Andrea Cortellessa

Quando apparve la prima volta (presso Rizzoli, nel settembre dell’89) la borgesiana, testamentaria Antologia privata ora riproposta dalla «Compagnia Extra» Quodlibet, col suo proverbiale feticismo per le copertine – e ben assecondato dalla grafica di John Alcorn – Manganelli evitò le immagini pittoriche prescelte in precedenza, optando nella circostanza per un gusto essenziale-epigrafico, lapidario-perentorio, funereo-solenne. Il nome dell’autore (lo «pseudonimo quadratico» suo omonimo, cioè) si legge al piatto superiore, e a quello inferiore un motto icastico (quello che la barbarie di oggi, forse, definirebbe un blurb): incorniciati da una specie di doppia greca rossa che, a quel nome, conferisce l’aura di un’iscrizione toponomastica (così anticipando scelte, dell’apposito ufficio comunale, che ci auguriamo imminenti), o di un cartello al basamento d’un (assai meno preventivabile, in effetti) monumento equestre, eretto a edificazione e monito dei passanti. Ma l’allusione si precisa, poi, leggendo l’iscrizione posta all’altro capo del libro – una volta che fra le mani ci si rigiri, nervosi, quell’oggetto perturbante: «egli era stato | assai competente | in fatto di Cose | che non esistono». Con quell’imperfetto rendendo evidente come di un epicedio si tratti, in effetti: secondo prassi dettato in vita dall’interessato ma, di contro alla prassi, esposto ancora in vita (seppure per pochi mesi ulteriori) allo sguardo degli astanti.

Di Cose che non esistono (il maiuscolo allegorico, e anzi emblematico, cade purtroppo dalla versione banalizzata che del mot, disposta su due righe «in prosa», si legge nella controcopertina quodlibetale), in effetti, se ne incontrano a iosa nei testi raccolti nell’Antologia: dalle allucinazioni psicotiche di Un Re (da Agli dèi ulteriori) alla «sfera» enigmatica, e lancinante, partorita da una donna nella Centuria numero Settantacinque, passando per l’ermeneutica del refuso di Pinocchio: un libro parallelo e per il «cristallo dalle innumere, spietate e incandescenti facce» che sono le Operette morali in Laboriose inezie. Già: quel Leopardi che gli aveva insegnato, fra il molto altro, che «la facoltà immaginativa […] può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono» e, più radicalmente (nella famosa pagina che comincia «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male»), che «non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose».

Di qui la passione di Manganelli per il campo psichico che, con termine inadeguato, viene di norma definito (anche nella Letteratura come menzogna, peraltro) «fantastico». Un copioso zibaldone di cose che non son cose, nel 2003 una prima volta pubblicato nella bella e sfortunata stagione dell’editore romano Quiritta, viene ora succulentemente riproposto da una piccola sigla specializzata in «Future Fiction», Mincione (alla quale è però da rimproverare l’oblio in cui tiene, chissà perché, la curatrice d’allora, la manganelliana D.O.C. Graziella Pulce; così che risulta incomprensibile – al lettore dell’attuale edizione – la sigla «G.P.» residuata in calce alla nota ai testi…). Al centro, Ufo e altri oggetti non identificati, ha la curiosità irrefrenabile – a più riprese dall’interessato dichiarata, nella folla di «improvvisi» da lui riversati sulle pagine dei giornali – di Manganelli per gli Ufo, appunto. Quelle proiezioni dell’immaginario che il mentore del suo mentore Ernst Bernhard, Jung, in uno dei suoi ultimi scritti aveva definito «cose che si vedono in cielo». Dice per una volta con chiarezza inequivoca, in un articolo del ’79, il Manga: «i dischi volanti, esistano o meno, sono oggetti o fantasmi carichi di nostre proiezioni». E commenta Raffaele Manica nell’elegante postfazione al volume (questa invece, nella nuova edizione, opportunamente conservata): «Manganelli non credeva che gli oggetti non identificati fossero realtà; credeva che la realtà fosse un oggetto non identificato né identificabile».

Ma da questo assunto discende (o forse il vettore, psicologicamente, sarà da considerare rovesciato) altresì la filosofia d’amore, diciamo, di Manganelli. (Era stato ancora Leopardi, del resto, a dettare un pungente autocommento alla canzone Alla sua Donna: «La donna, cioè l’innamorata dell’autore, è una di quelle immagini, uno di quei fantasmi di bellezza e virtù celeste e ineffabile, che ci occorrono spesso alla fantasia, nel sonno e nella veglia, quando siamo poco più che fanciulli, e poi qualche rara volta nel sonno, o in una quasi alienazione di mente, quando siamo giovani. Infine è la donna che non si trova».) Un assunto assai saldo, se è vero che lo troviamo già in una pagina degli Appunti critici conservati a Pavia (e qui presentati da Federico Francucci), risalente al giugno del 1953, in cui si legge: «Le cose possono essere affette della qualità positiva della non / esistenza […]: ci son cose che ci si presentano solo sotto tale aspetto: così, per me, le donne; la casa in cui vivo; altre terribili cose (mia figlia)».

In termini paradossalmente sistematici, appunto filosofici, tale convinzione di Manganelli si dispiega appieno, però, solo in un suo libro maiuscolo, di radicale oltranza, che resta purtroppo confinato alla ormai rara princeps rizzoliana, data alle stampe nel 1981, e che proprio Amore ha il coraggio d’intitolarsi. Nel dialoghetto fra i topici «A e B», che quasi lo conclude, si legge fra l’altro: «Dunque si può amare cosa che non vedi. | Che non vedo, ma rammento». E poi: «Si può amare dunque cosa inesistente. | Certo, tutti gli amanti lo fanno. | Appunto: nessuno ha ciò che ama. Nessuno consegue ciò che ama. | Nessuno. Mai». E, nel lungo monologo fatico in precedenza rivolto dalla Cosa che non esiste Amante alla Cosa che non esiste Amata: «Lo sai da sempre, non farmi ripetitivo: nulla in te mi va a genio più del tuo non esserci». Amore è un fantasma o, più precisamente, un phantasma: alla lettera un’immagine (un’immaginazione) proiettata sullo schermo della mente. In termini psicoanalitici, evidentemente, ma prima di tutto – si diceva – filosofici. Se è vero che l’esergo posto all’inizio di Amore – «Donna me prega, – per ch’eo voglio dire / d’un accidente – che sovente – è fero / ed è sì altero – ch’è chiamato amore» – è tolto alla famosa canzone dottrinaria di Guido Cavalcanti, di proverbiale impervietà, che alla definizione d’amore è appunto dedicata.

Tanto che una volta Viola Papetti consiglierà di indagare il «neostilnovismo di Amore», quale possibile chiave d’accesso alla mens di Manganelli. Suggerimento con ogni probabilità superfluo, se è vero che era rivolto a Maria Corti: oltre che a sua volta amica di lunga data, del Manga, studiosa precisamente dei diversi atteggiamenti di Cavalcanti e Dante rispetto alle dottrine d’amore medievali (per esempio in un libro felice, è il caso di dire, come La felicità mentale). La nota si legge in una lettera del 1995, una delle 26 lunghe lettere che Corti, all’indomani della morte dell’amico il 28 maggio 1990, chiese di scriverle in suo ricordo alla saggista e studiosa d’anglistica che di lui, oltre che amica, era stata a più riprese amante, e che da allora in effetti ha dedicato parte non esigua della sua esistenza alla sua memoria: appunto Viola Papetti. Lettere senza risposta (così s’intitola il volume che le raccoglie): perché Corti preferiva rilanciare per telefono; come senza le repliche (andate purtroppo perdute) restano le quattordici scritte a Viola dal Manga, dal ’66 al ’73. Lettere d’amore, sì. Un doppio scambio doppiamente mutilo, dunque: che preterintenzionalmente (ma quanto mai sintomaticamente) riproduce con esattezza lo squilibrio, la dissimmetria, l’incostanza del rapporto fra i due anglomani. (E il Manga non manca di prefigurarlo: «ho una voglia gretta e invadente di tenerti chiusa in un breve e trascritto monologo a due; nel quale sarai silenziosa, ma riecheggerai con la tua voce silenziosa».)

Non possono certo sorprendere, e non necessariamente incantano, i fasti barocchi coi quali Manganelli si rivolge all’amante epitetizzandola à gogo (la «giovane virgo anglissima», l’«adolescente Viola d’amore» «dotta, didattica, drastica e delenda», la «femme internationale» «deliziosamente pettegola», «incolta, senza occhiali, rudimentale e desiderabile») o mettendo lepidamente «in bella» (facendo timidi omissis giusto di quelle più ruvidamente letterali) le sconcezze che un po’ tutti gli amanti si deliziano a pronunciare («Quanto sto bene stretto a te, con te, su di te, dentro di te: guaina, fodero, rilegatura, discesa, labirinto, adito»). Più interessa come il rapporto, fra i due, si disegni – in omaggio alla filosofia d’amore di cui sopra – come virtuosa delibazione d’assenze, amor de lonh (con frequenti puntate, dell’una e dell’altro, in assai conradiane «tenebre africane»), distillarsi centellinato di attese stremanti («un appassionato dell’attesa», si ricorderà, è protagonista di una Centuria), appuntamento sempre e necessariamente mancato: che i cozzi languidi o corruschi della carne, rievocati o prefigurati, neppure si sognano di emendare o surrogare.

Il «neostilnovismo» di Manganelli è insomma assai più cavalcantiano che dantesco: se è vero che in Donna me prega l’amore sensuale, il «diletto» dei sensi, viene associato alla «scuritate», a un simbolico intorbidarsi della luce (mentre il suo allievo e rivale, si sa, spingerà il pedale fotosimbolico dell’«intelletto d’amore» sino ai veri e propri trionfi illuminotecnici del Paradiso). Una penombra mentale, un viola d’ombra è infatti la sfera cromatica di un amore che allora, più che assenza, è in effetti invisibilità dell’Altro (Papetti a Corti: «difendeva […], con ogni mezzo, uno spazio vuoto accanto a sé. Era sacro, necessario, provocatorio»). Tant’è vero che se c’è un momento, in queste lettere, in cui paia d’avvertire un’ombra di autenticità – possa il Manga perdonarmi! – è quando l’amante, il futuro autore di Rumori o voci, freme al pensiero della «voce blesa» dell’amante: preciso stigma, questo dettaglio acustico a più riprese evocato, d’una presenza concreta ed effettiva: tanto carnale e sensuale quanto immateriale e, appunto, invisibile.

Era stata facile profeta, Viola Papetti, nel prevedere già nel ’92 il momento in cui – dalla scrittura intimidatoria e «terrorizzante» di Manganelli, dall’opera sua alta e ardua – si sarebbe passati, collo show-biz in cui già allora veniva trasformandosi la «cultura» nei media, al «desiderio per la biografia dell’artista». Il libro da lei pubblicato, a questo desiderio, si dà consapevolmente in pasto; e, dai suddetti media, in quanto tale è stato fagocitato. Ma entrambi gli anglomani amavano ripetere l’adagio di Keats secondo il quale «la vita di un uomo che valga qualcosa è una continua allegoria» (il che però non toglie che, per scrutare l’allegorizzato, ben convenga conoscere l’allegorizzante). In Amore si legge: «So di non avere alcun passato da rammentare, e che la biografia che i miei servi, giorno dopo giorno, andrebbero ricostruendo, sarebbe da me dettata loro, e messa assieme, pazientemente, con i frantumi di un futuro di possibili». Così ci metteva in guardia, lui, che forse sapeva d’essere destinato a pubblicare assai più da morto che da vivo. Perché siamo noi che lo leggiamo, nonché i suoi servi, i suoi possibili futuri.

Giorgio Manganelli, Viola Papetti
Lettere senza risposta
nottetempo, 2015, 145 pp.
€ 13

Giorgio Manganelli
Antologia privata
Quodlibet «Compagnia Extra», 2015, 271 pp.
€ 16.50

Ufo e altri oggetti non identificati
con un saggio di Raffaele Manica
Mincione, 2015, 197 pp., € 13

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