Marco Giovenale

La scena interiore (Gallimard 2013; Ponte alle Grazie 2014) è un libro che ha «il proprio centro alla periferia», nei margini, e nelle linee sottili o marcate di giunzione – o sconnessione – fra gli elementi che raccoglie. E, questo, non per scelta stilistica ma per necessità e dovere di storia: seguendo non un’estetica ma un’etica del frammento.

Nel 1943 Marcel Cohen ha poco più di cinque anni quando si trova ad essere, del suo nucleo familiare, il solo scampato alla deportazione. In agosto fa in tempo a vedere – da distante – parte della propria famiglia arrestata «dalla polizia francese». In Francia, a Parigi, già da tempo patria e città di adozione (erano originari della Turchia), il padre, la madre, la sorella di sette mesi, i nonni paterni, due zii e una prozia avevano iniziato – in quanto ebrei – a venir cancellati già come persone portatrici di diritti; ad Auschwitz questa cancellazione avrebbe avuto il suo compimento materiale, fra 1943 e 1944.

Troppo piccolo per aver conservato più che singoli ritagli di memoria di quel giorno e dei precedenti, dei suoi primi anni e del periodo dell’occupazione nazista, Marcel al momento di scriverne, oltre mezzo secolo dopo, giudica non solo oggettivamente impossibile ricostruire e ancor più ignorare i vuoti che, numerosissimi, tramano la sua storia; ma sa bene che «inventare» o «romanzare» violerebbe il senso stesso del tentativo – anzi del dovere – di testimoniare. Connettere i frammenti affioranti «in forma di racconto avrebbe tutto della finzione e la finzione lascerebbe soprattutto intendere che l’assenza e il vuoto possono essere espressi», avvisa fin dalle prime pagine l’autore. Di qui la scelta narrativa e insieme anti-narrativa di imporre alla scrittura di attingere a due sole fonti: il poco che Marcel stesso (asciuttamente, a volte per via di indagine su minimi indizi ritrovati) in effetti ricorda; e poi ciò che su genitori e familiari riesce a sapere da altri superstiti, parenti e amici. I brani di memoria infantile sono scritti in corsivo; gli altri, i lacerti ricostruiti grazie alla memoria altrui – e sono la maggioranza – in tondo.

È così che, scandito in tanti capitoli quanti sono i membri della famiglia (di cui si dà ogni volta una foto, la data di nascita, e infine il giorno e numero di convoglio in partenza per il campo di sterminio), il libro raccoglie inizi di ritratti, profili di comportamenti, abitudini, lavori, tentate vie di fuga, fortune e difficoltà, aneddoti spesso terribili, e soprattutto oggetti, centri gravitazionali indispensabili per il ricordo: un portauovo, un piccolo cavallo cucito artigianalmente dal padre, il violino che quest’ultimo suonava, un posacenere di forma bizzarra, un portasigarette.

Perimetrati da macchie di memoria così precisate – per quanto possibile – non dall’estendersi ma dal sottrarsi della scrittura (sottrazione di ogni finzione, abbellimento, illazione, indugio), molti eventi o luoghi dolorosi – non valendosi del volume fittizio che una narrazione soffierebbe in loro – si incidono più nettamente sulla «scena interiore» che se fossero colpiti da luce diretta. È, per fare un unico esempio, il caso del disumano ospedale Rothschild, dove Marie, la madre, viene internata con la figlia Monique, di nemmeno sette mesi.

Il libro di Marcel Cohen non è semplicemente un altro esempio del possibile lavoro della e con la prosa breve, immaginato – in questo caso – all’interno di un contesto dove l’effimero, l’inafferrabile, è anche sinonimo di dolore (il dettaglio come eco di mancanze e lacerazioni violente). La brevità delle prose acquisisce semmai l’aspetto peculiare di costrizione-necessità, e ricopre forse lo stesso ruolo che la delirante invenzione dei giochi sportivi in W o il ricordo d’infanzia permetteva a un Georges Perec in scacco, atterrito, di trovarsi contemporaneamente lontano e vicino a un fuoco reale, non metaforico, non letterario.

Così, gli oggetti – i testimoni – ritrovati e ascoltati da Cohen non formano né tantomeno fondano una poetica. Schiacciano, anzi, all’interno dei margini di cui si è detto: l’autore è di fatto completamente e inevitabilmente in balia degli ultimi estremi radi documenti di cui dispone. E questo non avere altro (che chiaramente non finge paragoni con le spoliazioni subite dai suoi cari) non intende essere la forza o semplicemente un pregio del libro, ma il limite ferito che non manca – senza alcuna sottolineatura «stilistica» – di rovesciarsi su chi legge, ferendolo a sua volta: come è sensato, come deve.

Marcel Cohen
La scena interiore
Traduzione di Michele Zaffarano
Ponte alle Grazie (2014), 144 pp.
€ 13,50

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