Simone Ciglia

23 aprile 1979, foyer della chiesa di San Giovanni a Bochum. Un gruppo di ragazzi che da anni si riunisce per «scoprire idee fondamentali sul mondo, la società e [loro] stessi» invita Joseph Beuys (Krefeld, 1921-Düsseldorf, 1986) a discutere sul tema «Che cos’è l’arte?». L’artista tedesco, ormai celebre, ha alle spalle un trentennio di attività. Ha già elaborato l’intelaiatura che regge il suo pensiero e ne detta l’opera, i cui puntelli principali risiedono nel «concetto ampliato dell’arte» e nell’idea della «scultura sociale». Ciò lo ha condotto ad avventurarsi sempre più sul terreno della politica. Quell’anno segna il culmine del suo impegno in questo campo: è candidato con i Verdi al Parlamento europeo, impresa tuttavia destinata a non incontrare successo.

Il cuore del dibattito è l’interrogazione sullo statuto ontologico dell’arte, la domanda fondamentale che anima – almeno dovrebbe – ogni tentativo in questo campo: Che cos’è l’arte? Questione radicale troppo spesso elusa dietro il paravento dell’ineffabilità del gesto artistico, e resa ancor più ardua dalla deflagrazione della stessa nozione di arte nel XX secolo. Beuys non si esime dal prendere di petto la questione, scandagliandola tanto dal punto di vista teorico (è questo l’incipit della conversazione) quanto da quello tecnico-pratico (nel prosieguo).

Ciò che impressiona maggiormente nel tempo parcellizzato e precario dell’oggi è l’organicità del disegno unitario che soggiace al suo lavoro, la cui ampiezza arriva a coprire sostanzialmente tutti gli ambiti nei quali l’essere umano si è espresso; un pensiero capace di astrarsi nelle vette della teoresi per ridiscendere con estrema rapidità sul piano dell’immediata concretezza. La discussione è accompagnata infatti dall’ostensione di oggetti di diversa natura che l’artista commenta (si dilunga ad esempio su una scatola di legno); non mancano inoltre riferimenti al contesto, un’architettura di Hans Scharoun.

Come avviene per pochi altri artisti, ascoltare la voce di Beuys ha un’importanza pari all’osservarne l’opera. L’autore assegnava un valore altissimo alla parola: essa è scultura, traduzione plastica di un pensiero che costituisce un momento consustanziale dell’opera. In una conferenza a Monaco di qualche anno dopo avrebbe detto: «La mia strada passava attraverso la parola […]. Il concetto di popolo è collegato in modo elementare alla sua lingua», e avrebbe descritto la propria arte come «un concetto di scultura che inizia nella parola e nel pensiero, che nella parola impara a costruire idee, le quali possono trasferire, e trasferiranno, il sentire e il volere nella forma».

Sulla parola Beuys ha fondato una parte essenziale della propria opera, che si è inverata in azioni e discussioni (celebre quella di cento giorni a Documenta 5 nel 1972), oltre alla sua attività d’insegnante: «dottrina della parola» era fra l’altro una «disciplina intermedia» ipotizzata nel piano di studi della Free International University, l’istituzione educativa che l’artista concepì insieme a Heinrich Böll. La pubblicazione di questa discussione da parte di Castelvecchi s’inserisce nel solco di una meritoria opera di scavo sulle fonti della storia dell’arte contemporanea, che ha riportato alla luce testi di artisti o critici non tradotti oppure esauriti in italiano (Roger Fry, Paul Sérusier, Desiderius Lenz tra gli altri).

La domanda del titolo resta in conclusione – com’è naturale – priva di una risposta. Ma è fonte di grande piacere intellettuale per il lettore seguire i tentativi da parte dell’artista per cercare una risposta. A indirizzare questo percorso sono gli stimoli forniti dai ragazzi partecipanti e soprattutto da Volker Harlan, curiosa figura di sacerdote (parroco a Bochum dal 1965) che nei suoi studi ha incrociato teologia, arte e biologia. Amplissimo l’arco delle questioni affrontate, con la consequenzialità e insieme gli improvvisi scarti tipici del discorso parlato. L’autore dichiara la propria volontà di superare la concezione di un’arte puramente retinica a favore di una «terapeutica», che risvegli dal torpore la società e inneschi una discussione: un concetto di arte che lui stesso ha contribuito a rimodellare, espandendolo in modo estremo. Alla base vi è una teoria relativa al calore che si traduce nell’impiego di varie sostanze (come cera e grasso).

Allargando il perimetro, il discorso arriva a toccare anche argomenti di architettura, design, economia e politica, con una critica del sistema capitalistico in favore di una centralità dell’arte, considerata «vero capitale». La proposta beuysiana è una palingenesi globale che vuole porsi al di fuori di un orizzonte utopico per inscriversi in quello del reale. Fuori di ogni prospettiva religiosa o semplicemente trascendentale, l’arte arriva a coincidere con il significato della vita, che consiste nell’apertura all’altro. Essa è lo strumento ideale d’indagine di un uomo che non ha mai cessato d’interrogarsi sul mondo.

Joseph Beuys
Cos’è l’arte?
a cura di Volker Harlan
Castelvecchi, 2015, 96 pp.
€ 16

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Una Risposta a Scultore di parole

  1. Romolo Cappola scrive:

    Dopo avere letto l’articolo non penso di saperne più di prima sull’Arte.
    Oggi è diventato difficile prendere di petto una domanda. Non si fa che girarci intorno e divagare, divagare, divagare, divagare.

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