Giorgio Manganelli con una nota di Federico Francucci

Leggere i cinque quaderni di appunti critici scritti da Manganelli tra 1948 e 1956 (ora custoditi presso il Centro manoscritti dell’Università di Pavia, fondato da Maria Corti) vuol dire prima di tutto assistere, seguendo i tracciati della penna, alla maturazione, o alla fabbricazione, di una personalità: e questi sedimenti di una soggettivazione che si riattivano sotto il nostro sguardo mostrano ampie zone di contatto sia con le poesie giovanili (pubblicate da Daniele Piccini nel 2006 per Crocetti), sia con la straboccante officina coeva del prosatore, molti anni prima dell’esordio ilarotragico (1964), una porzione della quale è stata resa nota da salvatore Silvano Nigro (nell’importante collettore postumo di inediti Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi 2011), ma che resta ancora ampiamente inesplorata; sono inoltre il terreno della prima formulazione, già molto fine e articolata, di molti giudizi che si ritroveranno, più elaborati ma perfettamente riconoscibili, lungo tutta la produzione critica di Manganelli.

Letti e citati ormai da diversi studiosi, pubblicati in parte da Andrea Cortellessa nel numero manganelliano di «Riga» (2006), questi materiali – interessantissimi per la miscela di journal intime, penetrante affondo critico e sollecitazione fantastica impressa ai testi che li anima – sono particolarmente importanti perché, se da una parte precisano, fornendole un retroterra, l’immagine culturale abitualmente associata a Manganelli (il lettore maniacale in grado di trasformare in retorica tutto ciò che tocca; il demiurgo e cerimoniere di una letteratura intesa come sontuoso arazzo linguistico steso sul nulla), dall’altra mostrano una soggettività molto più variegata e combattuta, spasmodicamente tesa, negli anni convulsi e disperati della sua formazione, a fare attrito sulla realtà declinando il letterario attraverso un’ampia serie di tonalità politiche, storiche, filosofiche, sociali, con un’ampiezza di orizzonte esistenziale e teorico che non sarà più così apertamente dichiarato (senza con questo dissolversi, tutt’altro) nelle pagine a venire; pagine che invece conserveranno, di questi antichi quaderni, la voracità propriamente letteraria (autori latini e greci, letteratura medievale europea, letteratura moderna inglese, americana, francese e italiana).

Tra i percorsi possibili in queste scritture, che si sviluppano tra gli estremi dell’annotazione fulminante e del minisaggio, ne ho scelto uno brevissimo che assembla appunti stesi tra il ’51 e il ’53 e mostra, sovrapposti e inscindibili, un Manganelli noto a tutti e uno insospettato ai più. L’«orso» insieme «prepotente» e «impotente» che proprio mentre cerca il modo di far diventare carne la carta, ossia di lasciare che il suo corpo, ciò che lo inserisce nel mondo, sia modellato dalle letture e queste divengano così vero organo di contatto con l’altro da sé, se ne sta barricato tra i libri producendo il suo isolamento e la sua separazione, è chiaramente imparentato con le figure della sovranità che tanto più incrudelisce quanto più vuoto – puramente verbale – si rivela il suo dominio; figure che lungo tutto l’arco degli appunti Manganelli ritaglia dai testi più vari, e che soprattutto individua nei drammi elisabettiani e negli amatissimi plays shakespeariani, letti e riletti per tutta la vita (come documentato dalla biblioteca dell’autore, anch’essa conservata a Pavia). L’analisi inesausta del character regale o tirannico, accompagnata a quella della violenza devastante, follemente distruttiva e autodistruttiva da esso esercitata, è una strada maestra dei quaderni che permette di legare il vissuto autobiografico di Manganelli alle tante numinose concrezioni vocali del sovrano disseminate nella sua opera: e fin qui la continuità sembra perfetta, e la solidarietà con il Manganelli più pubblico, totale. Ma in questi appunti si vede anche come, in una maniera non clamorosa ma riproposta con tenacia, tutte queste figure siano ricondotte anche, e esplicitamente, a uno scenario storico terribile e ancora molto recente quando Manganelli scriveva, quell’avvento in Europa di nazismo e fascismo che aveva portato alla Guerra Mondiale.

All’inizio degli ani Cinquanta, insomma, è evidente che quando Manganelli pensa al sovrano non può non associare questo personaggio a quelli di Hitler e di Mussolini (e, in letteratura, a quello del d’Annunzio più sciaguratamente trombonesco e guerrafondaio); e che l’ambivalenza fatta di fascinazione e ripulsa nei confronti della regalità onnipotente e vuota non dipende solamente da ragioni personali e psichiche, ma anche, almeno altrettanto, da ragioni storiche e politiche. Ragioni che in questi quaderni si fanno sentire ancora molto bene, e sulle quali più avanti, invece, calerà il silenzio.

Ma forse è arrivato il momento di pensare che il dissidio, la profonda scissione che attraversa la letteratura manganelliana, e la sostanziale indecidibilità che è il suo più evidente approdo, abbiano, insieme a quella psichica, anche un’altra radice. Se il sovrano manganelliano non ha nome sulla pagina (pensiamo per esempio a Un re, in Agli dèi ulteriori; ma ci sono tanti altri casi), è anche perché i nomi che la storia suggerisce sono troppo orribili da pronunciare.

Federico Francucci

Dagli Appunti critici
[29-11-1951]

Il metodo dello studiare, e dell’usare dello studio come nutrimento di idee, è tutt’uno con il sapere coscientemente riconoscere noi stessi, e naturalmente aderirvi. I libri non esistono: ma esiste il nostro farsi carne anche di loro. E sono anni che mi affatico a cercare il come, e tra i miei libri me ne sto goffo e prepotente come un orso, e sostanzialmente impotente. Sono afflitto da una vera, continua, maligna impotenza, che riconosco affatto estranea al mio carattere, ma che c’è, come un porro sul naso, o un odore fastidioso di vivande di terz’ordine. È la mia volgarità, una sorta di fisiologicità intellettuale: una cosa vergognosa.

[29-11-1951]
È incredibile: se dentro di me i «liberali» arrivassero al potere, dovrebbero in primo luogo promulgare una «carta dei diritti» da cui dovrebbe risultare che io posso leggere tutti i libri che voglio, guardare tutti i quadri, ascoltare la radio, eccetera. Ma io vivo sotto una sorta di Gran Khan, che è assistito da una polizia occhiuta e maliziosa, e che cerca da ogni parte l’odore dei liberali: e ogni tanto ne impicca qualcuno. Di notte, scrivo sui muri interni, (magari dell’orinatoio) – abbasso il Gran Khan.

[30-12-1951]
La nostra civiltà è ancora infantile e piena di Dio: un Dio pasticcione inframmettente e reazionario, come tutti gli Dei. (E quanta paura, a scrivere queste parole!) Ma altrove Dio è come una gran massa, che si sbriciola educatamente; presto, dove si ergeva il massiccio corpo della divinità, sarà un’aria trasparente, senza ostilità, neutra, che attraverseranno anche i nostri bambini.

[10-2-1952]
Le Barbier de Séville del Beaumarchais (1755): (manifestazione) contemplazione – e accettazione – del vitale: secondo un ritmo, una carità, una coerenza, che porta quasi alle lacrime. È difficile scegliere per sé la gioia, la volontà di vivere, la fedeltà all’istante, ed alla sua nobiltà, è difficile non fare né simboli né ideali, non pregare, non accusarsi, non fuggire, accettare voglie, capricci, tenerezze, e la propria meravigliosa mortalità. Ecco qui tutto ciò: ecco la più «religiosa» volontà di vivere: quelle creature hanno un movimento di fibre e di membra, che sta nel profondo, interessa tutto il corpo, e non l’anima che sanno mortale. Ma neppure lo sanno, così sono intenti a quel meraviglioso, faticoso (Figaro è pieno di fatica) compito di fabbricare i mattoni dell’esistenza. Di rado capiterà di leggere pagine di una felicità così impudica e aggressiva: e tanta umiltà, in questo accettare, ricompensata con l’inverosimile gioia che il computo delle proprie membra dà alla creatura.

Dobbiamo benedire la Francia: è stata il territorio d’asilo della gioia, quando da noi non la voleva nessuno. E ora, chi la vuole?

[16-2 -1952]
Non vi può essere alcun dialogo tra apparati, tra organizzazioni: queste non possono cedere senza mettere in forse la loro continuità vitale. Devono vincere o morire. Sono idee «corporali». E che cosa significa essere «antifascisti»? Significa portare la persona al luogo degli organismi, i problemi autentici al posto delle false soluzioni. In Italia l’intelligenza è stata assediata dalla miseria, dalla immobilità, e coperta dall’affettuoso mortorio di tutte le chiese, culminante in Chiesa Cattolica e Fascismo: ipocriti e tracotanti, tutti i filistei della società italiana.

[21-2 -1952]
Richard Wright: Native Son (1940) Come l’altro di Wright (Uncle Tom’s Children) libro sfacciatamente problematic, non propriamente a tesi, nato da una tensione di problem oggettivi e insieme morali, umani. Libro-messaggio e insieme libro. Generalmente i messaggi danno ai nervi. Ad ogni modo Wright quando scrive non dà l’impressione di avere tutto il libro in mente dal principio. Due terzi di questo sono racconto puro, nudissimo, senza la minima pausa, affatto cinematografico. Le ultime 80 pagine sono tutto fuorché racconto. Sono un’esplosione.

Ma c’è altro: c’è questa idea di una colossale, collettiva frustrazione, di tutta una fetta dell’umanità, e c’è quella figura di Bigger, che uccide per caso, e poi «accetta» il suo omicidio, e lo usa come un’arma, come strumento per vivere. Quell’uomo che uccide per capire, per essere reale, per lavare quell’usurpazione, quel tradimento che su di lui eseguiscono le «facce bianche». In questo senso, ecco l’avvocato: «perché la morte di Mary significhi qualcosa» chiede la vita per Bigger: l’assassino e l’assassinato si spiegano a vicenda, e insieme spiegano tutto l’universo, sono il segno della contraddizione, del disaccordo. Assassino e assassinato eseguiscono il dialogo più autentico, e l’atrocità del loro esistere in quella forma (metafora) rivela l’atrocità di qualsiasi altro esistere, solo apparentemente diverso e più umano, ma ugualmente gettato a naufragare in uno dei termini del dialogo. Tuttavia assai importa che tra assassino e assassinato ci sia definitiva chiarezza e pietà. Solo «dopo» (dopo lo scacco universale del delitto) ci può essere umanità e pietà e dialogo, che presuppone una così bruciante pietà da fare dei due esseri, due tempi di una allacciata dialettica. Come sempre, l’assassino e l’assassinato sono coloro che si sono spinti più avanti – né è detto che ciò implichi coscienza – quelli in cui l’eterna frattura della realtà si fa sensibile, assieme ad un aut aut. Dice Wright: se l’assassino verrà punito con la morte, ciò vorrà dire che noi non vogliamo capire, per cui la frattura si farà più totale, e l’assassino e l’assassinato diventeranno i terribili protagonisti di tutti i giorni. Noi sappiamo che ciò è assolutamente vero: e tuttavia quel dialogo continua, la frattura è orribile, ma morti e uccisori si affacciano ai due lati, e continuano il dialogo. Credo che sia «giusto» uccidere Bigger: che sia giusto che il numero degli assassini cresca: che l’odio inconscio, e il non-essere divengano tanto alti da rendere necessario un ultimo aut-aut, che sia fra l’essere e il non-essere, totali, senza equivoci. Ma la storia ci dimostra che i mostri sono sempre uno di meno del necessario per aprire gli occhi. Wright – è importante – non ci dice di avere simpatia per Bigger: ma ci dice di considerare Bigger come il segno clamoroso di un male oggettivo. Non è l’assassino: è il portatore di una condizione di assassinio, non metafisica, ma storicamente determinata. È scelto. So che è perfettamente reazionario, ma come non dubitare se questa condizione non sia assoluta, non storica, trascendente? (Lutero) Quella frattura è realmente componibile? Ma so che è un fascino pericoloso. L’assassino e l’assassinato possono essere due termini di dialettica fisiologica, necessaria e perciò inutile: e possono vedersi come le punte del dialogo, dialogo parzialmente libero (totalmente libero come dialogo) e quindi momento attivo, luminoso, irripetibile. Per amore di questo dialogo, occorre lottare. Ma dov’è la sintesi? Noi non crediamo nell’al-di-là, ed è terribile questa angoscia di una sintesi terrena, cui sappiamo che non arriveremo.

[11-1 -1953]
Gloucester del Riccardo III non è un nazista, così come nazista non è Machiavelli: i fascisti non erano la tecnica pura, ma la tecnica usata come liturgia del mito. Erano, specie in Germania, gli uomini delle tribù: adoratori del sole, in mezzo alle lucide superfici delle dinamo. Gloucester è forse un «caso patologico»: ma perfettamente consapevole; l’odio è un presupposto, ma Gloucester è tecnica. C’è una forza non solo romantica:

Lady Anne: Villain, thou know’st no law of god nor man:
No beast so fierce but knows some touch of pity
Gloucester: But I know none, and therefore am no beast.

È esatto: Gloucester non è una bestia; anzi, la sua delinquenza è eminentemente intellettuale, addirittura cerebrale.
La sua superiorità sugli altri è enorme: si veda con Lady Anne, che gli sputa addosso, per poi sposarlo e farsi amare da lui. Pure è sconfitto, perché la sua delittuosità intellettuale è in certo senso inutile, gratuita: stilista dell’omicidio, Riccardo III è per la sua assenza di passioni terrene, incapace di mettersi in fila e coonestare la sua atrocità sotto una volontà universale. È il tiranno, supremo aborto di una razza, ma in fondo estraneo a politica e società. Chiusa la guerra civile, l’episodio di Riccardo resta inutile e incomprensibile: aberrante impasto di demenza – o di sola intelligenza.

[11-1-1953]
Macbeth: si è detto che è il «dramma del rimorso»: non è tutto vero. È il rimorso religioso: qui il peccato è in special modo sacrilegio. Shakespeare qui pare avere inteso che il mondo delle cosiddette «passioni elementari» è un mondo assai complesso, ma non nel senso che implica inquietudine morale o una qualsivoglia problematica – ma perché implica una fase religiosa, in cui tabù e allucinazioni fanno le veci di un mondo morale. Macbeth è in bilico tra le pure forze della religione della tribù, – santi e demoni – e una sua condizione anarchica, istintiva e inconsapevole. Il suo delitto viola un tabù: per compierlo si è affidato alla diretta potenza di una malignità demoniaca che direi «locale»: non c’è la categoria del male, ma i suoi procurataori nell’ambito della tribù. Sottratto così alla garanzia della tribù, Macbeth, affatto isolato, eseguisce delitti «puri»: ma sempre li eseguisce perché in lotta con la tribù, e con ciò che in lui è tribù. Qui non c’è fato greco, ma fato barbarico: quasi una elasticità del tabù, che si potrà conculcare ma non spezzare. Finirà annientato, ma ingiudicabile.

Fisica e profezia e allucinazioni: Shakespeare non è mai stato tanto selvaggio: un discorso in cui la coscienza galleggia come puro aggregato di simboli. E mai è stato più «religioso», più consapevole di quella follia che tenta di inquadrare l’universo nei suoi schemi allucinati e impermanenti. Macbeth tenta di uscire dalla religione per la strada sbagliata: cercando di «uccidere» una intera realtà, se ne fa un frenetico difensore. Assassino, ucciso alla fine, è un testimone, un martire: tutta la sua follia è un inno alla tribù.

[17-1-1953]
Passando dal Cambyses al Gorboduc si ha un sobbalzo, come a lasciare una carrettiera per una autostrada: attacca subito con versi lisci, ben pettinati, esclamazioni di scuola, eccetera. Si sente che è gente di buona famiglia, e da piccoli prendevano lezioni di ballo. Ma di codesta versificazione si può dire quel che Eliot dice di Milton: muraglia cinese. Ma qui muraglia scolastica, molto decente, ma senza grandezza, neppure quella perversa verticalità di Milton. Cioè, una cosa piuttosto inutile. Dà l’idea di una recita maldestra, ma che spiri una certa nobiltà, lustra di titoli. Ma Gorboduc non è poi una cosa tanto innocente: è raro che la perfetta retorica sia innocua. Gorboduc è un libello poetico, nato in una classe affetta da fascismo high-life: e tutta quella lentezza scolastica di effetti e parole, è la metafora di quell’ordine fatto di buona scuola, devozione degli inferiori, di una coincidenza divina di moralità e classe sociale. L’eterna nostalgia dei reazionari. Ma qui la somma emozione è la rispettabilità. Un filisteismo di buona marca, educato, ma non perciò meno feroce. Le pagine dove rimane la lotta coi popolani insorti sono calma e compunta apologia del massacro. Il paternalismo diventa sempre, allo stato finale, gangsterismo a sfondo religioso. Molti delitti: nessuno in scena.

Come nei classici, racconti di nunzi. Mi chiedo se questa retorica pigra non sia una testimonianza aristocratica: un certo disdegno della vitalità; non si uccide: si ascolta il racconto dell’uccisione. È più distinto. La vita sporca. Il fascismo che noi conosciamo era invece eminentemente teppistico.

A questa gente secca molto che il popolo possa «giudicare» il principe. Moralità come classe, dunque. È curioso notare che questi problemi non appaiono affatto casualmente nell’opera: tanto che si sa che Norton tolse dei versi, quando diventò puritano. Versi di politica, si intende. E infatti la «conclusione» è un lamento sui mali della società non saldamente retta da un «uno». Tuttavia non c’è aria di tribù: qui sono usate, con sereno distacco, le istituzioni della tribù: ma il valore sacramentale è perso. Non follia, dunque: filisteismo puro.

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