria Corti. Durante il viaggio, Manganelli si era guadagnato il posto migliore nel gippone con l’insolenza del più debole. Si narra che tirasse il cappelletto a una mosca, ma non la prese; una scarpa a una rana gigante, ma quella non smise di gracidare; trovava intollerabile dormire in due in una stanza; si svegliò in piena notte per assistere all’arrivo del leone nel guado, ma lo perse; però vide, con una certa trepidazione, i coccodrilli che scendevano in spiaggia mentre su una piccola barca andavano dal lago Alberto al lago Vittoria. Sul confine con la Tanzania incontrò Alessandro Serpieri, illustre collega anglista, lui in piedi sul gippone che osservava gli animali. A Mombasa chiese l’indirizzo dell’albergo a un poliziotto chiaramente sbronzo che lo prese per mano e non lo avrebbe mollato senza l’intervento di Gianni.

Ancora Gianni in «europeise» spaventò un nativo minaccioso mentre attraversavano un quartiere all black. Non stupisce che poi una volta a Roma, Gianni-Lucignolo si vide affidato il compito di Master of the Revels dall’inetto ma volenteroso amico, e improvvisò per lui gite nei paesini del viterbese, cene notturne con pochi intimi nella tenuta di Vignanello, e fu il confidente di amori e errori.

Dopo il primo viaggio in Asia, Manganelli scrisse che il viaggiatore «è sempre e sostanzialmente un ricercatore di segni, di parole implicite, di “modi di dire”, di in folio e di brochures». Ma in Africa esistono brochures, in-folio, esistono parole implicite, «modi di dire» e tutta la ricchezza tesaurizzata da un linguaggio in cui tutto è stato già detto, e permette citazioni, commenti a piè di pagina, ricche riletture? Quei segni che il viaggiatore può interrogare, sono solo segni fisiologici. «Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta, qualcosa che non è mai stato vivo». Dal New Arusha Hotel, il 30 marzo mi spedì una letterina decorata di fauna africana: «... con l’aiuto delle piogge tropicali, riesco a scriverti: È un viaggio splendido e massacrante. Così stiamo facendo tappa sotto una pioggia scrosciante Queste settimane non abbiamo avuto tregua, stasera saremo a Dar es Salam... l’Africa è una incredibile meraviglia, ma che pesantezza. Poi ne parleremo, scriverne è impossibile. O un libro o niente». Il libro allora non ci fu, ma nella relazione per Bonifica l’Africa si definisce attraverso una serie di violente epifanie visive. Costole, ossame geologico di un cadavere geologico: montagne di ciottoli lavorate da un’acqua furibonda ed effimera, valli livide, tra giallo e ocra, luoghi inaccessibili, protetti o esclusi da barriere invalicabili. «Natura edenica, che ancora odora di creazione» come nel selvaggio cratere di Ngorongoro, e si impone in sorprendenti cataloghi di simboli. Ma anche menzogna che ci invischia in secolari «fantasie di liberazione, essenzialità, solitudine».

Quello che doveva essere un trattatello operativo per la progettazione della grande strada costiera, divenne l’emozionata confessione di un sentimento profondo di colpa e un di un pari senso di meraviglia. L’Africa coloniale poi, disegnata dal compasso delle potenze europee, è miraggio e incubo «nati dal nostro passato e dal nostro angustiato presente», terra promessa di violenze e impossibili utopie. Il 5 aprile dal Ghion Imperial di Addis Abeba: «Carissima Sua Turpidutine, io quest’anno la pasqua l’ho passata ad Arusha, Tanzania, sotto tonnellate di pioggia tropicale, zanzare da fare arrosto e lucertole con la retromarcia. Sono ad Addis Abeba, che è una miscela di via Cristoforo Colombo e Borgata Gordiani. Mendicanti e Alitalia. Non sono di buonumore, ho visto cose deprimenti anche per Alberto Sordi». E ancora da Addis Abeba, l’11 aprile: «Il viaggio procede nella parte conclusiva, sebbene non faccia previsioni; al più, saranno due settimane da oggi, e poi rieccomi nella terra dell’abbacchio. Io sto bene, sono solo un po’ stanco, e anche travolto dalle impressioni a valanga. Te ne parlerò, ti farò venire la nausea dell’Africa».

Il volo per il Cairo era fissato per il giovedì 15 o il venerdì successivi. Malgrado la stanchezza su suggerimento di Gianni fecero una puntata ad Atene, e al tramonto visitarono il tempio di Poseidone a Capo Sunio. Anni dopo, recensì una mostra di arte africana, ricordando: «Ho visto la prima volta il Partenone arrivando dall’Africa nera. Ho immediatamente preso in uggia, ho rifiutato la supponenza geometrica della macchina architettonica, quel rettilineo sfregio nella rotondità dello spazio, quella finzione di esattezza: un progetto per l’Europa; in realtà, un gesto di violenza ragionevole nei confronti della stessa demonicità greca, un rifiuto di Eleusi, e di Colono, la cancellazione dei dactyloi di Cibele, del banchetto di Tieste, delle orge silvane di Dioniso e di Pan. La Grecia non era la processione delle Panatenaiche, disegnate da Fidia, in odor di peculato, era la caldaia di Medea. Tutto questo era chiaro perché venivo dall’Africa nera, l’Africa magmatica, informale, deforme, il grande corpo planetario che essuda forme, coaguli di immagini, carmina e amuleti: una terra in cui l’uomo, essere labile e spaventato, ininterrottamente tratta la propria sopravvivenza con l’indifferenza del mondo...» (Geometria dell’esorcismo, giugno 1987, rist. in Salons, Adelphi 2000).

Nei mesi caldi che seguirono, Manganelli e Castaldi ridiscussero a lungo i contenuti della relazione, e ne venne fuori una seconda relazione, in qualche modo un compromesso. La prima aveva mirato al cuore del progetto neocolonialista di Bonifica, e ne aveva criticato le ragioni antropologiche profonde. La costruzione della TA1 avrebbe reso quella parte di Africa più comodamente vendibile alle agenzie turistiche: nuovi alberghi, i nativi arruolati come personale alberghiero sotto una nuova forma di apartheid, centri ferroviari che avrebbero generato nuove città in incerto rapporto con il mondo tribale alle spalle. La città africana non si lega all’ambiente, lo stato africano non è nazione, le guerre per i confini restano una triste eredità coloniale. Cosa può portare la modernità a questa Africa segnata da angosciose contraddizioni? «Catturato nel suo spazio vasto e intransitabile, irretito in una splendida e angosciosa trama di animali, insetti, alberi, argilla e rupi, l’africano è prigioniero dei suoi luoghi senza confine». L’intimità di quelle terre è oggi parzialmente violata da una turismo che si aggruma in certi luoghi circoscritti. Ma quanto l’Africa, nella sua complessa e fratturata identità, può valersi dalla esposizione al contatto con il mondo occidentale? Quali benefici ne può trarre? «Forse il regalo più ambiguo, euforico e rischioso, sta appunto nella proposta della speranza. Solo la speranza per quanto incauta e temeraria può dare il colpo fatale al mondo della tribù, al tempo lento della vita, la preistoria patologica. Chi può misurare quanto sia fonda e irreparabile la ferita simbolica che a questa vita viene dal passaggio di un aereo, o dal contatto con il metallo di una macchina?».

In luglio un Manganelli in canottiera, accaldato e maldisposto, si apprestava a dare più speranza alla speranza. Si rimise alla macchina da scrivere e batté nervosamente una relazione lunga il doppio della prima, dove con pacatezza dava conto delle tante letture, distendeva il groviglio delle emozioni in sette capitoletti, doverosamente titolati dal dattilografo di Bonifica, e probabilmente da lui approvati: Europa: privilegi e disagio attuale e prospettico, Africa: malessere attuale e prospettico, Atteggiamento dell’Africa verso l’Europa, Atteggiamento dell’Europa verso l’Africa, Intervento tecnologico: obiettivi generali-forme generali, L’intervento tecnologico in Africa Orientale. Nella Conclusione si auspica che il progetto di Bonifica per la prima volta nell’Africa postcoloniale possa offrire «il modello di un intervento che non abbia l’Europa come unità di misura», anche se prevedibilmente la TA1 avrebbe generato non poche difficoltà. Manganelli dà prova di genialità sartoriale nel tentativo di ricucire la nascente poetica postcoloniale di rivendicazione e riconoscimento al pragmatico neocolonialismo ferroviere e alberghiero, portatore di moneta. «È il primo ideogramma destinato a integrarsi in un nuovo mondo linguistico, un mondo nuovo per l’Europa, liberata dalla sua solitudine coatta, e la prima indicazione di un linguaggio con cui l’Africa sarà in grado di sperimentare e progettare il proprio destino nei termini della civiltà moderna».

Castaldi non abboccò, e lo considerò, a torto, un banale trattatello storico-sciologico-economico che non avrebbe lanciato la sua avventura africana nei cieli della fattibilità. Non ci fu infatti una TA1, e tantomeno una TA2 o 3 o 4. Nella recensione all’arte africana, Manganelli concludeva: l’Africa «è un gigante anonimo, ma è anche un gigante terrorizzato, e che produce ciò che chiamiamo “arte” per placare la demonicità che lo insidia… Perché il mondo africano non ama né il principio di identità né il principio di contraddizione, consapevole della ambiguità rovinosa dell’umano, il plasmatore vede nell’ipotesi di figura umana – mai meno di un’ipotesi – un’allusione animale, un segno infero e un’insegna regale, un indizio di danza e un copricapo bellicoso e cerimoniale; il sasso, la bestia, il fiore confluiscono in una invenzione del mondo che non rinuncia mai alla propria terribilità». Tanto più terribile in quanto illeggibile, se non attraverso le forme demoniache dell’arte. Non tornò più in Africa, un continente senza scrittura.

Si propone qui, per gentile concessione dell’editore, la postfazione di Viola Papetti a Giorgio Manganelli, Africa, Milano, La Vita Felice, 2015 (80 pp., € 12)

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