Paolo B. Vernaglione

Il lavoro clinico è quell'attività da cui è ricavato valore, che impiega donne e uomini nella riproduzione e nella donazione della vita. Si tratta della più estesa, ramificata e intrusiva tecnologia biomedica che, alle spalle dell'individuo e di fronte al mercato, produce gameti da innestare in uteri in affitto, fornisce sperma e oociti a cliniche private e centri di ricerca, implementa la gestione della riproduzione medicalmente assistita (PMA), della maternità surrogata e la sperimentazione clinica di nuovi farmaci.

Che la produzione ex vivo e in vivo della vita sia globale e che una manodopera selezionata per razza, condizione sociale e caratteristiche biofisiologiche, rappresenti oggi uno dei mercati più remunerativi per gli investimenti sul corpo, è attestato dal regime di cattura in cui gli organismi viventi si trovano, dal momento in cui sono soggetti alle pratiche di valorizzazione economica del "capitale umano". È quanto da qualche anno vanno scrivendo Melinda Cooper, docente di politiche sociali dell'Università di Sidney, della quale è già stato pubblicato nel 2013 La vita come plusvalore (ombre corte) e Catherine Waldby, direttrice del Biopolitics of Science Research Network (Sydney).

Le due ricercatrici qui presentano una circostanziata mappa delle modalità in cui la "presa sulla vita" induce milioni di donne e centinaia di migliaia di uomini a donare per contratto materia prima riproduttiva e corpi, in cambio di un reddito scarso, costretti da condizioni di indigenza: lavoratrici/ori poveri, working class precarizzata, studentesse/enti indebitati, gente dei ghetti e delle periferie segmentati per razza, classe, sesso e religione...

Ma come opera il potere sulla vita nell'epoca della massima soggettivazione dell'esperienza clinica e dei regimi di cura, all'interno di un mercato in continua trasformazione per l'innovazione e i massicci investimenti nel settore biochimico e farmaceutico privato? Dagli episodi narrati in questo prezioso libro si evince che i processi di produzione di valore oggi in vigore avvolgono il vivente in una doppia stratificazione di pratiche: un dispositivo biologico e medico in cui il potere sulla vita si esercita a partire dal consenso volontario dei soggetti della donazione; in secondo luogo, nell'infinita possibilità di morte, connessa all'assunzione individuale del rischio di chi dona seme, oociti, utero per generare innovazione (sperimentazione di nuovi farmaci e di nuove procedure di riproduzione).

A comprimere le due dimensioni di sfruttamento della vita è una forma "eccezionale" di contratto di servizio, di matrice privatistica, disposto e dislocato da agenzie di intermediazione, multinazionali farmaceutiche, banche del seme e di oociti, previa selezione delle donatrici/ori. Altro che bioetica ed etica del dono!

Inerente al duplice supporto che questa forma di bio-potere ha generato a partire dalla fine degli scorsi anni Settanta, per l'intreccio di microbiologia, genetica, virologia, embriologia, ingegneria genetica (DNA ricombinante, linee cellulari oncogeniche), è l'appalto del corpo in forma proprietaria (proprietà intellettuale e brevetti), laddove accordi multilaterali mondiali (GATT, TRIPS) ne hanno de-regolamentato la materia. Tipici sono i casi della compravendita transfrontaliera della fertilità e della riproduzione per conto terzi; la maternità surrogata in Gujarat (India); il mercato del lavoro rigenerativo (cellule staminali); la classe crescente di soggetti di ricerca sperimentale in Cina. Il laboratorio segreto della produzione è divenuto il corpo, palese nella forma di capitale genetico, raro ma disponibile nel caso degli oociti, manipolabile ma non integralmente, individuato ma ceduto in frammenti.

Non c'è qui corpo alienato, prestato al datore di lavoro per un tempo determinato, bensì astrazione del corpo, la sua realtà analitica, la sua possibilità di anonimato quanto più ne è valorizzata l'individualità. Cooper e Waldby ci convincono con analisi accurate e dall'interno delle discipline biomediche che è il traffico di materia prima biologica a produrre capitale umano, prima che il capitale biomedico produca corpi normati. La libertà del neoliberalismo è infatti proclamazione di scelta libera (consenso informato), prima che regime economico di sfruttamento. Perché quando è sfruttamento, lo è fino alla morte in virtù della libertà che produce.

Tuttavia, la stessa libertà di "produzione di sè", di circolazione e consumo di vita, per l'indisponibilità stessa dei corpi che la generano, può tramutarsi in libertà di sottrazione, in potere di contestazione, in facoltà di destituzione. Cioè in un'antiproduzione che delegittima la figura dell' imprenditore di sé stesso. Dunque, le procedure che iscrivono la biologia in vivo nei processi di lavoro postfordisti, prima che definite all'interno del generico e abusato paradigma biopolitico, come esito del confronto tra produzione e riproduzione, lo sono in processi di astrazione: la produzione consumatrice diviene consumo produttivo; il corpo come cosa sensibile diviene cosa sovrasensibile; la soggettività come fonte di valore diviene valore soggettivo.

Astrazioni reali che si misurano all'interno dei regimi di verità in cui l'individuo è codificato, definito, riprogrammato e rigenerato, piuttosto che alienato, scisso e massificato. In questa dimensione acquista senso l'indagine sulla natura umana in cui non cogliamo più il conflitto tra natura e cultura, inerte ed organico, formale e materiale, bensì il nesso costitutivo di ciò che un soggetto diviene, a partire dalla forma di vita che abita e di cui è l'effetto.

Melinda Cooper, Catherine Waldby
Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera
Prefazione di Angela Balzano - Postfazione di Carlo Flamigni
DeriveApprodi (2015), pp. 250
€ 18,00

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