Andrea Cortellessa

La nuova e rivoluzionaria edizione del Partigiano Johnny, o meglio (visto che redazionale era pure il titolo della prima, nel ’68, poi seguito dalle successive ancorché diversissime di Maria Corti e Dante Isella), del Libro di Johnny (come lo intitola il suo curatore di oggi, Gabriele Pedullà, da un lato richiamando la definizione da parte dell’autore – del ciclo complessivo dal quale infaustamente estrasse nel ’59 quello che s’è letto finora come Primavera di bellezza – del «libro grosso», dall’altro arieggiando la Bibbia che Fenoglio tanto amava leggere in inglese: Il libro di Giobbe, Il libro di Giona…), dà un’accelerazione formidabile alle celebrazioni anniversarie che – come tutte le altre, ma questa in particolar modo – più si allontanano dall’evento generatore più sono destinate a ghiacciarsi nell’ufficialità. Ancora una volta, per fortuna, Johnny ci viene in soccorso.

Forzo un po’ le simmetrie, certo. Ma le quattro diverse edizioni del Johnny – come lo chiama Francesco Pecoraro – succedutesi dal ’68 a oggi sembrano davvero, per una misteriosa eterogenesi dei fini, rappresentare lo spirito del tempo, dei tempi, che rispettivamente le hanno viste pubblicare. Clamoroso il caso della prima, quella uscita col crisma dell’urgenza mentre le vampe del Maggio ancora strinavano i corpi ed esaltavano gli animi; lo stesso curatore di allora, Lorenzo Mondo, presentava un protagonista che «sembra prefigurare, dal cuore di un’Europa di perseguitati e fuggiaschi, i più puri ed attuali eroi del dissenso»; e si giunse persino (lo ricorda qui Andrea Camillo, ma è stato lo stesso Pedullà a ricostruire la ricezione «contestatrice» di Fenoglio in una bellissima voce del suo Atlante della letteratura italiana) ad accostarlo al «Che» Guevara per dimostrare «la matrice universale della guerriglia»…

Il fatto è che quella prima edizione del Johnny era giunta in libreria con straordinaria quanto preterintenzionale tempestività (tanto quanto la sfortunata vita del suo autore, ricorda con tristezza Pedullà, aveva viceversa mancato tutti gli appuntamenti decisivi): al culmine delle fortune dello sperimentalismo letterario (che non poteva non entusiasmarsi per l’incredibile mescola del cosiddetto «fenglese»: a sua volta preterintenzionale, peraltro, in quanto destinata – con l’ultima mano che l’autore in questo caso non poté dare – a sparire quasi del tutto, come si vede nei testi da lui invece completati e dati alle stampe) e, insieme, a quello di una revisione finalmente «da sinistra» della vulgata resistenziale (in modi che oggi mi pare Valerio Romitelli – autore che varrebbe la pena di discutere a fondo – fra i pochissimi a coltivare; ne parla, qui, Daniele Balicco). Parlano chiaro, in tal senso, gli interventi degli ex partigiani Norberto Bobbio e Claudio Pavone, che con intelligenza ha assemblato David Bidussa (seppure con le intermittenze qui segnalate da Andrea Camillo): specie quelli pubblicati nei mesi «caldi», a cavallo fra ’68 e ’69. «Se dunque i giovani», concludeva Pavone il suo, «vogliono distruggere la Resistenza come alibi, fanno benissimo»; e rincarava Bobbio: «tra l’esaltazione di una falsa e ingannevole Resistenza e un discorso serio sulla Resistenza vera, abbiamo scelto da tempo». (È un come-volevasi-dimostrare il ruolo-chiave che al termine di questo lungo processo di revisione, nel ’91, avrà Fenoglio in Una guerra civile di Pavone.)

L’edizione dell’équipe pavese capitanata da Maria Corti, che nel ’78 rende disponibile al pubblico generalista (con scelta che è tuttora un unicum editoriale assoluto, almeno in Italia; in un cofanettone di cartonato «povero» che di per sé è cimelio straordinario di quel tempo…) tutte le redazioni conservate dei tormentati scartafacci narrativi di Fenoglio, fa in sostanza la scelta di non scegliere. Con ciò venendo forse meno a una divisa etica che è (oltre che notoriamente fenogliana) connaturata al mestiere del filologo, ma ponendo pure le premesse di quell’uso «libero» che un fenoglista intelligente come Roberto Bigazzi ha di recente proposto da parte di «un lettore filologicamente avvertito o anche semplicemente post-moderno», che si sappia prendere la «libertà di scegliere il suo Partigiano» (e credo che in futuro – per un altro caso insolubile come quello dell’Uomo senza qualità di Musil, in Germania, ci siamo del resto già arrivati – i devices informatici finiranno per imporre questo tipo di soluzione, o piuttosto non-soluzione). Di certo quella data, ’78, segna come sappiamo la fine, e la fine tragica, del «ciclo della contestazione» che ha come contrassegno di partenza quella del primo Johnny.

Non era certo di cultura postmodernista Dante Isella: colui cioè che nel 1992 realizzò l’edizione del testo che però lessero compattamente, allora, i «nativi postmoderni»: i lettori della mia generazione. E che, nel semplificare con un gesto gordiano tutte le intricatissime discussioni filologiche che le due precedenti edizioni avevano sollevato, finalmente ci dava un Johnny compatto, continuo, leggibilissimo. Un Johnny «classico», dunque, che non a caso vedeva la luce in una collana (la «Pléiade» Einaudi che pretenziosa clonava l’originale Gallimard) graficamente all’estremo opposto, rispetto al Fenoglio «povero», di servizio, del cartonato-Corti. Una semplificazione ottenuta al costo di una, fondamentale, manipolazione testuale (la sutura fra due diverse redazioni, che al romanzo garantiva un finale), che Pedullà evita di operare (e che invece, l’avesse adottata, gli avrebbe risparmiato la perdita di cui dirò più avanti). A dispetto dei fregi pseudo-Gallimard sul dorso, finì dunque quella per essere (del resto quasi subito ripresa in tascabile) un’edizione «d’uso», di Fenoglio; diciamo un’edizione post-ideologica. E infatti è da allora che gli scrittori di un po’ tutte le risme, e non solo loro peraltro (come si vede dallo schieramento piuttosto impressionante adunato nel Breviario partigiano accluso al fiammeggiante disco omonimo dei «Post-CSI»), hanno preso appunto a «usarlo», Fenoglio, come si fa appunto con un classico: con spregiudicatezza e «libertà» euforizzanti (nonché certe volte, inevitabilmente, sopra le righe), sprezzanti di qualsiasi cautela filologica e, diciamo, deontologica.

Perché non c’è niente da fare: i decenni passano, ma Fenoglio continua a scaldare il cuore. Come senz’altro scalderanno gli animi, di quei lettori intensivi per vocazione e professione che sono i filologi, le scelte audaci di Pedullà: che pongono problemi, teorici e «pratici» (cioè editoriali), di eccezionale momento. Basti pensare che l’edizione di Primavera di bellezza, che appunto Fenoglio si risolse a dare a Garzanti nel ’59 – aggiungendole un finale appositamente redatto, e però amputandola della lunga parte iniziale (ottanta pagine che, a parte l’edizione per specialisti del ’78, si leggono ora per la prima volta), invece fondamentale non solo per la trama ma soprattutto per le dinamiche psicologiche di Johnny – viene da Pedullà abbandonata, virtualmente cancellata: pur corrispondendo, a tutti gli effetti, all’ultima volontà d’autore (criterio questo, peraltro, sempre meno dogmaticamente seguito in filologia; e al cui «estremo opposto», esplicitamente, si colloca infatti Pedullà). Le sollecitazioni editoriali (neppure così manipolatorie, a ben vedere, dal momento che il complesso del «libro grosso», a ben vedere, Fenoglio non lo sottopose mai a nessun editore) vengono così equiparate a quelle che, sempre in filologia, sono definite varianti coatte d’autore (Giancarlo Alfano ricorda qui il caso, non meno che paradigmatico, di Torquato Tasso). Un criterio che, in potenza, potrebbe rivoluzionare gran parte della letteratura del secondo Ottocento e di tutto il Novecento, per come l’abbiamo letta fino adesso.

Ci sarebbe da chiedersi, arrivati a questo punto, a quale spirito del tempo corrisponda, oggi, il nuovo Johnny arrivato in libreria. Questo «effetto tornasole» lo potranno riscontrare, in verità, solo i lettori di domani (magari riflettendo sul nostro tempo a partire da un quinto Johnny, il loro…). Eppure non possono non colpire, intanto, due o tre connotati. Il primo è l’accentuarsi e il solidificarsi del connotato di classicità che già gli anni Novanta, si è visto, avevano attribuito a Fenoglio. In questo senso gli interventi dei tre scrittori di oggi chiamati da Pedullà a collaborare al monumentale (appunto) numero triplo dell’Illuminista – Eraldo Affinati, Franco Cordelli e Francesco Pecoraro – sono eloquenti (ma significativa è pure l’attenzione con cui dagli stessi vengono dribblate le enfasi un po’ scapigliate che su Fenoglio si sono lette, talora, negli ultimi anni). Da rimarcare pure come, usando con attenzione gli strumenti offerti dall’Illuminista, e cioè l’amplissima cronologia della vita dell’autore realizzata da Pedullà, e l’addirittura sterminata antologia della critica assemblata da lui stesso insieme ad Alessandro Tucci (che, sino al turning point del ’68 riporta tutti gli articoli usciti su Fenoglio…), il nostro tempo sia altresì messo nelle condizioni di far giustizia, non solo delle semplificazioni e delle ideologizzazioni che nella prima fase postbellica monumentalizzarono la Resistenza, sino a renderla inerte, ma anche di quelle che in seguito (e sino a ieri) hanno inteso «revisionisticamente» sminuirla, e a oltranza decostruirla, con fini politici con tutta evidenza strumentali. Come dice Pedullà, viene così meno una leggenda assai attestata, quella di una compatta ostilità della critica comunista nei confronti dell’anticomunista Fenoglio (per il memorabile Carlo Salinari, che nel ’52 sull’«Unità», edizione romana, scriveva che con I ventitré giorni della città di Alba «Fenoglio non solo ha scritto un cattivo romanzo [sic], ma ha anche compiuto una cattiva azione», c’è per esempio un Paolo Spriano che nel ’54, sulla stessa «Unità», ma edizione milanese, fa quasi un inno a La malora).

Ma l’altro connotato, che una volta di più splende nel Johnny – e che resta irriducibile a qualsiasi cura filologica si pensi di porre ai guasti della sfortuna, della malora in vita toccata a Fenoglio – è «la libertà quasi assoluta di non-finito che lo intride» (come dice Pecoraro). Non solo per il famoso «fenglese» che residua delle primitive redazioni in inglese da Fenoglio allestite, per le sue storie, come a voler frapporre un’intercapedine ideale (e idealizzante) fra il proprio reale vissuto resistenziale e l’epos che della Resistenza andava scrivendo. Ma soprattutto per la questione tormentosa del finale-non finale – che il Johnny peraltro condivide coll’altro capolavoro del suo autore, il senz’altro più-compiuto Una questione privata. Nella bella, minuziosa ancorché sintetica monografia di Alberto Casadei, una volta di più si insiste sulla vocazione di morte sulla quale Fenoglio costruiva i suoi protagonisti – in particolare quelli che più gli assomigliano, come appunto Milton e Johnny. Il loro essere per la morte (Fenoglio – come si vede nello straordinario capitolo «filosofico» del romanzo maggiore, al cospetto di Cocito e proprio di Chiodi – conosceva bene l’esistenzialismo per via del suo professore Pietro Chiodi: che di Heidegger, al ritorno dalla guerra, era stato fra i primissimi traduttori italiani) ha un’infinità di significati, sui quali in questa occasione non c’è modo di soffermarsi (basti citare, ancora una volta, Pecoraro: «È come se Fenoglio sappia cos’è e come funziona il procedimento del morire»). Anche nella fretta redazionale con cui Fenoglio mise capo a Primavera di bellezza, nel ’59, non trascurò di approntare un finale che provvedesse ad ammazzare Johnny…

Il vero trauma che dà il nuovo Johnny – a chi almeno non sia filologo di professione – è però che Johnny, stavolta, non muore. Nell’ostinazione «partigiana» di avvicinarsi il più possibile alla primitiva struttura del «libro grosso» di Fenoglio, Pedullà – lo si accennava – non ha voluto contaminare (come invece aveva praticisticamente fatto Isella) le due redazioni italiane superstiti della sua seconda parte (quella sinora intitolata Il partigiano Johnny). Così facendo, si vede costretto a far terminare la storia con l’ultima pagina della prima, e in molti sensi più completa, redazione: che però è mutila, appunto, del suo finale di morte. Anche questa pagina, dice Pedullà, è «un finale eccellente»: Johnny e il compagno Pierre, dopo il combattimento e prima di rimettersi in marcia, si fermano, si guardano, e in due battute esprimono un giudizio, sull’intera avventura partigiana, che davvero, a settant’anni di distanza, ci si sente di condividere con loro: «Pierre si aggrottò e disse a Johnny che era stato un pasticcio. – Ma andava fatto, – disse Johnny, guardando il cupo, ma non ostile cielo». Quel cielo cupo, ma non ostile è un fondale perfetto (anche in questo caso, per una quantità di motivi); e potrebbe ben identificarsi, pensando all’ansia esistenzialisticamente futurante di Fenoglio, col tempo a venire: ivi compreso il nostro (e più avanti ancora, si capisce).

Ma quella conclusione negata resta – non solo per me, credo – un cruccio a sua volta irriducibile. L’unica «consolazione» per il lutto della morte mancante, se ci si passa il calembour, è che in questo modo «il Johnny», e con esso l’intero «campo resistenziale» (per dirla con una celebre lettera di Fenoglio), ci si mostra – non per la prima volta, s’è visto; ma come da decenni non si vedeva – aperto. Dice condivisibilmente Alfano, alla fine del suo pezzo, che Pedullà «ci restituisce questa domanda». Ma è lo stesso Fenoglio – a dispetto della vocazione di morte da lui presto realizzata, purtroppo – che aveva concluso in forma interrogativa, «aperta», la sua parabola (la questione del suo ultimo titolo è da leggersi, credo, anche in un implicito, introiettato «fenglese»). Unanswered question: strutturalmente in-conclusa e in-definita come per definizione è la vita, appunto, in contrapposizione alla morte.

Il Milton di Una questione privata, si ricorderà, finisce per «crollare» davanti a un «muro». Un campo aperto, invece, è un campo che si può percorrere ancora.

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Una Risposta a Quattro partigiani, settanta primavere

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