Andrea Cortellessa

Un quarto di secolo fa, il 28 maggio 1990, moriva Giorgio Manganelli. A sentire Viola Papetti se lo sentiva ormai da un pezzo, d’essere arrivato alla fine (e questo spiegherebbe forse il gesto di sigillarsi, l’anno prima, in un’Antologia privata che risulta ottimo baedeker, oggi che viene riproposto da Quodlibet, per il manganelliano in erba); mi piacerebbe capire quanto, fatta la tara al sarcasmo di prammatica, potesse immaginare per sé il futuro postumo (lui che di morte, e di postume gesta e simposî, tanto aveva fantasticato in vita) che gli è toccato. Nel 1958, quando all’uscita del primo libro mancavano ancora sei anni (e faceva spazientire anche le riviste che lo invitavano a collaborare), così scriveva a Luciano Anceschi: «ecco una visione di “Verri” fitti di Manga, cataloghi folti di Manga, e saggi sul Manga, dibattiti sul Manga, donne suicide pel Manga, interrogazioni al Parlamento sul Manga…» (da Borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi, Aragno 2010).

Da allora il bilancio delle pubblicazioni in vita, del Manga, assomma 24 libri, dal 1964 di Hilarotragoedia al 1990 di Encomio del tiranno (per una media di 0.8 libri all’anno); mentre dal ’90 a oggi, se non vado errato, ne conta di ulteriori – cioè appunto postumi – 38 (1,5 all’anno). Molti di questi libri, sia fra quelli pubblicati in vita che fra quelli in morte, conoscono riedizioni ampliate (è il caso di Cina e altri orienti, splendidamente restaurato due anni fa da Silvano Nigro) o ripetute ristampe; Adelphi – il main publisher, come si dice, storicamente meritorio ma negli ultimi tempi non così scattoso – lo propone anche in e-book (13 i titoli sinora disponibili – da Hilarotragoedia alla Palude definitiva, passando da Esperimento con l’India, una delle prime e più memorabili uscite postume). A lui si sono ispirati, e continuano a ispirarsi, artisti, compositori, teatranti. Insomma, non è mai stato tanto vivo, Manganelli, ora che è morto. E il suo ghigno sarcastico, puntuale, risuona dall’oltretomba.

I materiali che proponiamo paiono testimoniare appieno tale vitalità. Intanto perché presentano un assoluto inedito, sinora completamente sconosciuto e ancora tutto da indagare (ma che si può far risalire al periodo «alto», più o meno alle metà degli anni Sessanta), come la Catatonia notturna consegnata ad Aragno da Lietta Manganelli (un tentativo incompiuto, più che di seguito di Hilarotragoedia, di espansione regolativa del principio ipersintattico di Hyperipotesi; con ogni probabilità Manganelli si avvide che la macchina della retorica, stavolta, girava davvero a vuoto, e scelse di cambiare strada: avventurandosi in quell’estremo della sua prima maniera che è Nuovo commento); e un libro ancora a venire come i giovanili Appunti critici, conservati al Fondo Manoscritti di Pavia e risalenti all’«archeologia» pre-ilarotragica, che dopo numerosi assaggi parziali Federico Francucci ha trascritto integralmente. Facile anticipare che sarà questo, quando vedrà finalmente la luce, il libro decisivo per capire come si diventa Manganelli.

Ma l’aspetto che pare a me più promettente riguarda quella cosa fuori moda che, al suo modo inimitabile, il Manga sapeva prestidigitare da maestro. La critica. Sulla sua opera, dopo una sparuta e quasi irrisa età di pionieri (qui rappresentati da studiose e amiche di diverse generazioni come Graziella Pulce e Viola Papetti – della quale riproponiamo l’insight, affettuoso quanto documentato, sul fondamentale viaggio in Africa fatto da Manganelli nel ’70: ora proposto da La vita felice nella redazione «ufficiale», mentre quella più «personale» è uscita da Adelphi, nel 2006 col titolo Viaggio in Africa, ma solo in un’edizione fuori commercio), le giovani generazioni si affollano, in questo momento, con un entusiasmo che non può essere indotto (solo) dall’industrializzazione seriale della ricerca accademica. In Manganelli si cerca, mi pare, un esempio di letteratura radicale: che, proprio nello sprofondare – assolutamente, provocatoriamente – in se stessa, pone le premesse per uscire – chissà? – finalmente. Federico Francucci è nato nel 1974, Massimiliano Borelli nel 1982, Filippo Milani nel 1983, Emanuele Dattilo nel 1985, Giorgio Biferali – dio lo perdoni – nel 1988. Ci sarà da divertirsi, nei prossimi anni.

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Una Risposta a Dal nostro inviato nell’aldilà

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