Emanuele Dattilo

La letteratura fantastica – ma si potrebbe dire lo stesso per molti altri generi letterari – ha avuto sovente un’ambizione critica. Quasi per un senso di colpa nei confronti della cosiddetta realtà, molti romanzi fantastici (fino a quel genere che oggi si chiama fantasy) tentano di mostrare in una forma capovolta e straniata, ma riconoscibile, un’immagine della stessa società in cui viviamo. Facendo così, però, questi racconti non tradiscono tanto il segreto realismo del genere fantastico, categoria sfuggente e forse innecessaria, ma fraintendono un carattere essenziale della letteratura stessa – e del mondo che vorrebbero rappresentare.

È in uno scrittore classico, o meglio presocratico, come Alberto Savinio, che troviamo in Italia il più efficace antidoto a questo costume letterario. Nessuno più di Savinio ha popolato la propria letteratura di animali bizzarri e inquietanti, di immagini e esseri esistenti al di là di ogni verosimiglianza con il mondo delle «solide realtà» e delle apparenze sociali; eppure, o proprio per questo, pochi scrittori come lui hanno avuto un ininterrotto e appassionato commercio con il mondo civile del proprio tempo, interesse che si è espresso in centinaia di corsivi sui giornali e in note estemporanee. Si noti bene: civile; non sociale o militante.

Non a caso Savinio scrisse una profonda, mercuriale introduzione alla Città del sole di Tommaso Campanella: non gli abitanti – i «cittadini» – di Utopia, interessavano Savinio, ma il sogno di una cosa presente e antichissima, che il suo spirito geometrico e fantastico ha cercato di disegnare nella letteratura come nella scrittura giornalistica. È possibile pensare un discorso civile totalmente sganciato dalle idee di società, di stato, di umanità (l’uomo, dice Savinio, non è umano), e liberato infine da ogni presupposizione di gerarchia tra gli uomini e le idee? Non sarebbe tale discorso, infine, letteratura?

Savinio racconta di essere stato definito una volta da Mussolini «uno sfasato». Questa «sfasatura», che egli rivendica orgogliosamente, non vale solamente per la sua attività di romanziere e di artista (e, si potrebbe dire, per la letteratura e l’arte in genere), ma è anche la cifra peculiare dei suoi scritti civili, di cui possiamo leggere alcuni dei saggi più significativi nella nuova, accresciuta edizione di Sorte dell’Europa, a cura di Paola Italia. Ma sfasatura con che cosa?

La classicità out of joint del discorso di Savinio non è la proposta di restaurazione di modelli passati o desueti, ma piuttosto la capacità di ripensare sempre all’inizio; è fedeltà all’origine. La «vita propria» che Savinio evoca in un corsivo qui riproposto, è la vita ormai affrancata da ogni «pompierismo» verso la società, ossia da ogni tentativo di riforma delle istituzioni e tramite le istituzioni.

In un bellissimo articolo del giugno 1946 – a pochi giorni dal referendum che avrebbe destituito la monarchia, dunque – dal titolo Lo Stato (pubblicato l’anno seguente nell’inchiesta di Dino Terra Dopo il diluvio. Sommario dell’Italia contemporanea, di recente riproposta da Sellerio a cura di Silvano Nigro; poi incluso nella prima edizione di Sorte dell’Europa, nel ’77; ora contenuto in Scritti dispersi 1943-1952, sempre a cura di Paola Italia, Adelphi 2004), Savinio può annunciare profeticamente che ogni tentativo di «ricostituzione e di rafforzamento dello Stato», ora che siamo in un momento in cui «i caratteri della vita escludono la forma dello Stato», porterà necessariamente al «crollo più clamoroso e più disastroso, perché la severità della correzione è proporzionata alla gravità dell’errore». E dove in molti si proveranno, fino ad oggi, a pensare come sostituire questa mancanza di istituzioni, Savinio già si domandava: «Perché sostituire?».

L’attenzione civile di Savinio trova allora proprio nella sua poetica una ragione profonda. Come le vuote, sconsolate città che la pittura del fratello de Chirico ci ha abituato a contemplare, così la fantomatica «città del sole» auspicata da Savinio, simile a Venezia notturna, non guarda e non si rivolge a chi la contempla. Ma è proprio questa metafisica indifferenza a garantire l’efficacia politica del discorso di Savinio. Come gli esseri semidivini e semianimali della sua letteratura, inscalfibili, mostrano una diversa possibilità dell’umano, così il discorso civile che Savinio svolge è già letteratura «fantastica» (categoria che Savinio d’altronde deprecava). Insensato sembra presupporre una diversità o molteplicità di obiettivi nell’opera di un artista, a seconda delle forme o dei linguaggi utilizzati; la sostanza letteraria e politica del discorso di Savinio è allora necessariamente la medesima.

Con il suo linguaggio pervaso di misteriosa felicità infantile, con la voce arcaica e sommessa delle onde nel dolce mare di Grecia, Savinio ha indicato una via possibile verso la città che già viviamo. Come ebbe a scrivere, con qualche enfasi, nella citata introduzione alla Città del sole (Colombo 1944; ora a sua volta compresa in Scritti dispersi): «Il presente io non lo vedo. Il presente io non lo conosco. Il presente a me sfugge. Sia consentito anche a noi dire, con tutto il rispetto possibile, e in senso molto diverso: il nostro regno non è di questo mondo. Ci sia consentito aggiungere che se tutti gli uomini fossero simili a noi, ossia uomini “senza presente”, rivalità e lotte, e tutti i drammi e i dolori che ne derivano cesserebbero di colpo, perché il campo di battaglia del mondo non è il passato né il futuro, non la memoria né la speranza, ma il Presente». Estraneo alla reazione quanto al progresso, Savinio è stato dunque veramente «uno sfasato», un classico.

Alberto Savinio
Sorte dell’Europa
a cura di Paola Italia
Adelphi (2014), pp. 126
€ 12

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