Michele Spanò

«Sono ovunque, e ce ne accorgiamo appena»: questo è il folgorante incipit del libro più singolare che sia stato scritto sulle cose (EC, 7). Tuttavia, quelle a cui Emanuele Coccia ha dedicato il suo formidabile trattato di etica iperrealista, non sono le cose sans phrase; sono le cose di oggi: le merci. In esse – questa è la tesi strabiliante – alberga la nostra felicità possibile, la promessa del bene che possiamo insieme darci e farci. Sarebbe d’altronde complicato, oltre che vacuo, immaginare la nostra forma di vita prescindendo da ciò che – le cose – sta, alla lettera, tra di noi. Mauss, nel suo notissimo scritto sul dono, lo aveva intuito con esattezza: «Si tratta, in fondo, proprio di mescolanze. Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime. Le vite si mescolano tra loro ed ecco come le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono: il che non è altro che il contratto e lo scambio» (MM, 184).

Vale la pena domandarsi se questo perpetuo commercio (spirituale e materiale) abbia davvero – e sempre e comunque, e da sempre e per sempre – avuto a che fare, elettivamente e quasi inderogabilmente, con ciò che noi chiamiamo mercato (e che troppo spesso confondiamo con il capitalismo). Quanto occorre interrogare è la consistenza storica dell’equivalenza – e della distinzione che essa dunque fatalmente occulta – tra cosa e merce. Chi apra la traduzione di Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo di Pierre Dardot e Christian Laval (PDCL, specialmente il capitolo sesto) non mancherà di imbattersi nei materiali preparatori a questa indagine.

«Tutto va e viene, come se ci fosse uno scambio costante di una sostanza spirituale comprendente cose e uomini» (MM, 174). Cose, corpi e persone – nello specchio della grande antropologia – abitano uno spazio contiguo: quello della mescolanza e della trasmissione, del passaggio, del contagio e della confusione. «[...] A me sembra che il male/non è mai nelle cose [...]» avrebbe cantato Raboni ne Le case della Vetra; nulla di scandaloso, perché nulla può esistere di moralmente saliente, «se si pensa che esiste, prima di tutto, una mescolanza di legami spirituali tra le cose, che appartengono in qualche misura all’anima, e gli individui e i gruppi, che si trattano entro certi limiti come oggetti» (MM, 174). L’implicazione tra la cosa e la persona è assoluta: indiscernibili nella materia, commensurabili nel valore, compossibili nelle prestazioni.

C’è un tempo delle cose che è dunque prima, o il prima, di ogni retorica, prima di sintagma e paradigma, prima di metafora e metonimia, prima di ontologia e storia. Si dovrebbe dire, a rigore, che c’è un tempo delle cose prima delle cose (spingendo sfacciatamente sul pedale della speculazione diremmo che c’è un tempo delle cose prima dell’in-quanto-tale); in esso vige il regime dell’equivocità assoluta, dell’omonimia integrale e della più radicale improprietà. Ancora Mauss: «Tutto è collegato, si confonde; le cose hanno una personalità e le personalità sono in qualche modo cose permanenti del clan. Titoli, talismani, oggetti di rame e spiriti dei capi sono omonimi e sinonimi, dotati della stessa natura e funzione. La circolazione dei beni segue quella degli uomini, delle donne e dei bambini, dei banchetti, dei riti, delle cerimonie e delle danze, persino quelle degli scherzi e degli insulti. Si tratta, in fondo, della stessa cosa. Se le cose vengono date e ricambiate, è perché ci si dà e ci si rende “dei riguardi” – noi diciamo anche “delle cortesie”. Ma è, anche, che ci si dà donando e, se ci si dà, è perchè ci si deve – sé e i propri beni – agli altri» (MM, 238-239).

Poi venne Gaio, cioè il diritto: non più cose e persone; non più indistinzione e confusione. Tra esse – res et personae – e perché esse siano davvero tali – distinte perché non più irrelate – il diritto dovrà inventare l’actio, l’azione o la procedura. Un sistema rituale – fatto di parole e azioni – che designando, nominando efficacemente ovvero qualificando il mondo finalmente lo “realizza”. In un’immaginaria topica disciplinare «la scienza delle cose» troverebbe allora il suo luogo proprio sotto la rubrica del diritto. La separazione tra cosa e merce, tra cosa (in) comune e cosa appropriata, è nient’altro che l’opera – insieme terribile e straordinaria – del diritto. È solo il diritto infatti che, tramite le sue procedure, può davvero qualificare qualcosa come una cosa. Strabiliante tecnica di denaturazione del reale, il diritto è anche una potentissima macchina di reificazione del mondo. Nessuno come Yan Thomas ha descritto meglio questa «cattura giuridica delle cose» (YT, 56): una sofisticatissima batteria di operazioni che decidono se, e come, una cosa è destinata alla non appartenza e all’indisponibilità, e dunque all’uso e all’accesso di tutti e di ciascuno (essa è proprio nostra perché non l’avremo mai), o se essa è altrimenti profana: la cosa di qualcuno, dotata di un valore espresso tramite un prezzo, e dunque commerciabile al mercato (essa è veramente mia proprio perché potrebbe non essserlo più).

Il diritto non si pronuncia sulla qualità morale delle destinazioni possibili degli oggetti che produce; esso si bea della sua potenza e restituisce alla contingenza l’ufficio del conflitto e della polemica; lì dove si decide cosa vale e cosa no, chi ha e chi non ha. L’auctoritas rerum (AM, 688) e il comune sono entrambi pensabili solo allorquando qualcosa diviene oggetto di controversia; quando cioè la res si riappropria della sua sinonimia originaria: essa designerà allora tanto la cosa messa in causa quanto la messa in causa della cosa.

A Martin Heidegger non si addice l’ironia. Tuttavia, con uno sforzo titanico del suo inconscio – sospeso tra preterizione e lapsus –, è riuscito a sfoderarla in uno dei suoi saggi più vertiginosi: La cosa. Non si creda – mette in guardia il lettore – che la filosofia che pratichiamo dipenda essenzialmente dall’«arbitrio di un gioco di etimologie» (MH, 116). A fatica: concediamolo. E leggiamo: «È ben vero che l’antica parola altotedesca “thing” significa il riunirsi e precisamente il riunirsi per trattare di una questione in discussione, di un caso controverso. In tal modo, le antiche parole tedesche thing e dinc diventano termini per designare una questione, un affare; essi indicano ogni cosa che in un qualche modo riguarda gli uomini, li concerne, e che perciò sta in discussione (in Rede steht). [...] res publica non significa affatto “Stato”, ma ciò che chiaramente concerne ciascuno in un popolo, ciò che lo “preoccupa” (ihn “hat”) e che perciò viene discusso pubblicamente» (MH, Ibidem). Heidegger si imbatte in nulla di meno che quel legame – giuridico – che permette di trascorrere dalla res alla causa: «[...] res ha questo significato di “ciò che concerne qualcuno”» (MH, Ibidem).

Il diritto (romano), e perfino i giochi di etimologie, circoscrivono perciò con esattezza il luogo del comune: esso è quella azione che sottrae qualcosa all’appropriazione per renderlo accessibile a tutti e ciascuno (res, personae, actiones: Gaio non mente). Ciò che ci concerne, però, è tra noi che dobbiamo discuterlo.

AM = André Magdelain, Auctoritas rerum, in Id., Ius, imperium, auctoritas. Etudes de droit romain, Ecole française de Rome, Roma 1990, pp. 685-705.
EC = Emanuele Coccia, Il bene nelle cose. La pubblicità come discorso morale, il Mulino, Bologna 2014.
MH = Martin Heidegger, La cosa, in Id., Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976, pp. 109-124.
MM = Marcel Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, in Id., Teoria generale della magia, Einaudi, Torino 1965, pp. 155-292.
PDCL = Pierre Dardot, Christian Laval, Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo, DeriveApprodi, Roma 2015.
YT = Yan Thomas, Il valore delle cose, Quodlibet, Macerata 2015.

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