Intervista di Elvira Vannini a Nelly Richard curatrice del Padiglione cileno

Per la prima volta il Cile è rappresentato da due donne: Nelly Richard, teorica e critica d’arte, francese d’origine ma cilena d’adozione, convoca a Venezia Lotty Rosenfeld (1943) e Paz Errázuriz (1944), due voci dissidenti che attraversano la storia del paese, dalle repressioni dittatoriali, alla fase della post-transizione democratica fino alle contraddizioni dell’attuale agenda neoliberale, dichiarando la possibilità che l’arte possa ancora essere parte integrante della struttura produttiva e strumento del cambiamento politico e culturale. L’intreccio tra pratiche artistiche, movimenti di resistenza e attivismo in una dimensione radicale comporta la produzione di disordini. Il dissenso come forma di rappresentazione politica ha caratterizzato le azioni di opposizione al regime da parte del collettivo CADA (Colectivo de Acciones de Arte), di cui la Rosenfeld è stata fondatrice, fino alle ultime opere in mostra a Venezia, in dialogo coi soggetti minoritari catturati dall’obbiettivo fotografico di Errázuriz: per affermare non solo la specificità di genere, e le sue forme di insubordinazione, ma la propria posizione dentro l’organizzazione capitalistica del lavoro, dei rapporti sociali e delle discriminazioni sessuali.

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Paz Errázuriz, Evelyn 1, La Manzana de Adán. Chile, 1982 - Courtesy of the artist.

Elvira Vannini: In un articolo del 1982 uscito in occasione della Biennale di Parigi definivi il Cile “come una scena di rivendicazione”, marginalizzata rispetto al circuito internazionale delle mostre su larga scala, fuori dalla configurazione dominante del potere culturale. Se a quel tempo il rapporto tra centro e periferia restava sotto il controllo discorsivo di coloro che occupavano una posizione egemonica, oggi che la diffusione dei modelli neoliberali di globalizzazione ha investito le Biennali, come è mutato questo rapporto, senti ancora una subordinazione periferica? Cosa intendi per “peripheral-interstitial rebels”?

Nelly Richard: L’asse centro-periferia non può più essere concepito come un asse lineare di confronto rigido tra polarità assolute a causa delle numerose delocalizzazioni e rilocalizzazioni delle frontiere del mondo globalizzato. Tuttavia, ci sono ancora forti asimmetrie di potere culturale tra le diverse regioni del mondo a causa dei diversi flussi di ricchezza - degli strumenti e delle mediazioni - che non circolano in modo multidirezionale. Il periferico non coincide con una determinata posizione sulla mappa geopolitica (il Cile nel sud dell’America Latina) che dovrebbe riflettersi nel contenuto referenziale del lavoro per documentare la “marginalità latino-americana” del Sud in una relazione di opposizione fissa e omogenea - senza intersezioni - con il Nord. Le cartografie del potere sono diventate sempre più mutanti e le localizzazioni di “centro” e “periferia” sono convertite nel modello flessibile di ibridazione culturale che domina lo scenario della globalizzazione. Mi sembra più interessante pensare al “Sud” come un concetto-metafora che funge da vettore di decentramento di alcuni binari: centro/periferia; maschile/femminile; dominazione/subordinazione, egemonia/subalternità, eccetera. Il vettore “Sud” si sposta da un luogo e cambia espressione per generare crepe critiche nel modo in cui i dispositivi di rappresentazione dominante assegnano le categorie di “identità” (“centro”) e “differenza” (“margine”, “periferia”) seguendo il dualismo della divisione gerarchica che ordina tutta la sfera interpretativa in categorie e generi. Penso che le poetiche dispiegate dalle opere di Paz Errázuriz e Lotty Rosenfeld siano abbastanza complesse perché i giochi mobili di identità e differenza, di centro e peiferia, non si riducano a categorizzazioni predeterminate. Entrambe le opere usano il “Sud” (Deleuze), come una linea di fuga che attraversa corpi, soggettività e territori per costruire, in diagonale, complicità estetiche e politiche tra le molteplici forme con cui ciò che è subordinato minoritario occupa i bordi e confini dei sistemi di rappresentazione egemonica.

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Paz Errázuriz, Infarto del alma 2. Chile, 1993 - Courtesy of the artist.

EV: Rispetto dall’edizione del ‘74 dedicata alla questione cilena (che ha assunto un ruolo forte nel programma di Okwui Enwezor), oggi, la Biennale è diventata un dispositivo neocolonialista e alcune posizioni teoriche (postcoloniali, politiche e di genere) non hanno intaccato la struttura materiale della mostra. Poetics of Dissent, il tuo progetto curatoriale, guarda anche alla storia del Cile post-dittatura e ai processi politici che l’hanno generata: è un modo per far riemergere la memoria e riappropriarsi del passato e delle sue pratiche critiche?

NR: Lo scenario globalizzato dell’arte transcontinentale fa sì che le storie identitarie diventino intercambiabili per una certa estetizzazione diffusa che coinvolge il mercato della diversità culturale. Per questo non voglio rinunciare a individuare le “posizioni di contesto”. Mi interessava, in particolare, il fatto che le opere di Errázuriz e Rosenfeld avevano attraversato il Cile dal momento della dittatura militare alla post-transizione democratica. Questa traiettoria definisce il campo di forze in cui dovevano costruire le loro posizioni e le tattiche di opposizione: dalla violenza dell’autoritarismo militare alla ri-democratizzazione neoliberale e dell’economia di mercato. Anche se entrambe hanno sostenuto un dialogo critico con il contesto, non sono opere “di denuncia” nel senso riduttivo della parola, come se si trattasse di un’ “arte politica” che si esaurisce nella retorica contestataria del messaggio di anti-dominazione. Come i meccanismi del lavoro e i loro segni sono obliqui, le temporalità che intrecciano le opere (passato-presente) sono non lineari. Non c'è spazio per una memoria contemplativa, nostalgica, come quella in cui il ricordo si sposta avanti e indietro. Nel caso del lavoro di Lotty Rosenfeld, ad esempio, rivisita gli archivi degli interventi urbani realizzati a partire dal 1979, sotto la dittatura militare fino alla memoria delle violazioni dei diritti umani, ma oltrepassa questi riferimenti con i frammenti di nuove immagini di catastrofi mondiali (genocidi, esodi, guerre, attacchi). La trama del lavoro di Rosenfeld – una sovversiva economia politica dei segni che criticano l’egemonia neoliberale – lega i suoi interventi alla Borsa del Commercio di Santiago del Cile del 1982 con la parola d'ordine del movimento studentesco del 2011 (¡No al lucro¡) che si oppone alla società di mercato. Nel caso di Paz Errazurriz, è la continuità di uno sguardo fatto di segreti e opacità che ha registrato i contro-volti più invisibili e dislocati del “miracolo neoliberale”: dei soggetti carenti e delle geografie abbandonate; il ritardo, la precarietà e i labirinti esistenziali dello smarrimento. La validità di questo sguardo consiste nella sua capacità di infilarsi nelle fessure del discorso sul progresso e sul successo della modernizzazione (della dittatura e anche della transizione cilena) per rilevarne i lapsus. Non ci può essere un “dejà vu”, nel caso di queste opere, a scardinare permanentemente i tempi e i modi di abitare il rapporto - fluttuante, interstiziale - tra passato e presente.

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Lotty Rosenfeld, No, no fui feliz. Video Installation, Chile, 2015 -
Photo courtesy of the artist.

EV: In riferimento alla Escena de Avanzada, le modalità corporali e il paesaggio urbano avevano un valore conflittuale di rottura e di discontinuità, che sovvertiva i modelli di narrazione ufficiale, contestando i codici semiotici (e ideologici) di rappresentazione delle retoriche del potere. Dalla violenza della dittatura militare fino alle recenti proteste studentesche, Poetics of Dissent offre uno sguardo retrospettivo, ma orientato al futuro: qual è il regime di visibilità con cui l’arte si mostra oggi? È ancora in grado di inventare un immaginario di segni e di discorsi capaci di annullare il confine tra azioni artistiche e politiche? Rende ancora possibile uno spazio per il dissenso?

NR: Sappiamo bene che il capitalismo intensivo oggi lavora sulla sovrapposizione e cancellazione dei codici del politico, dell'economico e culturale, rendendo difficile l'individuazione di uno spazio separato - come accadeva ai tempi delle avanguardie e neoavanguardie, e della critica modernista - che si ponga come un “fuori” dal potere, dal mercato e dalle istituzioni. Non esiste più un margine di extraterritorialità pura che dimentica i traffici del potere, del mercato e delle istituzioni. Ma se questo non esiste “al di fuori” della separazione e dell’autonomia, dell’esteriorità contro-istituzionale come zona incontaminata, non significa che non vi sia alcuna possibilità di occupare i vuoti e gli interstizi del potere, del mercato e delle istituzioni per progettare operazioni micro-politiche di resistenza ai suoi controlli egemonici. L’arte può assumere molteplici “regimi di visibilità”, per dare alle forme una densità poetica e concettuale che nega ogni visualità comunicativa e pubblicitaria dell’attualità tecno-culturale del mondo globalizzato.

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Lotty Rosenfeld, No, no fui feliz. Video Installation, Chile, 2015
Photo courtesy of the artist.

È anche possibile interrogare i confini tra il visibile e il nascosto, l’esibito e il sottratto dalla circolazione, in modo che la sfera di apparizione delle immagini includa una domanda sulle “strutture” (ideologico-culturali) che includono ed escludono, soprarappresentano o sottorappresentano, ipervalorizzano o devalorizzano. Interrogare o visualizzare i dispositivi di rappresentazione; smontare le costruzioni dei segni che naturalizzano il reale per far sì che l’immaginazione critica possa sognare altri modi di percezione e comprensione, rimane una promessa utopica e di liberazione dell’arte. L’arte come vettore di emancipazione (Rancière) promette di generare shock e tumulto, disagio o sorpresa, sconcerto, nei sistemi di oggetti e soggetti che le società del controllo cercano di normalizzare con la forza. Il dissenso è l’invito a ridistribuire le categorie, le identità e i generi senza temere il contraddittorio plurale e la non-unanimità delle soggettività minoritarie che si sentono schiacciate dal consenso neoliberale o dalla saturazione capitalista delle leggi del calcolo e degli interessi.

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