Italo Testa

La fortuna critica in Italia del poeta praghese Vladimír Holan (1905-1980) è stata legata, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, all’opera di Angelo Maria Ripellino, cui si devono numerose traduzioni in rivista e quindi la cura dei volumi Una notte con Amleto e altre poesie (Einaudi 1966) e Una notte con Ofelia e altre poesie (con Ela Ripellino Hlochova, Einaudi 1983).

La figura e la leggenda di Holan – secondo la definizione di Ripellino, il «salmista di un’epoca tragica», che seppe «riflettere in grandiose visioni apocalittiche la catastrofe boema nel quadro della tragedia europea» – hanno suscitato anche l’interesse di Serena Vitale, che ne ha curato i testi per l’«Almanacco dello Specchio» (1974), e di Giovanni Giudici tra gli altri. Ma sono soprattutto Giovanni Raboni e Marco Ceriani che hanno raccolto il testimone di Ripellino negli anni Novanta, promuovendo, a partire dall’edizione Il poeta murato, uscita per il fondo Pier Paolo Pasolini nel 1991, una serie di nuove traduzioni che hanno notevolmente ampliato la conoscenza di questo autore, e che hanno portato nel 2005 all’uscita dell’Oscar A tutto silenzio.

In particolare è oggi alle traduzioni di Vlasta Fesslová, e alla vibrata e nervosa versificazione italiana di Marco Ceriani, che si deve l’immagine italiana di Holan, cui va ora ad aggiungersi il volume Addio?, che raccoglie una selezione di testi tratti dalla raccolta Na postupu (In progresso, 1943-1948), e quindi da due raccolte uscite postume nel 1982: Předposlední (Penultima, 1968-1971) e Sbohem? (Addio?, 1972-1977).

Al cuore di quella lunga constatazione metafisica che è la poesia di Holan sta l’affermazione dell’estinzione dell’essere: «dell’essere che rimpicciolisce / e poi si ammucchia / nel luogo stabilito / sotto un mazzo di fiori finti!», come si legge in Altrove, uno dei testi che compaiono ora in Addio?. Il motivo ontologico dell’estinzione, della riduzione spettrale dell’essere («Pure ci sono soltanto gli spettri / non delle cose, ma dell’essere stesso»), e con esso di Dio, fa di tale sottrazione qualcosa di duramente tangibile, un’inscalfibile assenza, un’inesistenza che impatta su di noi: «Può l’inesistenza, infliggerci un castigo?». Qui il nulla non nulleggia, ma accade («“Su, il nulla è accaduto”») e ha un’evidenza ordinaria, quotidiana. È il «Nulla onnipresente e a tal segno ordinario / che si potrebbe rivelare in figura» che apre la scena di una delle più belle poesie di In progresso. «Nulla» che si concreta nelle bottiglie vuote che vanno accumulandosi nella soffitta di Holan.

Il nulla constatato, su cui stiamo sospesi, è anche ciò in rapporto a cui si definisce lo spazio concentrico, l’hortus conclusus della commedia metafisica di Holan. È questo nulla a operare la riduzione della vita a pochi elementi finiti e ricorrenti. La serialità delle poesie di Holan, sia nei titoli sia nei motivi, ha appunto a che fare con la ripetizione indefinita di un numero finito di temi. Potremmo elencarli: la cacciata dal paradiso, la tempesta, lei e lui, Eva mestruata, la vergine e la puttana, il destino, il bambino, il suicidio e la speranza. E potremmo ridurli alla triade della «fessura» che, sotto l’egida del «nerodorato raggio del nulla», in «Disco di grammofono» li ricomprende tutti: donna, sesso, tomba. Ma cosa contrassegna questa condizione, così ricorrentemente constatata da Holan? E come la abitiamo, noi, che la figuriamo, e ne siamo messi in figura? Cosa accade nel teatro definito dal nulla?

La messa in scena della cecità, il misconoscimento e l’oblio di sé. Questi motivi sono strettamente intrecciati in Holan. Anzitutto la cecità tattile e sensuale, il «puro tatto che infallibilmente brancola» di cui ci parla Holan, è il centro dello spazio metafisico, il punto cieco verso cui tutto converge: «Sempre cerchiamo il centro… Ma lui come un punto, / è cieco… Cercando il suo cuore, / cerchiamo la cecità… E da tempo già ciechi, / siamo soltanto un tastare». A questo si aggancia il motivo del fallimento nel riconoscimento di sé e degli altri: «Temete che nessuno vi crederà / quando riconoscerete voi stesso». Infine, l’autoinganno, l’autocompiacimento e la maschera quali modalità ordinarie di sopravvivenza in questo mare di cecità.

La tentazione dell’oblio di sé sembra qui essere la sola strategia d’uscita, l’unica soluzione al male della vita. Ma come si muove la poesia in questo spazio? Essa ce ne dà conto, ne testimonia la nudità, come nei bellissimi versi della Morte del poeta: «l’ultima sua nudità fu del tutto semplice». Ne testimonia la cecità: «gli ultimi suoi occhi furono del tutto semplici: / tacquero così confessatamente che nessuno osò dire / che quest’anno è tutto pieno di vermi». Questo testimoniare, un performativo mettere in figura la nostra condizione, per certi versi è esso stesso una figurazione dell’oblio di sé. È riduzione della vita alla sua sostanza nuda, ai suoi costituenti semplici. E non a caso nella poesia di Holan il sé non è quasi mai richiamato. Le tante figure, dialoghi, mitologemi, narrazioni interrotte che vi ricorrono, sono tutte funzioni dell’oblio di sé, di un avvicinamento a una verità più elementare, cui si accede per autospoliazione.

Vladimír Holan
Addio?
traduzione di Vlasta Fesslová e Marco Ceriani
Arcipelago (2014), 708 pp.
€ 38

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Una Risposta a Il nulla onnipresente

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