Anastasia Barone

Un armamentario di concetti spinoziani messi al servizio di un'analisi sociologica ed economica del presente. La scommessa di Frédéric Lordon è quella di uno spinozismo delle scienze sociali. L'operazione era cominciata nel 2006 con L'interet souverain (La Découverte), proseguita attraverso la raccolta Spinoza et les sciences sociales (Lordon, Citton, Amsterdam, 2008) e arriva in Italia con Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo (DeriveApprodi, 2015).

Il saggio si occupa di una questione complessa e spesso ambigua sintetizzata da Lordon nella domanda: come accade «che un numero esiguo di individui del capitale riesca a far funzionare per sé il gran numero dei lavoratori»? (p.9) (Significativo forse il fatto che faire marcher in francese significhi tanto far funzionare, far marciare, quanto illudere, ingannare, circuire.) Si tratta di una domanda, in fondo, che fa eco al celebre interrogativo di Spinoza nel TTP «Perché gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro salvezza ?». La risposta sarà allora altrettanto mutuata dal lessico del filosofo olandese : è il desiderio a far marciare gli individui, o meglio, il desiderio orientato dai diversi affetti prodotti dagli incontri.

Ma cosa spinge Frédéric Lordon, economista dell'École de la regulation e sociologo, a rivolgersi alla filosofia, e in particolare alla filosofia di Spinoza? Certo la tradizione degli studi spinozisti che si sono riproposti di «attualizzare» Spinoza e il suo pensiero ha una lunga storia, che affonda le sue radici tanto in Francia quanto in Italia. Ma ciò che in primis interessa Lordon è una questione metodologica, d'approccio, e quindi profondamente politica. L'economista francese ritrova infatti in Spinoza tutta la forza teorica di un « determinismo radicale» che decostruisce ogni ipotesi di individuo-soggetto e di volontà libera ma che, allo stesso tempo, è capace di coniugarsi con il movimento ed il cambiamento. Contro ogni sociologia dell'attore razionale e contro ogni «metafisica della soggettività» Lordon si propone di coniugare «lo strutturalismo dei rapporti di Marx con un'antropologia spinozista della potenza e delle passioni».

«Spinoza et Marx» è il sottotitolo all'edizione francese. In effetti già a partire dall'introduzione Lordon afferma che, con un «paradosso temporale», Spinoza, sebbene cronologicamente anteriore, può servire a leggere Marx. In questa rilettura, le strutture economiche e sociali sono poste in relazione a quella che Lordon chiama «vita passionale collettiva». Analizzare le strutture nelle loro caratteristiche, non basta per capire cosa le faccia effettivamente funzionare. La risposta di Lordon è: gli affetti. Ma cosa significa? A partire dal conatus spinoziano, inteso come desiderio senza oggetto, Lordon interpreta l'orientamento del desiderio indotto dai differenti «incontri», come l'effetto delle strutture sociali sul conatus stesso. Questo «orientamento» dei desideri configura, per Lordon, un certo regime di fissazione dei desideri, una capacità di “trascrivere i desideri”, fissati a livello macrosociale, nelle vite soggettive. In questo senso, possiamo definire le diverse epoche del capitale come altrettante forme di fissazione dei desideri e produzione d'affetti.

Il primo capitalismo impone l'obbligo di lavorare sotto la scorta del «morso della fame», dunque sotto forma di un affetto triste, il fordismo concede la possibilità di affetti gioiosi, l'accesso al mondo del consumo di massa, ma si tratta ancora di affetti relativi a oggetti esterni; infine, l'epoca neoliberale si caratterizzerebbe per la sua capacità di indurre affetti gioiosi intrinseci, cioè buoni di per sé e non canalizzati verso oggetti esterni. E dunque « Se i lavoratori salariati si attengono al rapporto di ingaggio che gli viene imposto dalla struttura sociale del capitalismo e rispondono a ingiunzioni produttive sempre maggiori, non è solo per effetto della costrizione e della violenza organizzativa ma anche perché può accadere che vi trovino un certo tornaconto, ovvero occasioni di gioia. » (p. 46). Dove la gioia può essere sì, al suo livello più basso, la riproduzione materiale, ma anche forme di soddisfazione e di riconoscimento personale come quelle che strutturano spesso la retorica manageriale.

Il meccanismo che induce quindi la mobilitazione dei lavoratori per un progetto che non è il loro è l'allineamento: “si tratta cioè di allineare il desiderio di chi viene ingaggiato sul desiderio-padrone. Detto altrimenti, se il conatus da arruolare è una forza che procede con una certa intensità, si tratta di dargli un «buon» orientamento, ovvero una direzione conforme alla direzione del conatus del padrone (sia esso un individuo o un’organizzazione)» (p. 52). Questa rilettura di Marx alla luce dell'antropologia spinozista della passioni ha una posta in gioco piuttosto alta, quella di ripensare i concetti marxiani di alienazione e sfruttamento. L'alienazione sarebbe quindi l'ordinaria condizione d'eteronomia dei nostri affetti e lo sfruttamento una forma di «predazione e cattura delle potenze d'agire».

Passioni sediziose

Ma è forse il tema del conflitto ad essere più difficilmente integrabile nella prospettiva di Lordon. Prendendo alla lettera la definizione dell'indignazione dell'Etica Lordon ci dice quindi che, se a reggere il consenso è l'affetto detto Obsequiuum, a rompere il consenso è l'indignazione, passione che si genera in reazione a un torto fatto a noi o a un nostro simile. Ancora in opposizione alle «metafisiche della soggettività» l'invettiva di Lordon è aspra contro tutti coloro che credono «si debba voler spezzare le proprie catene per fare la rivoluzione ». Un pensiero che, per Lordon, è in fin dei conti solidale con il pensiero liberale. Resta da capire se la reazione a «quel gesto di troppo» sia davvero l'unica forma ammissibile di conflitto in un contesto d'eteronomia. O se i conflitti non nascano spesso anche da incontri (eteronomi, determinati, ma buoni), da affetti gioiosi, da desideri collettivi.

In questo saggio la dicotomia eteronomia-autonomia gioca un ruolo centrale. Il rischio è che la polemica contro la metafisica soggettivista faccia, qui, del conatus un semplice sforzo «vuoto» catturabile e di fatto sempre «catturato» dal potere. Un conatus incapace di intervenire lui stesso sulla strutture sociali. Ma in fondo proprio Spinoza aiuterebbe a pensare la possibilità di un «divenire attivi», che non necessita affatto dell'idea di un soggetto dotato di libero arbitrio, e che non reintroduce l'idea di un soggetto autonomo à la Descartes. Spinoza, pur restando nel quadro dell'eteronomia generale che caratterizza la natura umana, ha pensato la possibilità di divenire attivi.

«Divenire perpendicolari» all'allineamento che il capitale vorrebbe imporre è la soluzione tracciata da Lordon. «Diventare ortogonali significa resistere al dirottamento attraverso l’invenzione e l’affermazione di nuovi oggetti di desiderio, di nuove direzioni verso le quali tendere con lo sforzo» (179-180). La domanda che questo libro ci pone è, in fondo: si può pensare una forma di agire politico che, spinozianamente, non faccia ricorso alla volontà, ma piuttosto alla capacità strategica di ricercare e praticare ciò che aumenta la nostra potenza di agire?

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