Andrea Cortellessa

Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi
Linea Gotica

l nemico è penetrato nella mia città. Così suona, ipnotico e minaccioso, il ritornello del Nemico: uno dei brani del cd che riunisce i quattro quinti dei CSI (Giorgio Canali, Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo e Massimo Zamboni; all’appello manca Giovanni Lindo Ferretti, che al nuovo gruppo ha però voluto regalare il nome, «Post-CSI»). È questa, certo, l’essenza della guerra civile – della Stasis, come la chiamavano gli antichi (concetto di cui Nicole Loraux – nella Città divisa, 1997, Neri Pozza 2006 – e da ultimo Giorgio Agamben, di quell’edizione a suo tempo promotore, hanno ricostruito l’archeologia). Il nemico non viene da fuori, a invaderci non sono i popoli di là dal mare. Il nemico è già penetrato, è già dentro: da sempre abita al nostro interno. Non di meno (e a maggior ragione, anzi) bisogna combatterlo. Ma che significa, in concreto, avere il nemico dentro? Cosa vuol dire conoscerlo, alla lettera, intus et in cute? Sentirlo abitare il proprio sangue? Gli ultimi versi del Nemico suonano: «Credi padre / il giorno nuovo porterà condono / o porta – padre mio – solo tormento?».

Se ancora oggi la Guerra civile per antonomasia è quella che per primo, a sinistra (perché gli ex fascisti usavano il sintagma, da sempre, al fine di delegittimare Resistenza e Liberazione), Claudio Pavone chiamò con questo nome nel 1991, è perché in qualche modo essa realizza appieno il paradigma della stasis che, secondo Loraux, mette in stretta relazione le categorie, tradizionalmente oppositive, di città (intesa come comunità politica) e famiglia (intesa come consanguineità letterale, genetica). Per questo la Guerra civile è tragica: l’Orestea e l’Edipo Re, come l’Amleto, mettono l’uno contro l’altro genitori e figli: all’ultimo sangue è il caso di dire. Quando nel Libro di Johnny (II parte, cap. II) il temibile professore di storia Cocito, o «Cocitoff», fa a Johnny e ai suoi compagni in procinto di unirsi alle bande il suo «esamino […] sul partigiano», esso si sostanzia di interrogativi eloquenti, oltre che incalzanti: se la sentirebbero di «impiegare il sesso» delle proprie sorelle, «per accalappiare un ufficiale fascista o tedesco»?; e ancora: «se tuo padre fosse fascista […], tu ti senti di ucciderlo?». Uno dei ragazzi protesta: «Ma professore, lei fa soltanto casi estremi». Al che, lui ha buon gioco a ribattere: «La vita del partigiano è solo fatta di casi estremi».

«Estremo» è pure e ancora, malgrado da allora tanto tempo sia passato, il «caso» di Massimo Zamboni: chitarrista e compositore dei CSI al quale si dovette, vent’anni fa, l’ideazione di Materiale Resistente e oggi, previo entusiastico crowdfounding, quella di Breviario partigiano. Album (a più voci quello di allora, del nuovo gruppo – «antico», in tutti i sensi resistente, quanto insieme nuovo, perché orfano del problematico Ferretti – quello di adesso) «concetto», entrambi, non a caso l’uno e l’altro accompagnati dalle immagini di film documentari: collo stesso titolo del disco, a firma di Davide Ferrario e Guido Chiesa, nel ’95; col titolo Il nemico, diretto da Federico Spinetti, oggi.

Ma il documento più impressionante dell’ossessione resistenziale dei CSI resta il disco live registrato nel ’96, e pubblicato due anni dopo in tiratura limitata (per venire presto ritirato dal mercato e trasformarsi nel ghost album della formazione nata dalle ceneri dei CCCP; nonché, opino, il loro capolavoro), tutto dedicato a Fenoglio. Registrato nella piccola patria di Alba, nella chiesa di San Domenico, La Terra, la Guerra, una Questione Privata è una liturgia laica, ossessivamente – e direi maniacalmente – funebre, che pare davvero scavata nella terra e nel fango, materia fenogliana per eccellenza. O, per proseguire la metafora del nemico interno, nella più fonda materia delle nostre viscere. Non sono mai stato un fan così assiduo del post-punk post-sovietico emiliano; ma questo disco, a furia d’ascoltarlo, l’ho letteralmente sbriciolato. E sino ad oggi, in effetti, non sapevo spiegarmi bene il perché. Ora che conosco la storia di Zamboni, dal film di Spinetti (che documenta la reunion dei vecchi compagni nella cornice «antica» del Teatro Sociale di Gualtieri vicino Reggio, le discussioni accese tra loro, l’inserirsi nel gruppo della batteria di Simone Filippi e della voce acida ma intensa di Angela Baraldi) e dal libro che Zamboni stesso ha appena pubblicato da Einaudi, L’eco di uno sparo, una spiegazione me la do.

È ben nota la fascinazione liturgica degli ex-, o post-, CSI: che non scherzano affatto, quando intitolano Breviario partigiano il loro nuovo album; e lo accompagnano, stavolta (all’interno d’un cofanetto dalla grafica lussuosa e macabra, tutto laccato nero con fregi rosso sangue), anche con un vero e proprio breviario, un libriccino dalla legatura rigida in pelle nera, che affianca i testi della Liturgia della parola antica (da Bella ciao a Là su quei monti) a quelli della Parola nuova, quelli cioè che si ascoltano sul cd (da Linea Gotica alla formidabile In rotta: «Rimbomba si incrina si strappa si squaglia / si smonta si inclina un gorgo e non c’è più / l’Italia»). Padri e figli, di nuovo: implacabilmente – impavidamente. Nelle pagine restanti sono riportate, poi, più di cento frasi, pensieri e aforismi vergati, sulla Resistenza, da musicisti scrittori e varia umanità; dagli amici dei CSI insomma. Molta retorica, certo; qualche momento di routine (particolarmente stridente, nella circostanza); ma anche non poche «perle». Irresistibile, per esempio, la pseudo-etimologia di Paolo Fresu: se partigiano è «colui che parte», «essere partigiani significa non solo seguire qualcuno ma partire da soli. Affinché qualcuno ti si affianchi durante il cammino». Dice il vero, poi, Marco Rovelli: «Cos’è la Resistenza, se non, semplicemente, la forma più “radicale” di esistenza? Resistere – come a una tempesta facendo leva su se stessi […], stare saldi a una radice […]: ma una radice senza suolo, una radice interiore». Ci si ricorda di «fedeli alla linea / la linea non c’è!» (da C.C.C.P., 1985) ma anche del Libro di Johnny, di nuovo, e della sua scena più memorabile (II parte, capitolo IV): «Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. […] Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra».

Già. Ma che succede quando nel fare leva su se stessi, quando ci si aggrappa alla propria radice interiore, si scopre che è proprio in quella radice, nella matrice sanguinosa di noi stessi, che si annida il nemico? È quello che ha scoperto Massimo Zamboni, e che racconta nel suo libro, e nel film che appunto Il nemico s’intitola. Alle radici – già – del ramo materno della propria famiglia (un cognome occultato dall’iniziale; perché occultarlo, poi? è così facile scioglierla, quell’iniziale, ai tempi di Google…), al confluire del sangue atavico nelle proprie vene, scopre un sangue versato. Sotto il cielo cupo – … cupe vampe… – della bassa emiliana, al calare della sera (sono queste, di paesaggio, le immagini più suggestive del film di Spinetti), viene ammazzato un uomo di 49 anni. Gli sparano alle spalle, in tre, di corsa. L’uomo, lentissimamente, cade dalla bicicletta: «una di quelle biciclette padane che sappiamo nere, pesanti, con le gomme larghe per vincere la ghiaia». Quell’uomo, di nome Ulisse, era il padre di sua madre; e il fatto di sangue s’era consumato il 29 febbraio del 1944. Dì bisesto, dì funesto. Ma scotta ancora di più venire a sapere chi fosse, quel nonno mai conosciuto di persona: «Le cronache degli uomini insegnano come si onorasse dei titoli di Squadrista, Fascista Repubblicano, Sciarpa Littorio, Marcia su Roma, Membro del Direttorio del Fascio di Reggio Emilia, Segretario Politico di un Fascio della provincia. Fedele fino alla morte, scrivono. E indicano nei GAP, nei Gruppi di Azione Patriottica, gli sparatori». Un uomo che ha avuto le sue responsabilità nell’eccidio dei sette fratelli Cervi, alla fine del ’43, al poligono di tiro di Reggio.

Già. Il nemico – il fascista – da sempre è penetrato nella mia città. Prima ancora che nascessimo, in effetti. (Né si può dire che l’altro ramo del sangue, che si mescola nel suo, sia d’opposta matrice.) Dalla nascita, poi, sempre omettendo celando glissando: in famiglia. Solo qualche foto, qualche brandello di carta enigmatico, si sottraeva all’oblio, all’imbarazzo, alla censura. Ma quel nome, Ulisse, al nipote è stato imposto come secondo nome: così che «sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me», quella persona antica e perduta. Una famiglia di fascisti. Di fascisti sconfitti, di fascisti silenziosi. Questo, e non altro, è il sangue che ci scorre nelle vene.

Volendo, la storia è tutta qui. Quanto segue, nel libro, non fa che documentare le tappe della quête, dolorosa quanto necessaria, in cui dal momento di quella scoperta s’inoltra Zamboni: accumulando notizie minuziose, di archivio in archivio, tanto sullo sparato che sugli sparatori (uno dei quali per vecchie ruggini, nel ’61, a quanto pare finirà per ammazzare un compagno del gruppo di fuoco d’allora…). E portandosi dietro una scia di domande alle quali è difficile rispondere.

A due passi dalla casa avita, immerso nelle pieghe d’una campagna livida, sta per esempio il misterioso «Cavòn»: dove un bel giorno verranno rinvenuti i corpi di diciannove fascisti spariti all’indomani della Liberazione. Zamboni non è uno storico, anche se in archivio ci perde gli occhi; e per fortuna non è uno di quei pubblicisti ringhiosi che, giusto da un ventennio, con voluttà centellinano il sangue dei vinti. Ma certe sue formule («il sangue degli oppressi scorre di colore uguale al sangue degli oppressori»… anche se, aggiunge subito dopo, «resta a noi onorarne le differenze»; e poi, ancora, «lasciamoli tutti in pace, ora» ecc.) ricordano da vicino le pelose parole d’ordine della riconciliazione nazionale lanciate, sempre un ventennio fa, da Luciano Violante (solo virate, qui, da un velo di retorica misticheggiante, robustamente terragna quanto rugiadosa anzichenò: «quel ciclo della vendetta e dei soprusi è terminato […]. Ancora una volta, e per sempre, la morte ha saputo allontanare la storia dai corpi degli uomini, restituendoli come creature»). Lo stesso senso ha la pagina dal Pavese della Casa in collina, letta da Angela Baraldi all’inizio di Breviario partigiano: «Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso […]. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».

Ma resta qualcosa d’altro, alla fine del vagabondaggio in questo coacervo ricco e strano. Resta la cupezza (… cupe vampe…) di quel colore nero e pesante, della bicicletta caduta sulla strada, nella penombra della sera. Resta la tinta scura che si stende uniforme sul paesaggio (altro che «bellezza incolpevole», a dispetto di tutto definita «lo spirito del luogo»…). Resta il colore abbrunato del sangue, insomma: quel ribollire furente nel momento in cui si capisce, ma lo si sa da sempre, che le proprie scelte, di uomo e d’artista, col colore di quel sangue confliggono frontalmente. Resta la furia colla quale ci si scontra cogli amici, coi compagni: come, viene mostrato nel film, con Giorgio Canali – la vera, irriducibile, folle anima punk del gruppo – che nel «breviario» del cofanetto racconta sprezzante di come, lui nativo di Predappio, ben presto conobbe il significato – a suo dire – della parola resistenza: quando bambino, in visita al cimitero del paese, per liberare la vescica dolorante non trovò di meglio che pisciare su «un testone pelato bianco di marmo che mi guarda cattivo»… e che nel film di Spinetti, implacabile e stentoreo contro tutto e contro tutti, grida il suo inno squassante, la Lettera del compagno Laszlo al colonnello Valerio (cioè dell’iconoclasta ungherese Laszlo Thòth – che nel ’72 aggredì a martellate, in Vaticano, la Pietà di Michelangelo – a Walter Audisio, l’esecutore materiale della condanna a morte di Mussolini il 28 aprile 1945), censurata ai tempi di Materiale Resistente per le bestemmie che contiene (tagliate anche qui, nel Nemico): «Poi venne Maggio, / l’ordine di disarmarci. / Caro Valerio, / non dovevamo fermarci. // Non dovevamo fermarci, / si doveva continuare, / si fa con lo schioppo l’unità nazionale!»… perché «sono ancora tutti là / con i sorrisi smaglianti, / sono là i figli e i nipoti vincenti e arroganti […] / E a chi voleva la libertà / cosa gli diciamo? / Ai compagni morti per niente / cosa raccontiamo? / Che un pelato appeso a testa in giù poteva bastarci. / Caro Valerio, non dovevamo fermarci».

Perché insomma il nemico – questa la vera scoperta che fa risuonare la scrittura di Zamboni, la fa vibrare come la sua musica – non è il fascista: è il partigiano. La figura eroica, e anzi messianica, colla quale disperatamente, abbandonatamente, per tutta la vita ha voluto identificarsi. Il compagno che si è scelto; folle e iconoclasta e spietato, sì: ma che, nonostante tutto, si è scelto. Così tradendo la voce scura del sangue. È questa la pagina più bella del suo libro: «Cosa mi abbia fatto vibrare in direzione inaspettata a un certo punto della crescita, cosa mi abbia portato a provare interesse poi affetto poi riconoscenza per “il nemico”, per quei volti popolari, segnati, belli senza altri aggettivi; per quei nomi di battaglia che suonano diretti e precisi come fucilate; cosa mi abbia portato a scegliere l’altra parte come mia parte sconfessando l’educazione familiare, forse non serve approfondire. La reazione a un sopruso, a una educazione sentita come oppressiva, o forse la cultura acquisita, la curiosità, l’intima natura. L’avversione provata per quella classe adulta che vedevo pretendersi dominante, dirigente, e che a me pareva – ora lo capisco bene – avida, violenta, spietata, inutile; obesa senza altri aggettivi. Nessuna possibilità di contatto con loro, se non superficiale, subìto. Nessuna lingua in comune». È una scoperta importante, quella di questo vibrare. Anche se si vorrebbe sapere di più, precisamente, da quell’approfondimento che, viene detto invece, non serve. (È la stessa obiezione che mi veniva da fare a un libro, per altri versi coraggioso, come Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini: che nel 2010 faceva i conti col nonno Alessandro, il fondatore delle Brigate Nere, gerarca fedelissimo del Duce appeso insieme a lui a piazzale Loreto – dunque ovviamente mai conosciuto – ma non col padre, col vero traditore del sangue: resta quello, ancora, il nodo più aggrovigliato da sciogliere.)

Sì, c’è ancora tanta strada da fare. Ma questo lavoro «post» mi pare cominci a percorrerla. Tanti anni fa, nel 1950, Carlo Emilio Gadda esemplificava proprio negli spari della Guerra civile, così di frequente echeggianti nella narrativa di quegli anni, il fenomeno di cui indagare il noumeno: «Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo al romanzo che dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto… Il fatto in sé, l’oggetto in sé, non è che il morto corpo della realtà, il residuo fecale della storia… ». Su quegli spari lontani come fatto in sé lavora da molto, e bene, la ricerca storiografica; ma è su quest’altra strada – la strada del sangue – che si potrà incontrare, credo, la vibrazione segreta, la ragione o irragione del fatto: del corpo morto che giace sulla strada, al calare della sera.

Questa vibrazione fonda, questa tinta scura del paesaggio. La Terra, la Guerra, una Questione Privata. Oh partigiano portami via, che mi sento di morire

Post-CSI
Breviario partigiano 1945-2015
cofanetto contenente un cd audio di 42 minuti, un libro di 176 pp. e il dvd del film Il nemico-Un breviario partigiano (regia di Federico Spinetti, produzione Lab 80 film), 80 minuti, Post, 2015, € 20,99

Massimo Zamboni
L’eco di uno sparo. Cantico delle creature emiliane
Einaudi, 2015, 191 pp., € 18,50

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3 Risposte a Il nemico dentro

  1. Marco scrive:

    Cristo…la retorica di questi personaggi…una noia sconfinata…

  2. […] Recensioni (di Marco Belpoliti, di Camillo Langone, di Andrea Cortellessa) […]

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