Uno speciale su Manganelli con testi di Cortellessa - Francucci - Manganelli - Dattilo - Pulce - Papetti - Borelli **

DAL NOSTRO INVIATO NELL'ALDILÀ
Andrea Cortellessa

Un quarto di secolo fa, il 28 maggio 1990, moriva Giorgio Manganelli. A sentire Viola Papetti se lo sentiva ormai da un pezzo, d’essere arrivato alla fine (e questo spiegherebbe forse il gesto di sigillarsi, l’anno prima, in un’Antologia privata che risulta ottimo baedeker, oggi che viene riproposto da Quodlibet, per il manganelliano in erba); mi piacerebbe capire quanto, fatta la tara al sarcasmo di prammatica, potesse immaginare per sé il futuro postumo (lui che di morte, e di postume gesta e simposî, tanto aveva fantasticato in vita) che gli è toccato.
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I LIBRI NON ESISTONO: MA ESISTE IL NOSTRO FARSI CARNE ANCHE DI LORO
Giorgio Manganelli con una nota di Federico Francucci

Leggere i cinque quaderni di appunti critici scritti da Manganelli tra 1948 e 1956 (ora custoditi presso il Centro manoscritti dell’Università di Pavia, fondato da Maria Corti) vuol dire prima di tutto assistere, seguendo i tracciati della penna, alla maturazione, o alla fabbricazione, di una personalità: e questi sedimenti di una soggettivazione che si riattivano sotto il nostro sguardo mostrano ampie zone di contatto sia con le poesie giovanili (pubblicate da Daniele Piccini nel 2006 per Crocetti), sia con la straboccante officina coeva del prosatore, molti anni prima dell’esordio ilarotragico (1964), una porzione della quale è stata resa nota da Salvatore Silvano Nigro (nell’importante collettore postumo di inediti Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi 2011), ma che resta ancora ampiamente inesplorata.
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DISCORSO SULLA DIFFICOLTÀ DI PARLARE COI VIVI
Emanuele Dattilo

Un giorno di maggio di venticinque anni fa, Giorgio Manganelli morì. Ciò non turbò particolarmente i suoi lettori, abituati a un’incerta cognizione della sua esistenza, sospettosi da sempre della liceità di ogni biografia. È vissuto, Manganelli? Chi scrive si esercita a morire da giovane: consegna il suo ancora balbettante discorso all’inchiostro e alla carta, lascia che le parole gli precipitino avvizzite giù dalla lingua, perdendo così il timbro vivace della propria voce, per farsi gelide cifre alfabetiche, a volte arroganti missionarie di un significato. Ma ecco, si sta già presentando la più irresistibile delle tentazioni per chi scrive di Manganelli: quella di manganellizzare.
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COSE CHE NON ESISTONO
Andrea Cortellessa

Quando apparve la prima volta (presso Rizzoli, nel settembre dell’89) la borgesiana, testamentaria Antologia privata ora riproposta dalla «Compagnia Extra» Quodlibet, col suo proverbiale feticismo per le copertine – e ben assecondato dalla grafica di John Alcorn – Manganelli evitò le immagini pittoriche prescelte in precedenza, optando nella circostanza per un gusto essenziale-epigrafico, lapidario-perentorio, funereo-solenne.
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MANGIARE LA NOTTE
Graziella Pulce

Se il motivo della notte intride più o meno capillarmente larga parte della scrittura di Manganelli, quello del cuocere e del mangiare è motivo molto più discreto, o meglio metamorfico e spesso dissimulato, ma che una volta marcato si evidenzia con una fitta rete di presenze distribuite regolarmente lungo l’arco che va da Hilarotragoedia fino alla Palude definitiva.
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MANGANELLI L'AFRICANO
Viola Papetti

«Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto» scrisse Manganelli a commento della Mitobiografia di Ernst Bernhard (Adelphi 2000). Questo inanellarsi delle esperienze, che a Manganelli spesso piacque, era stato in qualche modo suggerito dal mitico Bernhard. Dopo questo Ur-viaggio africano trapassò ad altri golosi viaggi, ormai esperto, meno commosso, ma sempre mitopoietico, alla Bernhard appunto.
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FANTASMI, VOCI E SIMULACRI DEL SENSO
Massimiliano Borelli

Chissà se finalmente, nel prossimo futuro, tornerà disponibile al lettore italiano di Giorgio Manganelli uno dei suoi libri più affascinanti e meno conosciuti, quel Rumori o voci che dalla prima edizione Rizzoli del 1987 non è mai più stato ristampato. Sarebbe un peccato se così non fosse, perché proprio da lì un neofita manganelliano potrebbe proficuamente iniziare a addentrarsi nel cosmo sulfureo e discenditivo apparso nel 1964 – data dell’esordio hilarotragico – nelle lettere italiane.
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