Emanuele Dattilo

Un giorno di maggio di venticinque anni fa, Giorgio Manganelli morì. Ciò non turbò particolarmente i suoi lettori, abituati a un’incerta cognizione della sua esistenza, sospettosi da sempre della liceità di ogni biografia. È vissuto, Manganelli? Chi scrive si esercita a morire da giovane: consegna il suo ancora balbettante discorso all’inchiostro e alla carta, lascia che le parole gli precipitino avvizzite giù dalla lingua, perdendo così il timbro vivace della propria voce, per farsi gelide cifre alfabetiche, a volte arroganti missionarie di un significato. Ma ecco, si sta già presentando la più irresistibile delle tentazioni per chi scrive di Manganelli: quella di manganellizzare. Essendo Manganelli certamente non un uomo, ma una specie di cristallo puro di linguaggio, una retorica assoluta, questa tentazione è particolarmente forte, in quanto la retorica è per sua natura astratta, impersonale e contagiosa. La sfida impervia in cui si deve provare ogni suo critico è quella di abbandonarsi dolcemente a questo linguaggio, assaporarlo e lasciarsene pervadere totalmente, e tuttavia, per non scimmiottarlo, opporre una resistenza che permetta di contemplarlo in trasparenza.

La lingua-Manganelli è dunque, come abbiamo detto, una lingua morta; morta, sia chiaro, ben prima di quella giornata di maggio di venticinque anni fa. È una lingua che ha riconosciuto sin dall’inizio nella morte, nel non-essere, il presupposto e il centro di ogni autentica esperienza letteraria. La lapide che egli si scrisse, a facilitare i suoi commentatori e commemoratori, come quarta di copertina di uno dei suoi ultimi libri, Antologia privata, recitava: «Egli era stato assai competente in fatto di Cose che non esistono»; e Manganelli percepì da subito se stesso come non totalmente esistente, come – secondo una celebre figura di Hilarotragedianonnato. Ma come può, un nonnato, morire? Bisogna partire dall’apparente paradosso secondo cui la morte non ha nulla a che fare con l’interruzione della vita, ma rappresenta piuttosto uno stato incoativo, dinamico della vita stessa, come ebbe a scrivere un autore massimamente manganelliano: «Ponete il punto della morte in mezzo al circolo della vita (la quale in fatti tutta intorno a lei si rivolge, essendo, come diremo, il vivere un continuato morire) avete sopra che condurre i pensieri a conoscere verità, e gli affetti a intraprendere utilissime operazioni» (Daniello Bartoli, L’uomo al punto, cioè l’uomo in punto di morte). Allo stesso modo, una lingua morta non è una lingua storica che ha cessato di essere parlata abitualmente da alcuni locutori, ma è una lingua che ha fatto dell’impossibilità di essere pronunciata il proprio centro, una lingua la cui predicazione nel mondo si è resa costantemente impossibile. La letteratura è questo discorso di un morto ad altri morti, e ogni lettura ha il suo archetipo nell’«intervista impossibile», nel dialogo con un morto; scrittore e lettore si incontrano in un luogo imprecisato, simile al Bardo tibetano, lo stadio intermedio tra vita, morte e rinascita: un puro spazio linguistico.

«La letteratura come menzogna» parte da questo paradosso: il linguaggio non può che falsificare totalmente il mondo, la letteratura è un’immensa fantasmagoria che non ha nulla a che vedere con la cosiddetta realtà, e anzi le si oppone di fronte come la morte davanti alla vita; tuttavia non esiste che il linguaggio, ogni cosa e ogni accadimento di cui facciamo esperienza, dal più sordido al più metafisico (e in Manganelli queste due dimensioni tendono sempre a coincidere), è intriso e bagnato di parole e di letteratura. Questa tesi, implicita a tutto il discorso manganelliano, è alla base di un più grave paradosso che i suoi lettori conoscono bene: pochi scrittori del secolo scorso sono stati così straordinariamente speculativi come Manganelli, nessuno ha mostrato lo stesso allucinato e irrefrenabile estro metafisico, diretto ai temi più disparati del pensiero, dal linguaggio alla morte, dall’amore a Dio; eppure pochi scrittori, come lui, hanno rivendicato con maggiore forza la propria ostinata volontà di non dire assolutamente nulla, il fatto che la scrittura sia fatta soltanto di parole, prive di significato e di direzione. Come vanno prese allora le tesi filosofiche che Manganelli enuncia, in forma assertiva di trattatista barocco o in quella divagante del fool metafisico, con un rigore e una precisione spesso insuperabili? Sono, le sue idee, soltanto parole, o vanno prese invece sul serio?

Il tentativo di avvicinarsi a questa questione può generare due errori: il primo è quello che potremmo chiamare, in senso lato, «nichilistico», che fa esistere solamente il linguaggio che ruota su se stesso, privo di mondo; il secondo è quello che si potrebbe chiamare «realista», che fa esistere le cose rappresentate come se esistessero prima e fossero indipendenti dalla lingua che le espone. Da un lato, cioè, il rischio è quello di prendere Manganelli come un geniale inventore di paradossi e di mirabili giochi linguistici, un virtuosistico devoto della forma estetica, da collocare nel ristretto ambito della post-avanguardia, sulla serietà dei cui contenuti non bisogna però attardarsi. L’altro rischio è quello, sempre presente quando si parla di letteratura, di prendere invece le idee esposte nei suoi libri come delle vere e proprie teorie enunciate sul mondo e sul linguaggio, al pari delle tesi di Wittgenstein o di Heidegger, e quindi liquidare come un vezzo o una perdonabile civetteria le dichiarazioni sul «non aver nulla da dire» o sulla letteratura come menzogna, e soprattutto considerare queste tesi deponendo come un accidente secondario la funambolica, euforica lingua in cui vengono enunciate. Queste due tesi sono, a ben vedere, speculari e non colgono la peculiare relazione che Manganelli istituisce tra linguaggio e mondo.

La risposta a questo dilemma, che riguarda più in generale il rapporto tra la letteratura e il suo contenuto di verità, si trova a mio avviso in quella summa del pensiero manganelliano che è Nuovo commento. L’operazione che avviene nel libro è nota: in esso viene svolto con acribia un puntuale, esaustivo commento a un testo che non c’è e che non conosciamo, di cui non abbiamo alcuna traccia. Come avvisava ironicamente e ingannevolmente la fascetta posta sulla copertina della prima edizione: «Il libro è “altrove”». La peculiarità straordinaria di questo libro è che il commento, apparentemente subordinato vademecum per la lettura, diventa qui il testo stesso; l’apparato di note e di scholia che costituisce il Nuovo commento si è reso infine autonomo rispetto al fantomatico testo di partenza, talmente prossimo ad esso da divorarlo e trasformarsi anzi nel testo medesimo. Poniamo che il linguaggio non sia che una sorta di «commento» al mondo e alla realtà: esso tende gradualmente, per una sorta di irrefrenabile smania amorosa, ad avvicinarsi e a trasformarsi in ciò che descrive, di cui pretende di parlare, e a farsi assoluto. Non è vero che in Nuovo commento il testo non vi sia: esso risiede come un sogno all’interno del commento stesso, ormai diventato testo; è il desiderio che il commento è riuscito finalmente a realizzare. Ogni parola è, dunque, «parallela», in quanto la realtà che vuole toccare non è di natura diversa o eterogenea rispetto alla propria, ma tende invece ad esistere dentro essa («Il “libro parallelo”», dice Manganelli nell’introduzione al suo Pinocchio, «è tale all’interno del libro che persegue»).

La differenza tra il linguaggio e il mondo viene annullata e inghiottita nel furore centripeto del linguaggio commentatorio. Il primato del linguaggio, in Manganelli, non vuol dire che ci siano soltanto parole prive di realtà, ma significa piuttosto una totale, reciproca compenetrazione tra parole e mondo, per cui il mondo abita nascostamente all’interno del linguaggio, e la lingua a sua volta vive una vita autonoma e parassitaria nel cuore del mondo, come Pinocchio all’interno della balena. La vocazione metamorfica del linguaggio – di cui possiamo prendere come figura allegorica proprio Pinocchio – è la sua possibilità di diventare mondo, di avere il suo stesso statuto, di ruotare intorno ad esso come attorno ad un punto in cui va lentamente trasformandosi; rispetto alla «realtà», quest’astrazione retorica, il linguaggio non può però che essere finzione, proprio in quanto si esilia per un attimo da se stesso e simula un discorso sulle «cose che esistono».

Nuovo commento si conclude con uno dei numerosi intermezzi narrativi che contraddistinguono i primi libri manganelliani e che costituiscono, qui come in Hilarotragedia, dei veri e propri trattati metafisici esposti in forma narrativa, in cui le astratte architetture concettuali accettano di mostrarsi nei panni dimessi della prima persona singolare. Il testo a cui ci riferiamo è la memoria finale del figlio dei divinatori, in cui il protagonista rievoca in punto di morte la propria breve e dissennata vicenda terrena, suggerendo quindi con una certa timorosa reticenza la propria scoperta. Il mondo si era dato, ai genitori di lui e a lui medesimo, nella forma di un immane, disordinato ammasso di linguaggi e di retoriche eterogenee, di cui lui per primo intuì una coerenza formale, arrivando infine a sospettare la possibilità di leggere nei più svariati lacerti verbali, che baluginavano nelle foglie o nel vento, gli echi di un unico, sotterraneo, totale linguaggio, con cui si identifica il mondo intero. Questa scoperta estrema comporta, naturalmente, l’imminente morte del mantico, ormai preda di se stesso come scheggia e immagine contratta di questo linguaggio assoluto, insopportabile.

Il presupposto della mantica è che ogni cosa possa essere oggetto di lettura, che l’atto di leggere abbia dunque una sorta di priorità rispetto all’atto di scrittura. Nessuno scrive i sassi che vengono gettati, i voli degli uccelli, o le stelle che disegnano nel cielo notturno il nostro carattere; nessun autore e nessuna intenzione comunicativa è riconoscibile in questa arcaicissima tra le letture umane. In ugual modo la letteratura, inesauribile riserva di sogni e di finzioni sul mondo, si avvicina ad esso come un commento parallelo, per giungere infine a diventare quello stesso incomunicabile linguaggio assoluto delle cose. La lingua morta di Manganelli, questa lingua della finzione che ha deposto ogni intenzione comunicativa e descrittiva, è qualcosa di simile a quella che Benjamin ha chiamato «pura lingua». Non una serie di opinioni vere dobbiamo cercare nelle sue affermazioni, ma la verità del mondo e di noi stessi come deposito inesauribile di linguaggi che ci è dato leggere.

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