Andrea Camillo

A settant’anni dal 25 aprile 1945, e a ventiquattro dalla pubblicazione di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, le parole «guerra civile» associate al ’43-45, se non possono più indignare o sconvolgere continuano comunque a suscitare una certa curiosità, permettendo al dibattito avviato dal celebre saggio di Claudio Pavone di mantenersi vivido e attuale. Proprio tale attualità è alla base di questo volume, in cui sono stati raccolti gli interventi di Pavone e di Norberto Bobbio, attraverso i quali è possibile capire com’è cambiato, nei decenni del lungo Dopoguerra italiano, il significato assunto dalla Resistenza.

Fino a Una guerra civile di Pavone, l’interpretazione fratricida del conflitto combattuto tra l’8 settembre ’43 e la Liberazione era stato appannaggio neofascista. I vincitori preferivano non ricordare che la Resistenza era stata anche e soprattutto guerra tra italiani, insistendo sui caratteri unitari e nazionali di una guerra patriottica contro i tedeschi, e di una guerra antifascista contro la dittatura. Tale riluttanza aveva ragioni politiche. Oltre alla considerazione che il conflitto fratricida interessò effettivamente solo l’Italia settentrionale, escludendo il Mezzogiorno (come sottolinea Pavone), si preferiva non parlare di guerra civile per il timore di equiparare partigiani e repubblichini; rivendicare l’unità del popolo italiano resistente voleva dire negare le divergenze tra i partiti ai tempi del CLN e, a un tempo, tutelare la compattezza politica dell’Italia postbellica, secondo Costituzione fondata proprio sull’unità antifascista.

I democristiani, avendo temuto una deriva rivoluzionaria della Resistenza, insistevano sul suo obiettivo nazionale; ma l’idea di compattezza del popolo interessava anche a sinistra, perché – scrisse Pavone – «mentre gli azionisti non muovevano, di massima, obiezioni contro la tendenza a vedere nel fascista il nemico principale, i dirigenti comunisti sentirono più volte la necessità di frenarla, preoccupati, come ho già ricordato, del possibile offuscarsi del carattere nazionale e unitario della lotta». queste reticenze si protrassero ben oltre il 25 aprile, condizionando la storiografia e l’immaginario stesso della Resistenza.

A permettere l’accostamento dei testi di Pavone e Bobbio, e il sottotitolo La Resistenza a due voci, è, come spiega David Bidussa nell’Introduzione, la «convergenza» delle loro riflessioni, che in effetti sembrano in certi punti completarsi e incastrarsi con naturalezza. Ma il concerto di queste «due voci» consente soprattutto di seguire decennio per decennio, dal ’65 al ’94 (e poi sino al 2001, nelle lettere scambiatesi fra i due), l’evolversi dell’interpretazione data alla Resistenza nell’Italia che su di essa s’era fondata.

L’eredità della Resistenza tornò prepotentemente nel dibattito pubblico sul finire degli anni Sessanta. Nel Sessantotto il conflitto generazionale tra padri e figli mise in discussione anche la guerra partigiana, giungendo sino a paragonare (come fece un articolo anonimo uscito su «La Voce») il partigiano di Fenoglio a Che Guevara: cercando di fare del Partigiano Johnny, pubblicato da Einaudi proprio quell’anno, un ponte fra le generazioni.

In realtà era dall’immediato dopoguerra che l’Italia si divideva tra soddisfatti e insoddisfatti: insieme alla Resistenza come nuovo Risorgimento, paragone onnipresente nelle commemorazioni ufficiali, ci fu ben presto una Resistenza «tradita» o «bloccata» per arrivare poi, appunto nel Sessantotto, a una Resistenza accusata, dalla nuova sinistra, di essere «conservatrice» (cioè di essere stata gestita con questa funzione dalla classe dirigente del Paese, a partire dalla sinistra istituzionale e anzitutto dal PCI). Scriveva Pavone: «In questa situazione è accaduto che i giovani abbiano cominciato a guardare con qualche sospetto a una Resistenza dalla quale tutti si affannano ad affermare che è scaturita l’Italia in cui oggi viviamo, che è l’Italia contro cui si ribellano i giovani protagonisti dei movimenti di questi ultimi mesi».

La Resistenza era destinata ad accompagnare il cammino della società italiana anche nei turbolenti anni Settanta, sino a venire rivendicata dai terroristi rossi, che dei partigiani si autoproclamarono discendenti naturali, imponendo anche alla generazione dei contestatori una fondamentale riflessione sulla legittimità della violenza resistenziale. Per questo spiace che manchino, nel volume curato da Bidussa, contributi dei due autori risalenti a quel decennio (rimediando con un cenno nell’introduzione). Dal ’69 si salta infatti all’86, bloccando la scansione diacronica con una sovrapposizione ripetitiva attorno alla definizione di «guerra civile» e agli interventi relativi alle «tre guerre» (uno degli argomenti chiave di Una guerra civile di Pavone: la prima «contro il Tedesco occupante», la seconda «contro i fascisti della Repubblica di Salò», la terza – da parte comunista – «contro il nemico di classe»), ingolfando leggermente la lettura e di fatto spostando al margine l’innovativo testo di Pavone, del ’94, su una Resistenza in chiave europea.

Tra il riassunto agile e condensato dei vari significati assunti dalla Resistenza nel corso dei decenni e l’approfondimento – quasi uno svisceramento – del concetto di guerra civile, il volume Bollati Boringhieri sceglie di fatto una via di mezzo, senza così poter centrare se non fiaccamente e troppo rapidamente nessuno dei due obiettivi. Più condivisibile la scelta di presentare, in coda, l’epistolario inedito tra Bobbio e Pavone, che «lega» i rispettivi contributi e, oltre a fornire un intellettuale dietro le quinte, mostra la sintesi che sostiene e motiva finalmente l’accostamento delle «due voci».

Trattandosi di un volume pubblicato in occasione del settantesimo della Liberazione, non è retorico affidarsi alle parole di Bobbio pronunciate nel discorso del ’65 che apre il volume e che ancora oggi, al di là delle tante forme assunte dalla Resistenza in questi settant’anni, risuonano in tutta la loro validità: «Qualche che sia il giudizio che diamo sulla guerra di liberazione e sul movimento della Resistenza, è certo che questa guerra e questo movimento stanno alla base dell’Italia contemporanea. Non possiamo capire quello che siamo oggi senza cercar di capire quello che è avvenuto vent’anni fa, quando un popolo ha scosso il giogo e ha unito la propria lotta a quella di tutti i popoli liberi d’Europa. La Resistenza è stata una svolta che ha determinato un nuovo corso della nostra storia: se la Resistenza non fosse avvenuta, la storia d’Italia sarebbe stata diversa, non sarebbe stata la storia di un popolo libero. Sfido chiunque a confutare questa verità».

Norberto Bobbio, Claudio Pavone
Sulla guerra civile. La Resistenza a due voci
s cura di David Bidussa
Bollati Boringhieri, 2015, XXIII-177 pp., € 15

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