Francesca Lazzarato

Con una lunghissima frontiera attraversata per decenni da milioni di persone in cerca di lavoro e di futuro, il Messico viene giustamente considerato un paese di migranti, mentre assai meno percepita è la sua capacità di accoglienza, testimoniata da istituzioni come la Casa Refugio Citlaltépetl di Ciudad de México (inaugurata nel 1999, ospita scrittori costretti all'esilio), ma soprattutto dalla sua storia recente.

Negli anni Trenta e Quaranta, infatti, il Messico offrì un luogo in cui vivere ad almeno ventimila repubblicani spagnoli, concretamente aiutati a raggiungerlo dal presidente Lázaro Cárdenas e da uomini come Gilberto Bosques, il console che affittò due castelli vicino a Marsiglia per ospitarvi i profughi rinchiusi in condizioni disumane nei campi di concentramento francesi, e che firmò almeno 40.000 visti destinati ad altrettanti “emigranti” europei di varie nazionalità, in fuga da persecuzioni politiche e razziali. Finita la guerra, alcuni avrebbe fatto ritorno in Europa, ma la maggioranza sarebbe rimasta, come accadde alla pittrice surrealista Leonora Carrington che, fuggita dalla Francia dopo l'arresto del suo compagno Max Ernst, aveva vissuto terribili esperienze nella Spagna del primo franchismo e si era rifugiata nell'ambasciata messicana di Lisbona, riuscendo finalmente a partire per l'America nel 1941.

Nata in una ricca famiglia assai conservatrice con cui era in aperto conflitto, aveva allora venticinque anni e non sapeva ancora che in Messico avrebbe trascorso il resto della vita, diventandone non solo cittadina a tutti gli effetti, ma anche amatissima gloria nazionale. E certo non poteva immaginare che nel 2015 la sua opera sarebbe stata scelta dalla patria acquisita come “pezzo forte” del ricco e articolato Year of Mexico attualmente celebrato in Inghilterra: a quattro anni dalla morte della prodigiosa Leonora, una mostra alla Tate Liverpool ricorda la sua costante e felice esplorazione di forme differenti, che la portò a sperimentare, oltre alla pittura, la scultura, la scenografia, la creazione di tessuti e di oggetti di uso comune, cui si aggiunge una produzione letteraria di tutto rispetto, dalle prime raccolte di racconti al geniale romanzo Il cornetto acustico, dalle poesie alle esilaranti e folli storie scritte e illustrate a uso esclusivo dei suoi figli bambini, ritrovate due anni fa e pubblicate dal Fondo de Cultura Económica con il titolo di Leche del sueño e una copertina che cita allegramente la celebre scultura Cocodrilo, donata dall'autrice alla capitale messicana e collocata in Paseo de la Reforma.

Visibile fino al 31 maggio e composta da almeno un centinaio di pezzi, la mostra esibisce per la prima volta fuori dai confini messicani El mundo magico de los Mayas, il grande dipinto eseguito nel 1964 per il Museo Nacional de Antropologia, in cui i miti e le immagini del Popol Vuh si fondono con la personalissima cosmogonia dell'artista, popolata da un bestiario fantastico e da creature inquietanti e misteriose. Le frasi di Leonora scelte di Chloe Aridjis (curatrice, con Francesco Manacorda, del percorso espositivo) fanno da discalie ed evocano la presenza dell'artista insieme alle foto del suo viso allungato e severo, bellissimo in gioventù come in vecchiaia: una donna straordinaria, una ribelle fieramente indipendente e istintivamente femminista, che odiava le convenzioni e avrebbe voluto essere “un elefante selvaggio” o un cavallo travestito da ragazza. E che secondo Octavio Paz assomigliava alle ibride meraviglie dei suoi quadri: “una poesia che cammina, che a un tratto sorride e si trasforma in un uccello e poi in un pesce, e scompare”.

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