Ginevra Bria

Dietro ogni ossessione, a volte, si nasconde un trauma, una delusione, un dolore, una ferita emotiva impossibile da rimarginare, una scalfittura, più o meno profonda, che cerca però di emergere attraverso una condivisione, forse solo consolatoria, talvolta impossibile, con l’Altro. Ma se gli oggetti trovano una storia che li racconti , in completa sospensione rispetto al corso naturale della loro storia e del loro tempo, allora si apre il loro segreto e la condivisione con gli altri è possibile. Contro la dispersione, la confusione e la frammentarietà in cui versano le cose di questo mondo (Benjamin) solo una magnifica ossessione può fare emergere come il collezionista risulti così avvinto dal costituire una propria serialità da intraprendere una ricerca inesausta dei suoi oggetti di desiderio, fino ad esserne talvolta posseduto.

Fino al 25 maggio, negli spazi espositivi della Barbican Art Gallery di Londra, è di scena il controllo onnipotente sulla morte attraverso il collezionismo d’artista, nella forma in cui quattrodici di loro (da Hanne Darboven a Sol LeWitt, da Danh Vo al messicano Dr Lakra) hanno imposto la morte agli oggetti, tenuti in vita tramite un possesso sistematizzato. Se dunque è vero che la cosa più amata dal collezionista sia quella che ancora non possiede, nel percorso di Magnificent Obsessions: The Artist as Collector il collezionista lotta contro la paura della perdita, sublimando l’entropia della dispersione, della disseminazione.

Una procedura di immortalità illusoria che per alcuni ha assoluto valore vitale e di sopravvivenza del Sé e per altri si è manifestato come fonte di ispirazione, riferimenti visuali per i loro lavori, memento personale e anche investimento. Quattordici artisti del dopoguerra, dunque, presentano le loro collezioni, tra oggetti professionali e personali. Le loro raccolte variano da memorabilia come prodotto di massa e pezzi da collezione popolari a rarità uniche nel suo genere, curiosità, specimen, artefatti mai visti e, infine, anche opere d’arte.

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Andy Wharhol's artwork. Magnificent Obsessions_The Artist as Collector, Barbican Art Gallery. ©Peter MacDiarmid, Getty Images

Gli spazi della Barbican Art Gallery si trasformano in contenitori che assumono su di sé la passione del collezionare, un impulso che ha controbilanciato, completato, accompagnato e formato i loro interessi. Per altri, invece, questa compulsione ha rappresentato un ostacolo alla loro abilità lavorativa, al corso del loro più intimo processo artistico. Dunque perché gli artisti collezionano? E come vivono e lavorano a contatto e in dialogo con le loro collezioni? Come riconoscere il legame tra gli oggetti che raccolgono e i lavori che realizzano? Le collezioni sono state tradizionalmente accumulate con l’obiettivo di costruire e di trasmettere conoscenza. Anche gli artisti condividono questo intento, ma sospingendolo, estendendolo verso fini più soggettivi.

Diversamente dai musei, gli artisti non seguono un approccio sistemico perfettamente scolastico, e nemmeno sembrano essere in cerca di assemblare collezioni comprensive e rappresentative. Riflettendo sulle ossessioni più intime, i loro acquisti sono spesso frutto di un dialogo indissolubile, in tandem, con il loro lavoro e il loro impianto visuale. Molti artisti vivono assieme, a stretto contatto, e spesso utilizzano le loro collezioni, mentre altri tengono ogni oggetto perfettamente conservato e stipato in un magazzino.

Alcuni artisti si rivelano reali connoisseur, formando con cura e attenzione le loro collezioni, mentre altri accumulano orde di oggetti affastellandoli, affinché nulla possa essere lasciato andare. Questa mostra presenta solo una selezione di oggetti prelevati da collezioni di ogni artista, in correlazione con almeno un lavoro, un’opera significativa del loro percorso estetico, rimarcando quanto le raccolte oggettuali abbiano, in qualche modo, confermato e influenzato: processi, ispirazioni, motivi e, ovviamente, ossessioni. Ogni collezione è stata installata nello spazio come a costituire un alveo a sé stante, mentre l’allestimento ricrea, quasi scientificamente, lo stile dell’ambiente domestico o di lavoro che ha conservato le collezioni, cercando di riambientarle all’interno di uno spaccato della loro esistenza quotidiana.

Magnificent Obsessions Installation Images

Hanne Darboven artwork. Magnificent Obsessions_The Artist as Collector, Barbican Art Gallery. ©Peter MacDiarmid, Getty Images

Per alcuni artisti in mostra risulta maggiormente plausibile l’attitudine all’ideazione e allo sviluppo di una raccolta seriale di oggetti, à côté delle loro pratiche compositive più conosciute. Arman, ad esempio, si scopre aver acquisito i primi interessi artistici da suo padre, Antonio Fernandez, un antiquario di Nizza. E negli anni Cinquanta quando l’artista, poco più che ventenne, cominciò a lavorare nel negozio del padre iniziò di pari passo a collezionare antiche pistole, radio, jukebox, orologi e maschere africane, sviluppando quel senso scultoreo accumulativo-ricorsivo che ha contraddistinto il Nouveau Realism; un’impronta tratta dall’accostamento di numerosi esemplari del medesimo oggetto per ciascun tipo. In mostra, infatti, emerge, dall’indistinto corpo aggregante della frammentarietà, Home sweet home II (1960): dozzine di maschere a gas compresse all’interno di una cornice, evocanti non solo il fantasma di un esercito chimico, ma anche le enormi privazioni subite dall’artista durante la Seconda Guerra Mondiale; qui sublimate sotto forma di accumulazione stratificante.

In mostra, dopo l’antro dedicato all’universo costellato di sedie per bambini, cartelli, bambole, pupazzi e treni giocattolo di Peter Blake; dopo le stanze ricolme di appunti, cartoline, strumenti, opere, artefatti a forma di caprette e cavalli della casa amburghese di Hanne Darboven; dopo le forme e i colori neutrali delle porcellane tattili di Edmund de Waal; i busti vintage, anatomici e carcasse di corpi immortali in formaldeide di Damien Hirst si dispongono, bisturi alla mano, come plotoni dell’affermazione della vita, in lotta contro la brevità del tempo concesso.

Magnificent Obsessions Installation Images

Sol le Witt's collection. Magnificent Obsessions_The Artist as Collector, Barbican Art Gallery.
©Peter MacDiarmid, Getty images

Tra centinaia di elefanti indiani di Howard Hodgkin, di album dai ritagli macabri di Dr Lakra e di fotografie moderniste di Karl Blossfeldt, Albert, Renger-Patzsch e August Sander collezionate da Sol LeWitt, nello spazio spandono le cartoline esotiche accumulate da Martin Parr, i dipinti dei negozi di seconda mano di Jim Shaw, gli arnesi del Neolitico di Hiroshi Sugimoto, le insospettabili biscottiere nostalgiche di Andy Warhol e i 3000 tessuti di Vera Neumann conservati con cura da Pae White. Cose di cose che hanno termine solo quando si trasformano in un’opera d’arte totale in sé, come I M U U R 2 (2013): raccolta di dipinti e di artefatti appartenuti a Martin Wong, memoriale successivamente ri-composto da Danh Vo, esposto al Guggenheim Museum di New York e acquisito come composizione definitiva dal Walker Art Center di Minneapolis.

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