Francesca Lazzarato

La ciudad de lo fotógrafos (2006) è il titolo di un magnifico lungometraggio su un gruppo di fotografi cileni cui si deve la documentazione capillare di manifestazioni di protesta e violenze poliziesche durante la dittatura di Pinochet: un film che ha raccolto premi nei festival di tutto il mondo ed è stato realizzato da Sebastián Moreno, giovane regista e figlio, per l'appunto, di uno di quei fotoreporter coraggiosi fino all'incoscienza. Alcuni di loro vennero arrestati e torturati, altri uccisi (l'assassinio del diciannovenne fotografo Rodrigo Rojas De Negri, bruciato vivo nel 1986, fu uno dei più tragici colpi di coda del regime), e di tutti Moreno ci offre il volto, i ricordi e le foto, spesso bellissime, che contribuirono non solo a denunciare i crimini del regime, ma anche a individuare i colpevoli.

Cosa ne è stato di quei fotografi ragazzini che si spostavano tutti insieme per le strade di Santiago, tra gas lacrimogeni, ìmaganellate e spari? Alcuni hanno rinunciato a guadagnarsi la vita con il mestiere di un tempo (c'è, per esempio, chi fa il tassista, e chi l'archivista), altri lavorano a iniziative legate a quegli anni, come la costruzione di un “muro della memoria” composto dai ritratti delle vittime, e altri ancora sono arrivati molto lontano, come Paz Errázuriz, una delle poche donne del gruppo, che tra poco rappresenterà il Cile alla Biennale di Venezia con Poéticas de la disidencia, un concentrato di tre delle sue opere più famose e del suo costante interesse per la diversità e l'emarginazione - termine che alla Errázuriz piace pochissimo, perché “figlio di una cultura egemonica che emargina quel che non le conviene”-, e per tutto quanto si preferisce ignorare e non vedere: ritratti in bianco e nero di corpi e volti silenziosi o inascoltati, ma non muti, ai quali la fotografa restituisce una parlante visibilità.

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Nata nel 1944, la Errázuriz cominciò a fotografare i bambini suoi allievi - faceva la maestra – con una Nikon comperata durante un soggiorno in Inghilterra; dopo il colpo di stato, però, venne licenziata in quanto “sovversiva”, e trasformarsi prima in ritrattista e poi in fotoreporter sembrò quasi inevitabile. Un rapido apprendistato la portò dritta alla sua prima mostra, La manzana de Adán del 1982, diventata poi un libro con testi di Claudia Donoso nel 1990: una inquietante e commovente full immersion nell'ambiente degli omosessuali, dei travestiti, dei bordelli di provincia dove si prostituivano le locas (e dei quali Pedro Lemebel, amico per la vita di Paz e da lei ritratto innumerevoli volte, parla in uno dei più bei racconti del suo Loco afán), insomma un progetto quasi impensabile nel Cile della dittatura, ma che la fotografa portò risolutamente a termine con esiti straordinari.

Da allora, tutte le mostre di Errázuriz sono nate allo stesso modo, e cioè da una lunga e intensa frequentazione dei mondi sommersi che intendeva riportare in superficie (o meglio, dai margini al centro) come quello dei malati di mente fotografati per El infarto del alma (1994), una serie di immagini di impressionante potenza, commentata poi, non a caso, dai testi di una grande scrittrice come Diamela Eltit, legata agli stessi temi cui la fotografa è attenta. Materiali tratti da entrambe le mostre saranno presenti a Venezia, insieme a quelli di La luz que me ciega, l'ultimo lavoro nato dalla collaborazione con la poetessa Malú Urriola, che include fotografie, video e versi sui malati di acromatopsia e la loro vista in bianco e nero (paradossalmente, qui la fotografa usa il colore per la prima volta, inclusione dovuta in parte a un sofferto passaggio al digitale).

E se Poéticas de la disidencia sarà un'insostituibile occasione per avvicinarsi alla Errázuriz, entro l'anno ci sarà una seconda possibilità di approfondire la conoscenza, grazie alla grande mostra antologica che sta organizzando a Madrid la Fundación MAPFRE: un tributo europeo, tardivo ma meritatissimo, a una delle più grandi fotografe contemporanee.

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