Giancarlo Alfano

Si potrebbe iniziare con un paradosso: se Lorenzo Mondo non avesse mai pubblicato Il partigiano Johnny in edizione postuma nel 1968, il problema del suo rapporto con Primavera di bellezza non si sarebbe mai posto. Allo stesso modo, se Varo e Tucca non avessero rispettato il lascito testamentario di Virgilio, mai si sarebbe dovuto discutere dell’assurdo anacronismo di cui si macchiò il poeta augusteo facendo incontrare Didone ed Enea, due personaggi che, secondo la «verità» delle storie tramandate, appartenevano a due epoche distinte. E tuttavia, così come nessuno può più scrivere la storia di Enea senza parlare del suo amore per la fondatrice di Cartagine, così nessuno può evitare di confrontare Primavera e Partigiano.

La faccenda appare particolarmente complessa, o almeno diversamente paradossale, se adottiamo il punto di vista della filologia. Solo pochi ceppi appaiono saldi, infatti, a chi voglia delimitare il campo della scrittura fenogliana tra il 1954 della Malora (romanzo estraneo al «campo» resistenziale) e il 1959, in cui appunto esce Primavera di bellezza presso Garzanti: cioè nel periodo in cui l’autore lavora al «progetto Johnny». Tra i pochi punti fermi, c’è la lettera che accompagna l’invio a Livio Garzanti del manoscritto della prima parte del libro cui stava lavorando e la risposta dell’editore che lo invita a «qualche taglio». Dopo questo scambio, lo scrittore cambia progetto: decide di pubblicare il libro, col titolo Primavera di bellezza, in una forma estremamente ridotta (aprile 1959) dichiarando, undici mesi dopo, di avere «d’improvviso mutato idea e linea» (8 marzo 1960), cioè – come aveva già spiegato – di essersi liberato del «libro grosso» per passare a un altro progetto, ambientato «nel fitto» della guerra civile: il nuovo progetto aveva reso necessaria la morte del protagonista, Johnny, subito dopo il suo ingresso nelle file dei partigiani.

Questi pochi riferimenti sicuri non bastano, probabilmente, per dare ordine e senso alla gran mole di carte manoscritte raccolte sotto il titolo Il partigiano Johnny a partire dall’edizione guidata da Maria Corti nel 1978, quindici anni dopo la morte dell’autore e dieci dopo l’apparizione del progetto editoriale di Lorenzo Mondo. Se infatti appare evidente la decisione di Fenoglio di scrivere i tre capitoli conclusivi di Primavera di bellezza al fine di pubblicare il romanzo con una storia conclusa, è altrettanto evidente che lo scrittore aveva già pensato di scorciare la vicenda del suo protagonista, non più portandola avanti fino all’aprile 1945, ma facendola culminare con la decisiva battaglia di Valdivilla (febbraio 1945), così da rendere più significativo l’apparentamento di Johnny con la morte.

Allo stato attuale delle conoscenze, è forse impossibile determinare con certezza quale sia stata l’ultima intenzione progettuale (che distinguerei dalla ultima volontà) dell’autore, ma certo il «libro grosso», ideato da Fenoglio intorno al 1955 e perseguito fino al 1959, doveva raccontare la vicenda generazionale di chi, formatosi nella seconda metà degli anni Trenta, a vent’anni dovette affrontare la guerra e l’8 settembre (col tracollo di ogni riferimento collettivo e della stessa identità nazionale), vivendo, infine, l’esperienza della scelta: salire in collina e combattere il fascismo.

Il libro di Johnny, come s’intitola l’edizione adesso proposta da Gabriele Pedullà, ricostruisce proprio quel «libro grosso» che va dagli anni del liceo alla scuola ufficiali e all’Armistizio (Prima parte) e dal breve periodo di clandestinità protetta dai genitori fino all’ingresso nel mondo dei partigiani (autunno 1943) e i successivi due inverni e due primavere (Seconda parte). Si tratta, com’è evidente, di un’operazione forte, realizzata a partire da un’ipotesi discutibile quanto avvincente: prima di essere altrimenti persuaso da Garzanti, Fenoglio voleva tracciare un lungo percorso dentro la guerra civile utilizzando un unico personaggio principale; le carte manoscritte, pur testimoniando diverse fasi redazionali, non contraddicono mai questa intenzione, la quale sembra essere stata invalidata solo dall’occasionale intervento dell’editore, peraltro inconsapevole (Garzanti e il suo editor Citati, infatti, non conoscevano il manoscritto intero dell’opera).

Per ricostruire quella intenzione progettuale, Pedullà ha dovuto mettere assieme due diversi «depositi» d’autore: gli autografi, rispettivamente, del materiale di Primavera di bellezza e del materiale Partigiano Johnny, scegliendo in entrambi i casi le redazioni più antiche che però, va aggiunto, non sono tra loro omogenee dal punto di vista stilistico. Quest’ultimo elemento meriterebbe una discussione approfondita perché parte non piccola del fascino di Johnny sta proprio nella sua consistenza linguistica (diversa da Primavera), che appare peraltro assai coerente col destino di morte consustanziale al protagonista, e per una cui discussione mi limito a rimandare alle limpide pagine che Alberto Casadei ha appena pubblicato in Ritratto di Fenoglio da scrittore (ETS 2015, pp. 32-43).

Preferisco soffermarmi invece brevemente sul problema filologico, anch’esso interpretativo, di cui distinguerei due aspetti. Innanzitutto, dal punto di vista ecdotico, il testo proposto da Pedullà va considerato senza dubbio un ibrido, come peraltro spiega lo stesso editore. Ma il problema è: un ibrido secondo quale immagine del testo? rispetto a quale dimensione progettuale? Se infatti i materiali lasciati da Fenoglio mostrano sviluppi tra loro non coerenti (Primavera e Johnny hanno esiti non sovrapponibili), è però vero che il progetto iniziale, perseguito per alcuni anni, prevede – in ciò concordano tutti gli studiosi e tutti i lettori – un arco cronologico ampio, che copre quasi un decennio. Il libro di Johnny consente senza dubbio di cogliere con un unico sguardo, e d’un solo fiato, quest’ampia gittata, consentendo al lettore di confrontarsi con un «progetto di opera» piuttosto che con un’opera compiuta.

E poi, per quanto paradossale, bisogna ripetere che è tutta «colpa» di Lorenzo Mondo. Per il lettore che viene dopo il 1968, infatti, Il partigiano Johnny esiste, così come esiste il Johnny di Primavera di bellezza: nell’universo letterario lo «stesso» Johnny è morto e non è morto (o meglio: è morto una e due volte). Un’operazione editoriale non ignara della complessità della filologia (e che denunci i suoi passaggi e i suoi metodi, come peraltro Pedullà fa, almeno in gran parte, nella sua edizione) può legittimamente tener conto anche di questa evidenza.

Un problema apparentabile è stato posto qualche anno fa da Carlo Ossola e Stefano Prandi a proposito di un’edizione «storica» dei dialoghi tassiani che, piuttosto che stabilire l’ultima volontà d’autore di Torquato Tasso a partire dagli autografi, stabiliva di pubblicare i dialoghi dell’autore così come sono stati letti nei secoli, ossia non a partire dai manoscritti originali ma dalle stampe approntate nel Seicento da diversi editori, che pure intervennero pesantemente sui testi, a volte mutandoli profondamente rispetto all’originale. Meglio leggere oggi Tasso così com’è stato letto nei secoli – questo era l’assunto dei due studiosi – piuttosto che fornire un testo incerto e mobile, sia pure d’autore.

Il problema è proprio qui: l’originale. Nel caso di Johnny l’originale infatti non esiste, nonostante se ne siano conservate almeno due redazioni (più parte di una stesura primitiva in lingua inglese). Esistono solo delle manipolazioni (Mondo: 1968; Isella: 1992; Pedullà: 2015), che cercano di restituire una storia coerente. A questi tre tentativi si affianca l’altra, bellissima operazione coordinata da Maria Corti (1978): che invece, pubblicando tutte le carte d’autore, ha cercato di restituire il processo creativo così com’è testimoniato dalle stesure successive che si sono conservate.

Intentio lectoris contro intentio operis, verrebbe da dire coi filologi antichi: da una parte si schiera chi rivendica le ragioni del lettore, che ambirebbe a una storia coerente e continua; dall’altra parte si trova invece chi vede il primato dell’opera nel suo farsi, con gli errori, gli sbandamenti, ma anche con le intuizioni felici che affiorano e semmai infine riescono a governare le tensioni della scrittura. Questa nuova soluzione, pur andando incontro al lettore, si sforza però di ricondurre il testo al suo autore, e al suo progetto: intentio auctoris, che è il terzo e fondamentale perno dialettico di ogni realtà letteraria. A questo punto si ritorna alla questione di partenza: ma quale intentio? rispetto a quale progetto? Il libro di Johnny messo insieme da Pedullà ci restituisce questa domanda.

Beppe Fenoglio
Il libro di Johnny
a cura di Gabriele Pedullà
Einaudi, 2015, LXXXVIII-791 pp., € 28

Alberto Casadei
Ritratto di Fenoglio da scrittore
ETS, 2015, pp. 112, € 10

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Una Risposta a Le intenzioni di Johnny

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