Daniele Balicco

Nella città in cui sono nato, ogni anno, il corteo del 25 aprile si scinde in due spezzoni. Il primo confluisce nella piazza centrale, dove parlano sindaco e autorità cittadine; il secondo, con in testa la partigiana Cocca Casile, si separa e prosegue fino alla lapide di Ferruccio Dell’Orto, gappista morto a diciassette anni a Bergamo, l’8 febbraio 1945. Se seguiamo l’ultimo libro di Valerio Romitelli (La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande, Cronopio 2015) possiamo chiamare il primo spezzone come corteo dell’antifascismo; il secondo, invece, come corteo della Resistenza, o meglio, della guerra partigiana. Romitelli infatti preferisce non parlare di Resistenza.

Già nel precedente L’odio per i partigiani (Cronopio 2007) aveva mostrato che, se si studiano da vicino i discorsi di chi combatte in quegli anni contro il nazifascismo, si scopre che non si parla quasi mai di Resistenza, ma di ribellione; o di guerra partigiana. D’altronde, si resiste se si ha qualcosa alle spalle – un esercito, un’istituzione, una lealtà verso un potere minacciato – da difendere. E non è il caso dei partigiani. La loro esperienza è piuttosto quella di soggetti abbandonati a se stessi che devono trovare da sé il coraggio e l’intelligenza pratica per piegare a proprio vantaggio uno spaventoso stato d’eccezione. Ma è proprio in questo contesto singolare, storico e geopolitico, che i partigiani hanno fatto esperienza della libertà, come autogoverno e autoeducazione politica.

Il problema, secondo Romitelli, è che questo laboratorio sperimentale «che non continua nessun passato e che non avrà nessun futuro» verrà bloccato a forza – per tantissime ragioni, anche internazionali – da quell’antifascismo partitico che ha imposto alla ribellione il nome di Resistenza. In questo modo, l’insorgenza partigiana non solo verrà naturalizzata, ricollocandola in una storia di lungo periodo, come improprio compimento del Risorgimento; ma soprattutto, l’uso pubblico del suo mito servirà ad occultare la mancata de-fascistizzazione dello Stato. Per Romitelli, anche alcuni casi editoriali degli ultimi anni (come Partigia di Luzzatto o, nei primi anni Novanta, Una guerra civile di Pavone) proseguono questo fraintendimento della singolarità partigiana. Eppure, proprio i tempi storici che stiamo attraversando, di dismissione dello Stato e di «occupazione» finanziaria internazionale, dovrebbero indurci a interrogare l’eccezionalità storica di quel biennio con occhi nuovi: la felicità dei partigiani nasce dalla capacità di organizzare «bande», vale a dire corpi organizzati, diversissimi fra loro, rizomatici, ma consistenti e in relazione aperta con il territorio di cui erano parte attiva. Che da una strada simile possa passare, oggi, anche la nostra di felicità? Romitelli ne è convinto e, forse, non a torto.

Un modo per mettere ancora meglio a fuoco la felicità dei partigiani, come esperienza radicale di autonomia e di libertà, può venire dal bellissimo diario della partigiana Maria Antonietta Moro, di recente pubblicato da Iacobelli col titolo Tutte le anime del mio corpo. Il volume raccoglie, oltre ai due quaderni personali, il carteggio fra l’autrice e il comandante «Ario» della brigata «Mario Modotti» che, a guerra finita, diventerà suo marito: Ardito Fornasir, medaglia d’argento alla Resistenza. Il diario è molto interessante perché è stato scritto in presa diretta: l’autrice, prima partigiana titina a Gorizia col nome di Natascia e poi, dopo l’8 settembre, attiva in Italia nelle brigate Garibaldi, del Friuli e del Veneto, scrive con diversi pseudonimi, probabilmente per provare a tenere testa alla realtà che sfuggiva da ogni parte, spaventosa come una guerra e però incredibilmente libera, perché vissuta come possibilità di trasformazione, anche personale.

Stupisce, infatti, in una donna ancora così giovane, la perspicacia, la capacità di giudizio sugli altri combattenti; e il coraggio. Anna ha studiato come infermiera e usa la competenza professionale come strumento di lotta: nell’ospedale di Gorizia impara ad estorcere informazioni, per salvare i condannati a morte, somministrando psicofarmaci; in Italia, invece, farà iniezioni letali ai tedeschi e ai repubblichini, a cui avrebbe dovuto prestare soccorso. In una lettera Ario la redarguisce: non può fare così, i malati vanno curati, deve rispettare il giuramento di Ippocrate. Lei gli risponde stizzita. Da credente si è già confessata con un sacerdote di Gorizia: lui le ha dato la sua benedizione; ma, anche senza, avrebbe fatto lo stesso. La guerra è guerra.

Maria Antonietta Moro ha tenuto tutta la vita queste carte nascoste nel suo comodino. Le ha scoperte, solo dopo la morte, la figlia Lorena Fornasir. La sua introduzione al volume è un piccolo capolavoro, di teoria analitica e di scrittura: da psicologa clinica rilegge la vita di sua madre, donna mite e minuta che però le metteva in mano, da piccola, i sassi da lanciare contro la polizia di Scelba che imperversava sul marito, sempre in prima fila negli scontri. Una donna che la guerra partigiana ha trasformato e che l’antifascismo partitico, per usare l’espressione di Romitelli, ha invece riportato alla vita normale, come una piccola pianta grassa abbandonata nell’orto in inverno, «eppure sempre lì fedele, anno dopo anno, a spargere il suo profumo con la bellezza struggente dei suoi fiori candidi».

Maria Antonietta Moro
Tutte le anime del mio corpo. Diario di una giovane partigiana (1943-1945)
prefazione di Andrea Franchi, con saggi di Anna Di Gianantonio, Lorena Fornasir e Gabriella Musetti
Iacobelli, 2014, 125 pp., € 12

Valerio Romitelli
La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande
Cronopio, 2015, 180 pp., € 13

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