Intervista di Jacopo Galimberti a un intellettuale anonimo

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Senior Lecturer in una materia marginale nel panorama anglosassone, a metà tra le scienze sociali e le scienze umane, in una università inglese di medio calibro. Come tutti da queste parti, il mio lavoro si divide in tre aree: insegnamento, ricerca, e amministrazione, equamente distribuiti (in teoria) sul tempo complessivo di lavoro e regolarmente monitorati (in pratica) dal management. Insegno 3 corsi per semestre, di 2 ore a settimana ciascuno, pubblico regolarmente nel mio campo, e mi occupo di varie amenità relative alla gestione ordinaria del dipartimento.

Come ti sei avvicinato/a alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Attraverso dei compagni che erano vicini a queste posizioni, quando ero studente. Posizioni decisamente minoritarie (ma non marginali) nella città dove ho studiato, e che mi hanno interessato immediatamente per il loro carattere radicale. Mi attirava principalmente una cosa: la radicalità delle posizioni teorico-politiche. Non solo politiche (c’erano alternative di pratica politica disponibili e altrettanto radicali nell’ambiente dove mi muovevo, in termini di occupazioni, resistenza quotidiana e rifiuto del sistema) e non solo teoriche (le mie conoscenze teoriche erano in realtà abbastanza limitate, e spesso superficiali e di seconda mano, perché mi sono avvicinato alla politica un po’ tardi), ma teorico-politiche insieme. Mi interessava, cioè, il fondamento teorico delle pratiche radicali di resistenza e di lotta, e mi interessava tradurre in pratica le posizioni piu radicali che circolavano nell’ambiente. Dunque un’anarchico (sic!) mi consiglia di leggere Virtuosismo e rivoluzione di Virno, un autonomo mi passa il Balestrini-Moroni, la nostra bibbia, un’autonoma baratta con me la sua copia di TAZ di Hakim Bey contro un numero di Vis-a-Vis (ci promettiamo di renderci rispettivamente il barattato, ma non lo abbiamo mai fatto, dunque ho sempre la sua copia). Dunque molto eclettismo, ai margini di un movimento dominato principalmente da due posizioni, i comunisti di Rifondazione e gli autonomi toscani, ergo anti-negriani. Naturalmente, tra le due cose, mi incanalo subito nell’operaismo e nel marxismo negriano, per avvicinarmi, molto piu tardi, all’althusserismo teorico.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro" e come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Una parola d’ordine teorica ma, ahime, ben poco pratica (vedi sopra). È molto difficile se non impossibile praticarlo. Una prima considerazione, tuttavia: il problema non è , nel mio campo, solo nell’”oggi” di cui mi domandi. È “sempre” stato un problema. Il lavoro intellettuale di ricerca – nelle scienze umane in particolare - è fatto principalmente di comprensione del presente e del passato (l’uno attraverso l’altro) attraverso la lettura, la discussione, la scrittura. Queste attività sono sempre state per me il mezzo per criticare il presente e agire politicamente per la sua trasformazione anche radicale. Ora, la virtù di questo lavoro, e uno dei motivi principali per cui ho scelto di farlo, è che certo, in qualche modo, il meccanismo di estrazione di plusvalore, più o meno direttamente, è all’opera. Tuttavia, tutto quello che tu leggi e capisci ti rimane in qualche modo incollato addosso.

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Marco Fusinato, From The Horde To The Bee (2015)

È solo una copia che viene estratta da te e dalla tua testa, ma l’”originale” ti resta dentro. Dunque produci in qualche modo plusvalore (formando politici, amministratori, funzionari, insegnanti, ecc.), ma senza che questo ti venga realmente sottratto. Ora, questo è il bello. Il brutto pero’ viene insieme, nel senso che proprio per questo stesso motivo rifiutare il lavoro vuol dire rifiutare se stesso. Rifiutare il lavoro significa cosa per noi: non leggere? Non riflettere? Non discutere? Non elaborare? Non comprendere il passato e il presente? Non criticarlo? Il rifiuto del lavoro diviene rifiuto della propria stessa essenza. Questo non ha a che fare con le condizioni presenti, di neo-liberalismo e managerialismo spinto, ma con l’essenza stessa di questa attività. Diverso il fatto se riusciamo a distinguere i tre ambiti di cui parlavo sopra (ricerca, insegnamento, amministrazione). Purtroppo la macchina anglosassone è ben rodata e in qualche modo perfino corretta nel distribuire premi (un buon salario innanzitutto) e punizioni, cosi come nel monitorare l’insieme di queste attività: rifiutare non è veramente possibile senza incorrere nella punizione. Un discorso diverso si potrebbe fare per l’altro grande pilastro che rappresenta, per me, l’essere autonomo e che va del pari con il rifiuto del lavoro, e cioè  il “sabotaggio”. Ma questo non è  il soggetto della tua domanda, Forse nella prossima inchiesta…

 

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4 Risposte a Sul rifiuto del lavoro

  1. classe scrive:

    Mi auguro ci sia un seguito a questo estratto, la cui brevità mi ha fatto bestemmiare.
    Bello sarebbe farne una serie che tocchi diversi contesti lavorativi.

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