Marco Giovenale

Giorgio Melchiori annota che i brevi testi di Joyce noti come Epifanie, da distinguere in “drammatiche” (dialogiche, più antiche, 1900-02 circa) e “narrative” (successive, 1903-04 circa), furono pubblicate come sequenza a sé solo nel 1956, quindici anni dopo la morte dell’autore. Lo stesso Melchiori ne parla come di “liriche in prosa”. Questa definizione può senz’altro essere calzante per alcune delle prime epifanie narrative, ma assai difficilmente per quelle drammatiche, frammenti di conversazione, di dialogo anche felicemente fatuo, segmenti pieni di esclamazioni, motti, irritazioni e botta-e-risposta, lacerti senza contesto, chiacchierate di cui non conosciamo le circostanze.

Un primo esempio:

[Dublino: all’angolo di
Connaught Street, Phibsborough]

il maschietto – (al cancello del giardino) .. No..o.
la prima signorina – (semi-inginocchiata, prendendogli la mano) – È vero che
Mabie è la tua amorosa?
il maschietto – No..o.
la seconda signorina – (china su di lui alza gli occhi) – E allora chi è la tua
amorosa?

Non sappiamo assolutamente nulla del contesto di questa scena (che per altro rammenta vagamente Gozzano, la poesia Cocotte: forse proprio per il suo essere ritaglio moltiplicato in mille effimere fotografie di Otto-Novecento). Non capiamo nemmeno perché dovrebbe mettere in moto un qualche picco di senso. Eppure Joyce la registra.

E se pensiamo che un qualche intenerimento riguardi questa scena, perché vi compare un bambino, leggiamo quest’altra:

[Dublino: a casa Sheehy,
in Belvedere Place]

joyce – Ho capito subito che si trattava di lui. Ma vi siete sbagliati sulla sua età.
maggie sheehy – (piegandosi in avanti per dimostrare interesse) – Perché,
quanti anni ha?
joyce – Settantadue.
maggie sheehy – Davvero?

Nessun picco di senso, nessuna informazione di quadro, contesto, riferimento a quanto detto o vissuto prima. Scorgiamo il semplice anodino punto emerso di un continente che non conosciamo, e a cui Joyce dà voce lasciando al lettore, perfino deluso, l’esplorazione del non detto. Una macchia opaca che, volendo, invita alla radicale invenzione dell’intero paesaggio.

Si tratta forse di “liriche in prosa”? Difficile pensarlo. A Melchiori, tuttavia, va senz’altro dato atto che la definizione è ben calzante per le epifanie narrative. Eccone due:

L’incanto delle braccia e delle voci – le bianche braccia delle strade, la loro promessa di stretti amplessi e le braccia nere delle navi alte che si stagliano contro la luna, il loro racconto di paesi lontani. Si tendono per dire: Siamo sole, – vieni. E le voci dicono con loro: Siamo la tua gente. E l’aria è affollata dalla loro presenza, e mi chiamano loro congiunto, apprestandosi a partire, scrollando le ali della loro esultante e terribile giovinezza.

Rapido e leggero l’acquazzone è finito, ma indugia, un grappolo di diamanti, sui cespugli del cortile quadrato, dove esalazioni salgono dalla terra nera. Le ragazze stanno sotto il colonnato, brigata d’aprile. Abbandonano il riparo, con molti sguardi dubbiosi al cielo, il chiacchierio degli stivaletti eleganti, la leggiadra riscossa delle sottane, sotto gli ombrelli, armamento leggero, impugnati ad angolazioni sapienti. Ritornano al convento – casti corridoi e semplici dormitori, un bianco rosario di ore – dopo aver ascoltato le lusinghiere promesse della Primavera, graziosa ambasciatrice…….
In mezzo a un paese piatto battuto dalla pioggia sta un alto edificio nudo le cui finestre filtrano una luce appannata. Trecento ragazzi, rumorosi e affamati, siedono a lunghe tavole mangiando manzo contornato da grasso verdastro e verdure che hanno ancora il sentore del terriccio.

Quest’ultima è una delle più tarde epifanie narrative. L'incipit ricorda assai vagamente Rimbaud, “Rapido e leggero l’acquazzone è finito, ma indugia, un grappolo di diamanti, sui cespugli del cortile quadrato, ove esalazioni salgono dalla terra nera. Le ragazze stanno sotto il colonnato, brigata d’aprile. Abbandonano il riparo, con molti sguardi dubbiosi al cielo […]”. Ma senza ironia. L’atmosfera è davvero diversa: spicca, si direbbe, “il poetico”. Nei punti più avanzati di questo tipo di scrittura, poi, Joyce opportunamente eliminerà lo sfumato, rinuncerà a introdurre la propria voce (“brigata d’aprile”) nel quadro, e lascerà il (sentimento) poetico esprimersi precisamente e solo attraverso gli oggetti. Secondo quella che poi sarà definita – da ben noti sodali – la tecnica del “correlativo oggettivo”.

Ma quanto è diversa la voce all’interno delle stesse epifanie: le drammatiche sono distantissime dalle narrative. È una vera e propria biforcazione che il Novecento sperimenta più volte: da una parte il frammento, il microscopico, l’assenza di contesto, i personaggi non noti; dall’altra gli stessi identici attori, ma piegati al “poetico” dallo sguardo intenzionante dell’autore. Nel dire “brigata d’aprile” o “grappolo di diamanti”, o nelle immagini delle “bianche braccia delle strade” che lo “chiamano”, l’autore direttamente, metaforizzando, paragonando, commentando, riporta lo sguardo del lettore alle proprie costanti retoriche, al proprio meccanismo. Alla propria solidità di ego. Fuori dall’oggetto.

Nelle epifanie drammatiche, al contrario, nulla di tutto questo. L’autore, proprio facendo parlare dei perfetti estranei senza inserirsi nel discorso (tranne che con corsivi descrittivi, certo non lirici), è totalmente aderente alla situazione oggettiva, al proprio oggetto.

Il Joyce delle epifanie drammatiche forse non fa altro che eavesdropping: ascolto casuale e inavvertito di conversazioni altrui. In tal modo, getta nell’indeterminato il disegno che pure va componendo – con parole non proprie.

Un passo successivo potrebbe essere certo affrontato studiando le prose brevi di Beckett. Magari pensando al loro ritmo interno, alle iterazioni ossessive, oppure a quell’idea di battito anche inquietante, ma sognato e beffardo, che è riscontrabile in un geniale postbeckettiano come Corrado Costa, quando parla – ad esempio – del Retro del testo, in un modo che chiarisce in maniera assolutamente lampante che il Novecento ha voltato il nastro del discorso, ed è il luogo di incubazione di un altro modo di fare scrittura, di un cambio di paradigma percettibile.

A questa ‘mutazione’ ha dedicato fin qui alcuni tratti descrittivi questa serie – al momento terminata – di Gioco (e) radar.

Un link:
Costa volta il nastro. (Un’origine delle ‘scritture nuove’)
http://puntocritico.eu/?p=5702

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2 Risposte a Gioco (e) radar #15 – Indeterminazioni e prose di due autori (in)attuali [Seconda parte: Joyce]

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