Ilaria Bussoni

Lo sapeva bene il maestro Petrazzoli che la musica è figurativa, che essa crea, produce e induce immagini. Per questo imponeva ai suoi piccoli allievi delle scuole elementari dell’appennino emiliano il suo lavoro della musica. Pratica di scrittura, in sostituzione del tema o dei pensierini, che aveva nel vincolo dell’ascolto collettivo di musica classica la sua unica regola. Per imparare la grammatica ci sarebbe stato tempo. Un lavoro, sì, di orecchio e cervello e braccia e penna al quale sottostavano gli scolari del maestro anarchico, trasformati in traduttori o amplificatori o strumenti, per imparare a scrivere usando immagini musicali. Per imparare a farsi transito di qualcosa. Interpreti, dunque.

È da una posizione non molto diversa che Fabrizio Ferraro, regista amatoriale (si noti il riferimento all’amore nell’autodefinizione), muove per il suo film Wenn aus dem Himmel, il suo personalissimo lavoro della musica che per noi traduce un pensiero per immagini sull’opera, la virtù, la visione, lo strumento, le forze, la prassi, la regola e l’istituzione. Di questo (per chi scrive) parla il documentario di Fabrizio Ferraro che ha per «protagonisti» i musicisti Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura e il produttore musicale Manfred Eicher.

quando dal cielo 1 (500x248)

Tre indiscussi talenti della musica contemporanea, tre grandi virtuosi della tromba, del bandoneon e della discografia. Non era difficile filmarne le rispettive bravure, le geniali espressività individuali. Non era difficile indurci a desiderarli, a voler essere al posto loro, a godere insieme a loro di una gloria che la virtù musicale sembra procurare agli individui o per lo meno a volerne condividere un pezzetto in quella sala di registrazione luganese nella quale in gran parte è girato il film. Non era difficile suscitare un moto dello spettatore verso lo schermo, una forza fascinosa e attraente trainata dall’immagine dei tre personaggi.

Non è ciò che fa il film di Fabrizio Ferraro, affatto interessato alla rappresentazione delle vite dei tre. Che infatti comincia da ciò che sta prima di una rappresentazione, comincia da dietro, dai deltoidi di Bonaventura, dalla spina dorsale ricurva di Fresu, dal gesticolare sbieco di Eicher. Perché nel cinema l’immagine non comincia dal davanti, di fronte, bensì nel fascio di luce del proiettore che chi guarda ha sempre alle spalle. L’immagine allora ha anche qualcosa di anteriore, lo schermo frontale è anche il lunotto posteriore di un’auto che avanza.

quando dal cielo 3 (500x228)

Cosa c’è dietro un’immagine e l’esperienza scontata di una visione è uno dei molti fili di ricerca di questo film. Che suggerisce che si può anche guardare non frontalmente. Un’immagine parte da dietro. E non è detto che finisca per essere una. Probabilmente non solo una immagine, anche un’opera, un’esecuzione musicale o un concerto. Per questo prima della immagine della virtù individuata del musicista, tanto cara allo spettacolo sociale, sta il suo corpo e la sua muscolatura, sta lo strumento incarnato di una vita. Certo forza specifica e singolare che il film non nega. Prima della sua posizione pubblica, il musicista solo sul palco di fronte ai molti guardanti, non sta il privato di una biografia, bensì il comune di un’opera.

Prima dell’io sta la relazione. Prima dell’opera vengono delle forze. «Facciamo che io faccio questo e tu fai quello… No, anzi, facciamo che tu cominci e io riprendo» per parafrasare i musicisti che si scambiano battute sulle regole dell’improvvisazione. E per parafrasare i bambini che per darsi una prassi, nel gioco, definiscono la regola e le rispettive posizioni. Nell’immanenza dell’azione. In un’esperienza, comune, che non preesiste alla relazione. La regola almeno per un po’ non precederà mai il fare, almeno finché le forze non saranno diventate gerarchie e posizioni. Almeno finché nella ricerca stessa della regola ci sarà un piacere. La regola del gioco non rimanda a un’autorità esterna, a far da garante sarà la qualità e il piacere del gioco stesso. Anche questo filo tira il film di Ferraro quando mostra il farsi e il rifarsi di un’esecuzione di un brano, l’impercettibile variazione, la differenza e la ripetizione, gli scarti continui che si tradurranno in una opera. Anche qui la regola sarà interna al fare, immanente alla prassi di quell’uno che sarà il risultato.

quando dal cielo 2 (500x281)

Ecco allora cos’è un concerto. L’interazione di forze che nella prassi si danno le regole del proprio fare, immanenza che guiderà il risultato e consentirà anche le fughe. Lì si danno certo anche le posizioni, «tu fai questo, io faccio quello», gioco di forze rilanciate e subite, momentanee ferite dell’io che la bellezza del fare, insieme, sottrae all’arte del governo degli altri. Non è dell’alto della sua trascendenza di discografico che Manfred Eicher può dire «non va», non per autorità o denaro. È perché è all’ascolto del possibile, orecchio non di una forma prestabilita ma di ciò che possono quei corpi-strumento, di quanta bellezza può uscire da un gioco.

Alcuni alberi delle foreste equatoriali limitano la crescita delle proprie fronde per consentire che tra un albero e un altro continui a passare la luce. Visti dall’alto – ce li ha mostrati il giardiniere Gilles Clément – i rami si arrestano su una soglia che è quella dello spazio comune tra sé e il vicino. Uno spazio che unisce e separa e che consente a tutti di vivere. È chiamata «relazione di timidezza». Accade per natura. Non è per natura che tra gli umani si dà lo spazio della loro relazione. Né per richiamo alla trascendenza, perché dal cielo come sa bene il film di Ferraro viene solo la chiara delizia sugli uomini rovesciata a indurre gioia e stupore.

quando dal cielo 4 eicher_mix (500x276)

Luce e suono sono la materia del gioco, toccherà a noi trovare le regole, ricordandoci come fa il documentario Wenn aus dem Himmel, che qualcosa viene da dietro. I possibili della luce prima dell’immagine, le infinite variazioni di un’esecuzione musicale prima di una registrazione, la relazione prima del sé. Anche per Lacan l’«altro» sta dietro, accomodato su una poltrona che viene prima del Je. D’abord le jeu.

Wenn aus dem Himmel
Regia di Fabrizio Ferraro
Con Stefano Amerio, Daniele di Bonaventura, Manfred Eicher, Paolo Fresu, Claudia Landi

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!