Andrea Fumagalli

Nuove frontiere di comando e di subalternità (di sussunzione?) si stanno prepotentemente affacciando alla ribalta del nuovo millennio. Non è altro che il “lato oscuro” (dark side) del rapporto capitale-lavoro, il quale è sottoposto a una torsione come raramente si è verificata nella storia contemporanea, soprattutto in Europa e in Italia.

Il rapporto di sfruttamento oggi fuoriesce dal semplice atto lavorativo per andare a intaccare una sfera molto più vasta, quella della vita, o meglio, del modo di vivere. Non è più immediatamente riscontrabile nel rapporto diretto: essere umano (forza-lavoro) vs “macchina”, lavoro vivo vs lavoro morto. Oggi sempre più assistiamo al divenire macchinico dell’umano e viceversa, in un connubio dove è difficile delineare una netta separazione tra la coscienza umana e il mondo artificiale. Da questo punto di vista, lo sfruttamento è sempre più auto-sfruttamento e se, da un lato, tracima verso forme di lavoro gratuito non pagato, rompendone, in tal modo, la gabbia salariale, [ma non nel senso che molti di noi auspicavano con la parola d’ordine del “rifiuto del lavoro (salariato), anzi], dall’altro, lo alimenta tramite nuove forme di precarietà di vita e di indebitamento.

Il nuovo libro di Andrew Ross, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (ombre corte, 2015) analizza il rapporto debito-credito come nuovo strumento e dispositivo centrale nel processo di governance neoliberista (quindi di sfruttamento). Diversamente da Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato, Derive Approdi, 2012), Andrew Ross sottolinea come la condizione debitoria non rappresenti un fine in sé per perpetuare il dominio dell’uomo sull’uomo ma piuttosto uno strumento per consentire una maggior dipendenza del lavoro dal capitale all’interno del processo di valorizzazione contemporaneo.

In una fase dove sempre più la contrattazione individuale diventa il perno della regolazione dei rapporti sociali, l’accesso a molti servizi di prima necessità comporta inevitabilmente un processo di indebitamento, che tende ad ampliarsi tanto più procede il processo di smantellamento, finanziarizzazione e privatizzazione del sistema di welfare. Da questo punto di vista il rapporto debito-credito diventa una delle modalità principali con la quale si attua il rapporto di sfruttamento del lavoro. Siamo di fronte ad una novità. Nel capitalismo fordista, la forza-lavoro difficilmente era in grado di indebitarsi, se non in casi particolari e ben monitorati (esempio, il mutuo per l’acquisto della casa), in quanto il vincolo di bilancio condizionava pesantemente la possibilità di disporre di moneta liquida.

L’accesso al credito era possibile solo a chi poteva vantare delle proprietà che andavano oltre il mero possesso del proprio corpo. Di conseguenza solo lo Stato e le imprese erano in grado di registrare situazione debitorie, che potevano finanziare e garantire con la proprietà dei mezzi di produzione (nel caso delle imprese) e con il monopolio di creazione della moneta (nel caso dello Stato). La condizione lavorativa era così sganciata dal rapporto debito-credito e dal potere sociale esercitato dall’accesso alla moneta-credito (cfr. lemma “Debito” in Piccola Enciclopedia Precaria, a cura di Cristina Morini e Paolo Vignola, Agenzia X, 2015).

Nel primo capitolo “Siamo tutti revolver”, non a caso, Andrew Ross analizza come il processo di finanziarizzazione abbia, in modo pervasivo, condizionato la vita quotidiana delle famiglie americane. Al riguardo, vengono presentati numerosi dati relativi alla diffusione delle carte di credito come sottile e necessaria catena psicologica di subordinazione alla finanza per mantenere inalterato il livello di consumo, soprattutto per quella fascia di popolazione americana che ha visto il proprio potere reale d’acquisto ridursi di quasi il 20% nell’ultimo trentennio. Il termine revolver fa riferimento alla possibilità, tramite una seconda carta di credito, o la stessa, di dilazionare il pagamento effettuato con il credito al consumo: “in altre parole, il titolare della carta ha la possibilità di pagare a rate il saldo dell’estratto conto mensile” (pag. 33). Si noti che tale meccanismo si sta diffondendo in molti paesi del mondo e recentemente, in seguito alla crisi economica, anche in Italia.

Nel nostro paese, nel 2013, il tasso medio effettivo globale su base annua (taeg) era del 17,20% per prestiti fino a 5.000 euro, con un tasso soglia del 25,2% (il tasso oltre il quale scatta l'usura), il più alto in assoluto rispetto a tutte le altre tipologie di finanziamenti: un prestito personale si aggira intorno al 10-12% di tasso medio, con un tasso soglia del 17-19% (oggi i tassi sono più ridimensionati, ma sono comunque 8-10 volte superiori a quelli ufficiali). Numeri succulenti per banche e finanziarie che magari il prestito non lo danno ma la revolving spesso la spediscono direttamente a casa.

La finanziarizzazione della vita quotidiana diviene così la norma e viene introiettata completamente nella psiche, come nuova forma di assoggettamento. Nel secondo capitolo, dal significativo titolo “Economia morale del nucleo familiare”, Ross ricostruisce, a partire dall’ideologia dell’individuo proprietario di bushiana memoria, il percorso ideologico-politico che ha creato le premesse di quella che possiamo definire la moderna forma di accumulazione primitiva, ovvero quella finanziaria. Tre sono le traiettorie che caratterizzano l’ideologia proprietaria. Al credito al consumo (proprietà privata della merce), già ricordato, occorre aggiungere l’illusione della casa di proprietà (proprietà privata dello spazio), che è stata alla base della convenzione finanziaria della bolla dei subprime, e l’accesso all’istruzione (proprietà privata della conoscenza).

Quest’ultimo aspetto è oggetto del terzo capitolo, “L’istruzione gratuita”: negli Usa, il debito studentesco delinea in modo drammatico il percorso degli studi universitari, in grado di creare quella sudditanza finanziaria che potrà essere estinta solo in base alla realizzazione delle aspettative sui redditi futuri di lavoro. Il debito studentesco sta assumendo proporzioni sempre maggiori e si realizza tramite due modalità che possiamo definire intergenerazionali. Da un lato, una famiglia media americana che intende avviare agli studi universitari i figli partecipa a un fondo assicurativo alla loro nascita in modo da disporre di un capitale iniziale per l’iscrizione. Di fatto, si sviluppa la finanziarizzazione privata del diritto allo studio. Dall’altro, nella maggior parte dei casi, tale capitale forzosamente risparmiato non è sufficiente, e ne consegue che lo stesso studente debba aprire un rapporto di debito con l’università di iscrizione, ancora una volta mediato dalle istituzioni finanziarie. L’esempio del debito studentesco, oltre a nutrire una bolla speculativa, spiega in modo chiaro come il rapporto di debito e credito rappresenti un’ipoteca sui redditi futuri. In un contesto dove anche negli Usa il lavoro non pagato aumenta (si vedano i dati raccolti da Ross nelle pp. 123ss), occorre ricordare che:

Nella migliore delle ipotesi, nel nostro tempo il compenso non viene rubato ma rinviato ad un momento indefinito del futuro. A questo riguardo, non è il lavoratore ad essere considerato in debito; in realtà, è il datore di lavoro ad esserlo. Come sottolinea Michel Denning (“The Fetishism of Debt”, in Social Text, settembre 2011), il principio del lavoro salariato è che i dipendenti sono nella posizione di essere creditori, perché ‘ogni giorno prestiamo senza interessi la nostra forza lavoro ai padroni’ (p. 130).

Nel momento stesso in cui la vita viene messa a lavoro, e quindi a valore, e la condizione precaria non è più solo condizione lavorativa ma condizione esistenziale, il debito individuale diventa parte integrante del rapporto di lavoro e tende sempre più a sostituirsi al salario. A fronte di una riduzione dei salari e del loro potere d’acquisto, si allenta la morsa del vincolo di bilancio a favore di un processo di indebitamento crescente, che non a caso viene sempre più incentivato. Assistiamo al processo di finanziarizzazione della vita individuale, con l’effetto di introdurre nuovi meccanismi di dipendenza e di subalternità, non più confinati nella semplice condizione lavorativa. L’ipoteca (finanziaria-debitoria) sul futuro aumenta in tal modo le tenaglie del controllo sociale e induce nuove forme di sfruttamento e di alienazione, sino a vere e proprie forme di assoggettamento schiavistico che possono portare anche a scelte estreme e autodistruttive.

La violenza dei mercati finanziari agisce quindi direttamente sulle nostre vite, condizionandone l’evoluzione. Da questo punto di vista, il debito diventa strumento della governance sociale, sostituendosi ai meccanismi disciplinari della tempistica della fabbrica. Debito e precarietà si accomunano nell’intermittenza di reddito e nell’obbligo di rispettare comunque i tempi di restituzione dei propri debiti. Perché più si liberalizza l’accesso al debito con l’obiettivo di alimentare costantemente la finanziarizzazione dell’esistenza, più diventano ferrei e disciplinari i meccanismi che regolano le modalità e i tempi della restituzione del debito.

A fronte di questa situazione, che fare? Nell’ultimo capitolo, Ross descrive alcune iniziative che sono state organizzate per ridurre la dipendenza del debito: dalla campagna RollingJubilee al Network Strike Debt. La prima è intervenuta per ridurre la cartolarizzazione dei debiti individuali, raccogliendo fondi per l’acquisto dei crediti inesigibili, consentendo la fine dell’indebitamento dei soggetti coinvolti. Dopo un periodo che va dai 90 ai 180 giorni, infatti, le banche e gli altri istituti possono vendere i crediti non “onorati”. A tal fine, si è sviluppato un mercato ombra popolato da profittatori (costituito da finanziarie e/o hedge funds che spesso appartengono alle stesse banche che si disfano di tali crediti) che acquista a buon mercato (di solito ad un valore inferiore della metà) i crediti inesigibili e cerca di riscuotere l’intero importo. Il margine di profitto è enorme. L’idea base del RollingJubilee è quella di comprare e eliminare una parte di questi debiti scontati.

Il Network Strike Debt ha invece pubblicato – nel settembre 2012, primo anniversario di OccupyWall Street – un manuale di istruzione pubblica e di servizio per fornire consigli pratici ai debitori su come ridurre i propri debiti: Debt’sResistor Operator Manual. Si tratta di primi esempi che mostrano come sia possibile esercitare il diritto all’insolvenza, pratica che necessariamente dovrà entrare nella cassetta futura degli attrezzi del conflitto sociale, accompagnandosi alle campagne per un reddito minimo incondizionato, l’accesso ai commons, così come lo sciopero e il picchetto erano le armi più temuti dai padroni nel secolo scorso.

Andrew Ross
Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo
ombre corte (2015), pp. 194
traduzione di Gigi Roggero
€ 18,00

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2 Risposte a Il ricatto del debito

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