Chiara Giorgi

La ricostruzione storica delle vicende (e delle malefatte) dell’imperialismo e del colonialismo britannico vanta una tradizione oramai più che consolidata, che ha in Karl Marx uno tra i primi e più acuti osservatori dell’epoca. Le pagine marxiane sono non a caso menzionate in vari passaggi dallo storico inglese John Newsinger nel suo ultimo lavoro dal significativo titolo The Blood Never Dried: a People’s History of the British Empire (nell’edizione italiana per i tipi di 21 editore Il libro nero dell’impero britannico).

Il volume che ricostruisce, tramite sintesi storica, tutte le tappe percorse dall’imperialismo britannico (dalla tratta degli schiavi delle Indie Occidentali, alle guerre dell’Oppio in Cina, ai metodi di governo adottati in India, alle repressioni scatenate in Kenya e in Malesia) è profondamente ispirato da un intento preciso: smuovere le coscienze dinnanzi alla continua e odierna partecipazione britannica alle più recenti guerre americane.

L’autore è chiarissimo su questo: «Questo libro – scrive nell’introduzione alla seconda edizione del 2013 – è stato concepito in reazione alla partecipazione britannica alla guerra in Iraq e, nonostante le truppe di Sua Maestà siano state oramai ritirate da quel paese, nel momento in cui vi scrivo rimangono a occupare l’Afghanistan». La stessa presenza, nel 2011, dell’aviazione britannica al bombardamento libico nel nuovo conflitto bellico scatenato contro il regime del colonello Gheddafi, al quale l’Italia stessa ha deciso di prendere parte, suona come una terribile celebrazione del centesimo anniversario della guerra di Libia, di cui il nostro paese è l’indiscutibile reo.

In tal senso, l’intento storico del volume è volto a ricordare a ciascuna ex potenza coloniale e imperiale europea il proprio passato, così come a mettere in guardia noi tutti rispetto a «guerre coloniali prossime venture, che i nostri governanti travestiranno da interventi umanitari oppure da riluttante risposta a letali minacce rappresentate da tutta una varietà di nemici: ieri i comunisti, oggi i fondamentalisti islamici, domani…».

Newsinger si pone l’obiettivo di far luce non solo sul quel sistema di assoggettamento, misto di violenza e consenso, imposto dalle potenze imperiali, ma soprattutto e a pari misura sui momenti di resistenza, gli episodi di ribellione e le modalità della lotta ingaggiata dai cosiddetti popoli assoggettati. Si tratta tuttavia di un’operazione analitica e ricostruttiva assai complessa, nella quale il volume non riesce a pieno, restando talvolta ancorato al peso di una storiografia più tradizionale e “binaria”, che non sempre è riuscita a far emergere quel rapporto di costituzione reciproca esistente tra i movimenti di resistenza e tutto ciò – come ha ricordato il grande storico del colonialismo Frederick Cooper – a cui essi si opponevano.

Non smarrire i giochi di potere datisi nello spazio imperiale, unico ma profondamente differenziato, la complessità delle dinamiche presenti negli incontri, scontri, nelle negoziazioni, ibridazioni, nell’assoggettamento e nelle lotte dei soggetti colonizzati, le ambiguità proprie di un sistema di comando nel quale determinate variabili e soprattutto il rapporto con i governati cambiano di volta in volta il quadro complessivo, il carattere relazionale della stessa “governamentalità” coloniale, la specificità dei processi di soggettivazione co-implicati nel discorso coloniale è assai arduo ma cruciale. Lo è non solo per comprendere la storia e ridestare coscienze sopite e/o indifferenti, ma anche per una nuova stagione di conflitti nel e del presente.

Resta comunque l’importanza di apporti come questo, di una produzione di contributi storici (e non solo) sul tema, sempre più ricchi e dotati di un approccio interdisciplinare, i quali ­– anche grazie alle suggestioni dei Postcolonial e Subaltern Studies – permettono di indagare questioni spesso tralasciate in quanto scomode. Fare i conti con il peso dell’esperienza coloniale e imperiale in tutta la sua parabola consente d’altra parte di situarsi rispetto al quadro odierno, nel quale le vicende di intere popolazioni in fuga da guerre e fame delle ex periferie coloniali non fanno che rimarcare la responsabilità e i disastrosi lasciti della nostra “missione civilizzatrice”.

Nel caso del colonialismo italiano poi, non meno violento e carico di gravi conseguenze, benché più limitato nel tempo, la favola degli “italiani brava gente” ha continua e, a quanto pare, continua a circolare. C’è voluto molto tempo infatti affinché nel solo ambito degli studi si cominciassero a mettere in campo altre narrazioni, capaci di illuminare uno dei capitoli più bui, difficili e rimossi della storia nazionale. Solo negli ultimi anni le nostre vicende imperiali e coloniali sono state inserite a pieno titolo all’interno del quadro più complessivo dell’imperialismo europeo (cogliendone analogie e tratti distintivi); così come è apparso ineludibile un approccio orientato alla stretta e necessaria interdipendenza tra la storia dell’Italia coloniale e la storia dell’Africa colonizzata e, ancor più, tra la storia dell’Europa e quella dell’Africa.

Il libro di John Newsinger verrà presentato sabato 16 maggio alla libreria Griot (via di Santa Cecilia 1A, 00153 - Roma) alle 18.30. Intervengono: Chiara Giorgi e David Broder.

John Newsinger
Il libro nero dell’impero britannico
21 Editore (2015), pp.387
€ 15,00

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!