Raffaella Battaglini

Elizabeth Winder dichiara subito il suo proposito: «smontare il cliché della Plath artista maledetta. È la storia di una giovane donna elettricamente viva, sul limitare dell’età adulta. [...] Una persona vulnerabile e giocosa, che amava lo shopping quanto la lettura» (sic!); «i reggiseni, i rossetti e i kilt […] sono vitali [...] per capire Sylvia sia come parte attiva sia come prodotto dell’America della metà del secolo». Forte di queste premesse, l’autrice pedina passo passo la Plath per tutta la durata del suo soggiorno newyorchese (un mese esatto, il giugno del ’53) in cui la poetessa ventenne è redattrice praticante alla rivista Mademoiselle. Del periodo la stessa Plath ci ha fornito un resoconto (assai diverso...) nel suo romanzo La campana di vetro, pubblicato nel ’63 sotto pseudonimo.

La Winder si interessa solo alle superfici: traslucide e brillanti, un perfetto technicolor anni Cinquanta. Non sappiamo mai quello che pensa Sylvia, tutto invece di come si veste e si trucca («guantini bianchi alla Audrey Hepburn» e, per la serate più importanti, un tubino di shantung nero senza spalline; rossetto Cherry on the snow di Revlon, «rosso ciliegia brillante»); la vediamo camminare dall’hotel alla redazione, sola o con le colleghe coetanee, e fare colazione con uova e pane tostato; le conversazioni sono ridotte al minimo, dedicate soprattutto alla moda. Ci viene descritto nel dettaglio il taglio di capelli «alla paggio», «emblematico degli anni Cinquanta». Anche i pasti sono meticolosamente elencati, con informazioni puntuali sui ristoranti più in voga. Quando appare qualche lacrima fugace, si deve solo alla stanchezza per una sessione fotografica particolarmente sfibrante.

Se questa scelta fosse stata portata alle estreme conseguenze, sarebbe forse potuto riuscire un quadro iperrealista, dove i dettagli contano molto più dell’insieme. Invece l’autrice non manca d’indulgere in sconfortanti notazioni psicologiche, sia a carico della povera Sylvia che delle sue colleghe, tutte scrupolosamente intervistate («Alla fine della giornata, crollavamo. Lo sfinimento mentale... e lavorare con Gigi Marion, che era abbastanza snella ed elegante da entrare in tailleur ridottissimi!»); per tornare alle lingeries leopardate e agli ateliers d’alta moda, fino alla scena (c’è anche nella Campana di vetro) in cui Sylvia, spossata e ubriaca, dal tetto dell’albergo lancia i suoi vestiti sulla notte di New York.

A questo punto un lettore che poco sapesse della Plath rimarrebbe sconcertato dallo scarno resoconto, nei due ultimi capitoli, del crollo nervoso e del tentato suicidio di Sylvia, al ritorno da New York, in quella stessa «grande estate» del ’53. La Winder ce ne informa con un certo fastidio. Niente, fino a questo momento, lo aveva preannunciato. È seccante in effetti che Sylvia si comporti così male, dopo tutto il caviale e le sfilate di moda, e quei deliziosi cappellini estivi! Una così brava ragazza del New England, prodotto d’un college prestigioso... Eppure, anche dopo aver dovuto far cenno all’increscioso episodio, l’autrice non si perita di aggiungere, al capitolo finale, il commento di una sedicente «amica del college»: «Sylvia Plath non era l’incarnazione della poetessa folle e ossessiva. Sylvia era una ragazza di talento che conosceva la vita meglio dei più».

Bene dunque, tutto sistemato. Sylvia era normale, una ragazza come tante altre («Non fosse stato per l’intelligenza spaventosa [sic!] e il talento poetico, avrebbe potuto fare la hostess per una compagnia aerea, o diventare l’eroina di un B-movie»). Il suo suicidio col forno a gas (quello, riuscito, del ’63) è un’esagerazione, forse una leggenda, liquidata già nell’introduzione come una disdicevole storia di famiglia, che per buon gusto sarebbe stato preferibile omettere.

Quello della Winder, insomma, è un esorcismo in piena regola: un tentativo di scacciare i demoni della sofferenza e della follia lontano, molto lontano dall’altarino della Grande Poetessa Americana. Solo dieci anni fa, a nessuno sarebbe passato per la mente di scrivere un libro così revisionista, se non proprio negazionista: ma i tempi sono questi e il disordine mentale, anche quello dei grandi poeti, a quanto pare non gode di buona stampa. È necessario occultarlo, nasconderlo in una nota a pie’ di pagina, come un parente impresentabile in un matrimonio chic.

Noi ricordavamo un’altra Sylvia: quella il cui solo sguardo bastava a incendiare la brughiera, la Medea che dopo l’abbandono di Hughes sognava lo sterminio dell’intera famiglia, che immaginava i propri bimbi morti «così dolci / nella loro ghiacciaia ospedaliera, una semplice / trina intorno al collo...» (Death & Co., novembre 1962). Dov’è finita questa nera sorella, la fattucchiera che nel suo oscuro calderone rimesta i suoi umori velenosi? Possiamo cercarla nelle pagine delle Letters home, libro mitico che curiosamente Guanda ristampa in contemporanea, collo stesso titolo, Quanto lontano siamo giunti , della prima edizione del ’79. Naturalmente anche le Lettere sono un inno alla menzogna: con la differenza che Sylvia mente in modo meraviglioso. Lo fa incessantemente, sia nelle Lettere che nei Diari; quello che non può mentire è il suo io lirico (basti paragonare l’entusiastica descrizione della casa nel Devon, nelle Lettere, con quella della poesia La luna e il tasso). Resta nella memoria il desolato understatement della lettera finale alla madre, 4 febbraio 1963: «Non ho scritto a nessuno perché mi sono sentita un po’ cupa...».

Gli ultimi giorni sono muti. Cessano le lettere, cessa all’improvviso il flusso della poesia, che per tutto l’inverno è sgorgata a fiotti come da una vena aperta («il getto di sangue è poesia / non c’è modo di fermarlo»). All’alba dell’11 febbraio, dopo aver chiuso in camera i bambini, Sylvia entra in cucina, apre il gas e infila la testa nel forno: un gesto involontariamente parodistico, emblematico di un destino non solo suo: in ginocchio di fronte a un elettrodomestico.

Elizabeth Winder
La grande estate. Sylvia Plath a New York, 1953
traduzione di Elisa Banfi
Guanda, 2015, 263 pp., € 24

Sylvia Plath
Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre
a cura di Marta Fabiani
Guanda, 2015, 317 pp., € 22

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Una Risposta a L’età dell’innocenza

  1. bellissimo pezzo, amaro q.b., come si scriveva nelle ricette che piacerebbero a Winder

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