Enzo Traverso

Anticipiamo il Post Scriptum di Enzo Traverso alla nuova edizione del suo importante saggio dedicato al dibattito sul Totalitarismo. In libreria a partire dal 22 aprile per le edizioni ombre corte.

La prima edizione di questo saggio risale a una quindicina di anni fa, un intervallo durante il quale il concetto di totalitarismo ha attraversato una nuova tappa, prestandosi a usi inediti. Il dibattito ricostruito in queste pagine non si è esaurito e nuovi contributi si sono aggiunti agli studi anteriori.

Un utile lavoro “archeologico” ha permesso di riscoprire alcuni testi dimenticati, ma le posizioni già note sono state sostanzialmente riaffermate. Per una sorta di inerzia intellettuale, i Cold Warriors hanno continuato a scrivere libelli anticomunisti, sia rivisitando la storia del Novecento sia tentando incursioni nel presente, alla ricerca di nuovi epigoni dei demoni antichi. Da un lato, alcuni storici collaudati a corto di idee ci hanno spiegato per l’ennesima volta che la chiave di lettura degli orrori del XX secolo risiede nelle ideologie malefiche di fascismo e comunismo; dall’altro, giovani studiosi sensibili alle sfumature sono giunti, dopo un esame approfondito, alla conclusione che “Mugabe e Ben Laden sono più vicini a Mussolini e Lenin di quanto appaia a prima vista”.

È davvero difficile far prova di maggiore sottigliezza analitica. Come un sito musicale online che offre ai consumatori varie rubriche – classica, opera, jazz, rock, world, ecc. –, il “totalitarismo” è diventato una specie di grande magazzino fornito di dipartimenti nei quali catalogare gli innumerevoli nemici della democrazia liberale e della società di mercato, dai classici intramontabili (fascismo, comunismo) ai più esotici dittatori postcoloniali, includendo una sezione di “novità”: Bin Laden, Mahmud Ahmadinejad, Hugo Chavez e, perché no, Evo Morales, ecc.

Non è il caso di ritornare su una politologia militante alla quale questo saggio ha dedicato ampio spazio, cercando di analizzarne criticamente i presupposti e le motivazioni. Con arguto senso dell’umorismo, Slavoj Žižek ha definito il concetto di totalitarismo un “antiossidante ideologico” simile a quello vantato dalla pubblicità del tè Celestial Seasonings che mantiene il corpo in buona salute neutralizzando le “molecole nocive” (in inglese free radicals). Il concetto di totalitarismo ha svolto storicamente questa funzione di antibiotico generico della democrazia liberale.

In campo storiografico, le interpretazioni in chiave totalitaria di fascismo e comunismo non hanno percorso molta strada. Gli studi più interessanti sulla violenza nazista e stalinista hanno fatto ricorso ad altre categorie analitiche – soprattutto alla nozione foucaultiana di biopotere – e le ricerche comparative hanno ancora una volta sottolineato i limiti del modello “totalitarista” classico. Timothy Snyder, autore di un’opera fondamentale come Bloodlands, ha messo al bando la nozione di totalitarismo. Ai suoi occhi, Hitler e Stalin non sono essenze o metafore del male ma attori della storia di cui vanno studiate le azioni cercando di comprenderne i motivi e le attese, andando oltre la loro crudeltà. Le loro ideologie non avevano nulla in comune e anche le loro politiche criminali erano molto diverse: il nazismo ha ucciso quasi esclusivamente durante la guerra, soprattutto dei non-tedeschi; lo stalinismo ha eliminato soprattutto dei cittadini sovietici, in gran parte prima della guerra.

Le omologie totalitarie tra un “bolscevismo bruno” e un “fascismo rosso” nutrono la propaganda ma non servono alla storia. Il tratto comune che Snyder coglie fra i due dittatori degli anni Trenta risiede nella loro ispirazione “darwinista”: entrambi vedevano la storia come un movimento sottoposto a ferree leggi (razziali o sociali) e il progresso (che concepivano in termini del tutto antinomici) come il risultato di una selezione violenta, impietosa. Entrambi condividevano la “capacità di privare interi gruppi umani del diritto a essere considerati come vite umane”. In fondo, è questa la sola definizione pertinente dell’idea di totalitarismo.

Nel loro contributo a un volume collettaneo significativamente intitolato Beyond Totalitarianism, Sheila Fitzpatrick e Alf Lüdtke indicano le premesse di questo paradigma che sono state smentite dalla storia del XX secolo: la visione del totalitarismo come sistema con un accesso ma senza via d’uscita, capace di autoperpetuarsi e rafforzarsi ma sostanzialmente incapace di autoriforma. Forse, precisano i due studiosi, questo “tipo ideale” totalitario riesce a cogliere alcuni tratti del nazismo, la cui storia si riassume in un processo di radicalizzazione progressiva fino all’autodistruzione nel corso della guerra (supponendo che la sua sconfitta fosse ineluttabile). Non spiega tuttavia le svolte conosciute dal sistema sovietico, il quale ha abbandonato una dinamica totalitaria dopo la morte di Stalin.

Queste considerazioni riguardano gli usi tradizionali del concetto di totalitarismo. Si tratta ora di prenderne in esame altri, del tutto nuovi, sorti nel corso dell’ultimo quindicennio. Dopo l’11 settembre, è iniziata una nuova fase in cui questa nozione polemica ha conosciuto un repentino cambiamento di bersaglio. La fine del socialismo reale aveva privato la democrazia liberale del suo indispensabile nemico totalitario, contro il quale mettere in luce le proprie virtù etiche (la libertà) e politiche (il pluralismo democratico). Gli attentati terroristici dell’11 settembre hanno riattivato il vecchio arsenale ideologico antitotalitario, adesso rivolto contro la nuova, terribile minaccia che incombe sulla civiltà occidentale: il fondamentalismo islamico.

Alcuni dati statistici bastano a rivelare l’ampiezza di quest’ultima metamorfosi alla quale hanno potentemente contribuito i media europei e americani. Il sito della biblioteca di Cornell University contabilizza, fra il 2000 e il 2014, 53.257 titoli dedicati al totalitarismo, tra cui oltre 9.000 libri e quasi 15.500 articoli di riviste specializzate. Scomponendo ulteriormente i dati, si scopre che 11.000 titoli riguardano il “totalitarismo islamico”, tra cui oltre 5.200 libri, circa 2.500 articoli di riviste accademiche e quasi 3.000 articoli di giornali. Questi dati si riferiscono soprattutto – almeno per i giornali – a pubblicazioni di lingua inglese; se dovessimo contabilizzare la produzione della stampa europea, le cifre sarebbero molto più grandi. Nell’immaginario propagandistico occidentale, la barba di Ben Laden ha sostituito quelle di Lenin e Fidel Castro. Al Qaeda, il Jihad islamico e Daesh, lo Stato Islamico apparso nel 2014 in Siria e Iraq, sono stigmatizzati con la stessa veemenza con la quale in passato erano stati combattuti il nazismo e il comunismo sovietico.

Tra le tante voci che hanno alimentato questa campagna, alcune si sono distinte per la loro veemenza. Come negli anni del maccartismo, anche le guerre dell’inizio del XXI secolo hanno arruolato un buon numero di convertiti. Nel 2003, Paul Berman, studioso più ispirato in altri tempi, si univa alla nuova crociata a sostegno dell’occupazione americana dell’Iraq, mettendo nello stesso sacco il Baath di Saddam Hussein e Al Qaeda come espressioni distinte di uno stesso “totalitarismo islamico”, ispirate a uno stesso “culto totalitario della morte”. L’ex dissidente polacco Adam Michnik, direttore del quotidiano “Gazeta Wyborcza”, gli faceva eco invocando a sua volta le lezioni della storia: “Così come l’assassinio di Giacomo Matteotti ha rivelato la natura del fascismo di Mussolini; così come la Notte di Cristallo ha messo in luce la verità nascosta del nazismo hitleriano, lo spettacolo del crollo dei grattacieli del World Trade Center mi ha fatto capire che il mondo si trova di fronte a una nuova minaccia totalitaria. La violenza, il fanatismo e la menzogna mettono alla prova i valori democratici”.

Berman e Michnik sono soltanto due esempi di un ampio riciclaggio del vecchio arsenale ideologico antitotalitario in una sfera pubblica traumatizzata dagli attacchi dell’11 settembre, in un XXI secolo nato all’insegna del clash delle civiltà. Nel campo della ricerca, numerosi studiosi hanno cercato di applicare alla storia del mondo musulmano le categorie ideologiche del Novecento europeo. Grazie a questo transfert assai discutibile sul piano epistemologico, un movimento come quello dei Fratelli Musulmani è diventato un partito d’avanguardia di tipo leninista, nutrito di “attrezzi organizzativi e ideologici” presi in prestito al “totalitarismo europeo”. Uno dei suoi padri spirituali, l’intellettuale egiziano Sayyid Qutub, è così diventato l’ideatore di “uno Stato monolitico dominato da un partito unico”, ispirato a una forma di “leninismo in veste islamica”. Nato dall’esigenza di definire le nuove forme di potere nate nel Novecento, il concetto di totalitarismo è ormai diventato uno schermo sul quale le ombre sinistre del passato si sovrappongono ai fenomeni nuovi del XXI secolo.

È curioso osservare che il regime che più si avvicina a questo “tipo ideale” di totalitarismo islamico, l’Arabia Saudita, non è mai preso in considerazione dai nuovi teorici antitotalitari. La ragione è semplice: si tratta di un alleato cruciale delle potenze occidentali. La Repubblica islamica degli Ayatollah di Teheran sembra una democrazia vigorosa, un modello di pluralismo e di tolleranza al confronto della monarchia saudita, monolitica, oppressiva, persecutoria e radicalmente antidemocratica, ma tutto ciò svanisce miracolosamente grazie alla presenza di basi militari americane sul suo territorio e ai petrodollari depositati dagli emiri del Golfo nelle banche londinesi.

L’interpretazione in chiave totalitaria del terrorismo islamico è discutibile per almeno quattro ragioni fondamentali. In primo luogo, non va dimenticata una differenza genetica. A differenza dei fascismi europei, il terrorismo islamico non è nato in reazione alla democrazia o dalla sua crisi ma piuttosto dalla mancanza di democrazia. Esso è sorto, nel mondo musulmano, per opporsi a dittature reazionarie e regimi autoritari sostenuti dagli Stati Uniti e dalle antiche potenze coloniali europee. Dire che il terrorismo islamico insorge contro le democrazie occidentali significa descrivere la realtà in modo alquanto incompleto, poiché queste stesse democrazie occidentali si presentano da oltre un secolo nel mondo arabo-musulmano con un volto tutt’altro che democratico. Come ha ricordato Robert O. Paxton, i movimenti fondamentalisti come i Talebani o Al Quaeda “non sono reazioni contro una democrazia che funziona male” poiché sono nati in seno a “società gerarchiche tradizionali”.

In secondo luogo, la violenza totalitaria e quella terrorista islamica hanno matrici e forme molto diverse. La prima si è manifestata, nel corso del XX secolo, attraverso i campi di concentramento e di sterminio. Essa implica il monopolio statale dei mezzi di coercizione – uno Stato moderno in senso weberiano – e plasma la società intera. Tutte le definizioni del concetto di totalitarismo tendono a identificarlo a uno Stato forte, un Moloch moderno. La violenza terrorista, al contrario, nasce in seno a Stati deboli, dalla loro crisi, dalla loro frammentazione e dal carattere incompiuto della loro edificazione in un’era postcoloniale. Storicamente, la violenza terrorista è sempre stata agli antipodi di quella statale e Al Qaeda non fa eccezione. Se in tempi recentissimi il terrorismo islamico di Daesh ha assunto una forma parastatale, dotandosi di un esercito, ciò dipende, ben più che dalla sua logica intrinseca, dalle conseguenze devastanti di dieci anni di guerre e interventi militari occidentali che hanno completamente destabilizzato il Medio Oriente, favorendo la moltiplicazione di focolai terroristi prima inesistenti.

In terzo luogo, la dinamica ideologica dei totalitarismi del Novecento e quella del terrorismo islamico sono radicalmente divergenti. Certo, non è difficile riconoscere nel fondamentalismo islamico una vocazione “totalitaria” – il tentativo di permeare completamente la vita degli individui – condivisa da molte altre forme d’integralismo religioso, sia cristiano che ebraico. Ma i totalitarismi novecenteschi erano ideologie rivolte al futuro, miravano all’edificazione di una forma nuova di società, coltivavano il mito di un “uomo nuovo” e la loro visione della storia aveva una forte impronta millenarista, spesso tradotta in slogan: il “Reich millenario”, la società senza classi, ecc. Il terrorismo islamico si batte invece per riorganizzare la società secondo un modello che appartiene al passato.

Mussolini aveva esplicitamente preso le distanze da Joseph de Maistre, spiegando che la sua “rivoluzione” non aveva nulla a che vedere con il legittimismo. Né il fascismo né il nazismo volevano restaurare uno Stato assoluto di tipo premoderno. Il loro modernismo reazionario consisteva piuttosto nella riconciliazione dei valori ereditati dalla tradizione conservatrice con la modernità tecnica e scientifica. Il modernismo reazionario dei jihadisti si serve di razzi, armi moderne, telefoni cellulari e propaganda in rete, ma vuole riportare il mondo arabo alla purezza mitica di un islam originario. Non vi è nessuna affinità tra questo progetto e il bolscevismo, vale a dire la versione militare di una visione del mondo ereditata dai Lumi. Ma i paladini delle attuali crociate antitotalitarie sono convinti che le “ideocrazie” siano tutte uguali, anche se basate su ideologie antipodali.

Infine, è assai difficile applicare al terrorismo islamico la nozione di “religione politica” generalmente usata per definire il totalitarismo classico. Le religioni politiche sono ideologie laiche che sostituiscono le fedi tradizionali, adottandone i meccanismi e le forme, chiedendo ai loro discepoli un atto di fede anziché un’adesione razionale, facendo ricorso a seducenti liturgie e promuovendo un misticismo collettivo di tipo religioso. In altre parole, le religioni politiche prendono il posto di quelle tradizionali e la loro nascita è il risultato di un lungo processo di secolarizzazione che ha attraversato le società occidentali a partire dalla Riforma. Il terrorismo islamico insorge invece contro la modernizzazione e la secolarizzazione delle società musulmane. Postulare l’esistenza di un totalitarismo “teocratico” significa quindi introdurre una nuova variante che rende questa categoria a tal punto elastica da perdere ogni forma identificabile. Ma questo nuovo uso della nozione di totalitarismo non fa che confermarne, in fondo, la funzione essenziale: non tanto uno strumento analitico con il quale interpretare il mondo e la storia; piuttosto un’arma con la quale combattere un nemico.

Enzo Traverso
Totalitarsimo. Storia di un dibattito
ombre corte (2015), pp. 139
€ 13,00

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