Marco Giovenale

Volendo rimanere ai temi, novecenteschi e attuali, di indeterminazione e crisi delle percezioni e dell’ego, dell’io (non del “soggetto”), due autori potrebbero logicamente e proficuamente esser chiamati in causa: Hugo von Hofmannsthal (morto nell’anno di nascita di Corrado Costa) e James Joyce. Entrambi però convocati attraverso titoli che forse e non casualmente dicono non moltissimo al lettore italiano, abituato ad altri testi dei due. Opere forse sottovalutate, per certi aspetti: la Lettera di Lord Chandos e le Epifanie.

Cronologicamente coincidono, quasi. Gli anni sono il 1901-02 per il piccolo libro di Hofmannsthal, e il 1900-04 per le pagine di Joyce: inaugurano il secolo. E per certi aspetti sono pietre angolari per la Weltliteratur, ma agiranno nel tempo, e forse sotterraneamente – anche come sintomi di eventi già in atto nelle percezioni e negli scritti dei loro contemporanei.

Lord Chandos, personaggio in verità di trecento anni prima (la Lettera è datata 22 agosto 1603), rivolgendosi al filosofo inglese Francis Bacon dichiara l’intenzione di abbandonare la letteratura, e di aver perso integralmente la facoltà di esprimersi con certezza su qualsiasi cosa, di non riuscire più a tenere assieme concetti e cose, vita e senso. Citando dall’edizione Rizzoli (nella traduzione di Marga Vidusso Feriani):

Il mio caso, in breve, è questo: ho perduto ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento […] Anche nelle conversazioni familiari e domestiche, ogni giudizio, di quelli che si danno per solito alla leggera e con ignara sicurezza, divenne per me a tal punto problematico, che dovetti smettere di partecipare a tali discorsi. Mi riempiva di un’inspiegabile irritazione, che a fatica dovevo per forza dissimulare, udire affermazioni quali: la tal cosa è andata bene o male a questo o a quello; il giudice N. è un uomo malvagio, il predicatore T. è buono; il fittavolo M. è da compiangere […] Tutto ciò mi pareva indimostrabile, falso, lacunoso al massimo. […] Non riuscivo più a cogliere [gli uomini e le loro azioni] con lo sguardo semplificatore dell’abitudine. Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla più si lasciava imbrigliare in un concetto.

Hofmannsthal fa poi descrivere a Chandos la vita difficile, decisamente penosa, che un simile stato porta con sé, ma anche le imprevedibili accensioni che implica:

è qualcosa di assolutamente indefinito e indefinibile ciò che in tali momenti mi si annuncia, colmando di un fiotto straripante di vita più alta, come si colma un vaso, una qualsiasi evenienza del mio vivere quotidiano. Non posso sperare che mi comprendiate, senza farvi un esempio, e devo pregarvi di compatirne la banalità […]. Un annaffiatoio
, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, un povero cimitero, uno storpio, una piccola casa di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione. Ciascuna di queste cose, e mille altre consimili, su cui l’occhio suole scivolare con naturale indifferenza, può improvvisamente, in un qualsiasi momento che in alcun modo mi è possibile richiamare, assumere un colore nobile e toccante, che nessuna parola mi pare atta a rendere.

Da un lato abbiamo l’assoluta incertezza sulla possibilità positiva di affermare, asserire. Dall’altro l’invasione di un sentimento di occorrenza del senso in tutte le cose (e altri passi, cruciali ma che tralasciamo, accennano al legame di tutte le cose con tutte), anche le più umili.

Cos’è questa se non una descrizione di quell’indeterminata esperienza del senso che nella percezione e nell’immaginario collettivo del XIX secolo era stata avviata e attivata dalla fotografia, arte ancora giovane? E cos’è se non – dunque – una fedele descrizione dei “fotogrammi insignificanti” come elementi costitutivi di quel tutto significante rappresentato invece dal film? (È in fondo anche la precisa definizione che dà Deleuze all’inizio de L’immagine-movimento, 1983). In termini di cattura dell’effimero (esperienze di senso còlte nell’insignificante), migliaia di esempi potrebbero soccorrerci: i soli nomi di Eugène Atget e Henry Jean Louis Le Secq basterebbero a riempire album interi di immagini.

Tornando a Hofmannsthal, scrive Claudio Magris nell’introdurre la Lettera:

Impersonale apparato di registrazione del reale, Lord Chandos è anch’egli contrassegnato da una ipersensibilità che gl’impedisce qualsiasi distacco dall’esperienza e qualsiasi superamento del vissuto: ignara di nessi causali e di successione temporale, la sua coscienza vive soltanto in un’estensione spaziale che si dilata incessantemente, in una perfetta sincronia di eventi, sensazioni e pensieri ricondotti tutti sull’asse della simultaneità; egli non può archiviare alcun attimo della sua vita, tutto continua a vivere in lui in un lancinante conflitto che minaccia di far saltare le cerniere della sua personalità, per l’eccesso di laceranti contenuti che vi sono compressi

…dei quali però, aggiungo, non può in fondo dire davvero nulla. Essendo il suo male una sorta di afasia. O meglio: un’afasia applicata all’asserzione, all’affermazione frontale del e sul mondo.

Mutamenti percettivi, tecnologie, dubbi sulla coerenza e coesione fra testo e contesto, fra asserzione e suo oggetto, sono già fittamente intrecciati – e se ne ha piena coscienza – a mio avviso – soprattutto a partire dalle riflessioni che Kant fa nella sua Critica della facoltà di giudizio (1790), opera non “settecentesca” ma modernissima, come ha più volte dimostrato l’esegesi di Emilio Garroni. (E si aggiunga: il 1790 dista meno di cinquant’anni dalla nascita del dispositivo fotografico).

Piccoli fotogrammi: Hofmannsthal cerca “la rivelazione”, lo stato di grazia miracolosamente innescato dall’oggetto qualsiasi nel momento qualsiasi. In verità, e forse al contrario, tutta la fotografia – e con essa Joyce proprio al sorgere del secolo nuovo – sembra dirci che l’occorrenza, il passaggio del senso (non diremmo la “bellezza”) si contrae in piccoli luoghi e oggetti di poco conto. Non “rivelatori”, semmai “rilevati”, affioranti, stagliati (in maniera e per ragioni impredicabili ma non inesistenti).

L’insignificanza assume allora, come al voltarsi di un nastro di Moebius, un aspetto diverso. Che non si sa affatto cosa sia, ma attira l’attenzione, produce valore, ci convoca su una scena dove gli elementi ci parlano in modo familiare. L'oggetto attira l’occhio ma ritira il senso al di sotto e al di fuori dell'eccezionalità che fino ad allora veniva attribuita agli eventi meritevoli di sguardo e cura da parte dell'artista.

Non ci sono estasi o momenti perfetti come quelli che cerca la protagonista femminile del romanzo di Sartre, La nausea (1938). Si tratta semmai degli oggetti che costellano le poesie di Gozzano (I colloqui, 1911), o forse sono gli “ossi” (1925) di Montale, ma in particolare i punti di luce che scandiscono Le occasioni (1939). Emergono cioè, e riemergeranno sempre di più e sempre più nitidi al passar del tempo, quelli che Perec nel 1973 (nella rivista “Cause Commune”) avrebbe chiamato eventi dell’“infra-ordinario”. Per venire a capo di tutto, e precedere tutti questi autori, si potrebbe uscire dalla letteratura e parlare dell’infrasottile a cui accenna Duchamp (concetto ancor più sfuggente).

Magris cita altri esempi di casi come quello di Chandos, e parla delle peripezie di pagine fin troppo note da Kafka, Musil, Canetti. Lo stato in verità patologico descritto nella Lettera non è che una dichiarazione di poetica. Ma esemplare.

Lo spiccare delle cose insignificanti, degli oggetti, degli accadimenti infimi, minimi, indeterminati e indeterminabili, ci porta proprio alle epiphanies, le Epifanie di Joyce. L’apparizione dell’effimero (non dello straordinario) sembra segnare a dir poco indelebilmente la nascita – e gli sviluppi, soprattutto in prosa – del Novecento.

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