Piero Del Giudice

Ora che al mattino si stenta ad uscire da casa e – se si esce – in pigiama è meglio (lo prescrivono anche D&G), e, se qualcuno telefona – non sei uscito di casa e sei di Milano – «sono molto occupato con l’Expo», esce questo libro di John Foot sul processo di riforma che, scritto poi nella legge 180, chiude i manicomi in Italia, liberando decine di migliaia di persone internate per legge.

La rivoluzione di Franco Basaglia, della moglie Franca Ongaro, degli psichiatri che con loro lavorano, inizia nel 1961 a Gorizia. Basaglia accetta la direzione di quell’«autentico lager» e, con cadenze di progressive aperture (aprire porte, eliminare la divisione di genere, permessi di uscita, cooperazione anche di lavoro, nomi e cognomi delle persone secondo anagrafe, continue assemblee a-gerarchiche), fonda una «comunità terapeutica», intrecciandosi con le coeve esperienze europee (Maxwel Jones, David Cooper, Ronald Laing). Luoghi che «qui dentro vige un regime di terrore» (Bonelli, per Colorno-Parma; sulla piazza di Colorno in manifestazione, sfilano gli infermieri in camice bianco agitando gli strumenti del mestiere: i lunghi bastoni di quercia, levigati e leggermente curvi, i legnador).

John Foot che è puntuale nel suo esercizio filologico di ricostruzione e resa d’atti – verbali, processi, leggi, stampa quotidiana – del lungo e titanico percorso della riforma, lo inizia in quei territori di confine: Gorizia prima e poi Trieste. Trieste, la città giuliana dove il movimento si svilupperà da interno ad esterno sino alla chiusura del manicomio (Basaglia 1977, l’amministrazione provinciale da cui gli ospedali psichiatrici – opp – dipendono; il 21 aprile 1980, presidente Michele Zanetti: «l’opp può cessare le sue funzioni e quindi essere soppresso»). Gorizia, Trieste, non più buchi neri a più strati: la Risiera e le foibe, la resistenza e il Comando nazifascista dell’Adriatico, l’occupazione titina e l’opzione internazionalista del Partito Comunista regionale, i profughi istriani e il trattato di Osimo, gli sloveni e un MSI tanto forte che, anche nell’ultima guerra balcanica, predica la restituzione d’Istria e Dalmazia. Due città sulla Cortina di ferro territori di Gladio, teatro della strage di Peteano, la questura diretta da Marcello Guida dopo la rimozione da Milano per la strage di Piazza Fontana.

È per questo che si guarda ancora con stupore alla capacità di mediazione, alla coerenza e al coraggio di Trieste, esperienza-leader del movimento di liberazione dei matti. In nome di diritti umani primari ai quali si oppone, in una battaglia anche simbolica, il Paese nero. Vettore della battaglia del movimento di liberazione è il folle stesso, il testimone innocente liberato, il fragile-perplesso che si inoltra nel territorio dei luoghi comuni. Mettendoli fuori, ne viene modificato il contesto umano, a cominciare dalla famiglia. Il portatore della diversità è un semplice («giocano a carte nei reparti!», non danaro ma sigarette e mozziconi di candela: allarmato un medico dell’ospedale, Basaglia che presiede risponde «il gioco è alla base della convivenza»). Non circola il danaro («abbiamo accolto oggi una signora anziana che girava in città con un secchio con stracci e detersivi e dentro 75 milioni di lire», Mario Reali del centro di via Gambini), la festa è semplice.

È «scuola di libertà» dice François Tosquelles. Tosquelles affidava alle cure di vecchie prostitute i matti, perché «loro se ne intendono di uomini»; negli anni Quaranta diresse Saint Alban, ai piedi dei Pirenei: «…i paesani per andare alla fiera passavano attraverso l’ospedale con le loro vacche. I malati si mettevano ad aspettarli e vendevano ai contadini i loro manufatti, le loro opere d’arte. I guardiani, a loro volta, vendevano ai malati il vino: mettevano in mezzo alle sale dei diversi padiglioni una botte di vino e lo distribuivano. Questo sembra inverosimile, ma in seguito non ho soppresso questa pratica: l’ho trasformata in una cosa positiva approfittandone per fare un bar, che è diventato un luogo di psicoterapia. Ma a quel punto il bar non era più fra i letti dei malati, voi capite. Inoltre da anni i guardiani di St. Alban si erano organizzati in maniera da aumentare il loro salario facendo evadere dei malati. C’era infatti una legge, all’epoca, secondo la quale si assegnavano 50 franchi a tutti coloro che ritrovavano un matto evaso. Che cosa avreste fatto voi se foste stati dei contadini? Avreste fatto evadere i malati, dicendo loro: vai a casa mia. Così accadeva infatti, e intanto il malato si faceva qualche giorno fuori, in famiglia! Dunque, in una maniera paradossale, al tempo stesso grottesca e comica, una collaborazione tra l’interno e l’esterno dell’ospedale era già inscritta in queste pratiche» (Libertà per fare cosa?, in «Per la salute mentale», trimestrale a cura di Giovanna Gallio, 1989/2).

Ora, qui da noi, si è tornati a legare, a sedare, ad azzerare servizi, a chiudere porte, a fare dei reparti di diagnosi e cura voluti dalla riforma come spazi di pronto soccorso, antri di ricoveri stanziali. «Il 22 giugno 2006, nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale SS. Trinità di Cagliari, un uomo di 60 anni, ricoverato il 15 giugno in Trattamento sanitario obbligatorio, muore per tromboembolia polmonare, dopo essere stato legato al letto, mani e piedi, per sette giorni di seguito, senza interruzione. L’uomo, Giuseppe Casu, è un venditore ambulante di frutta e verdura nella città di Quartu Sant’Elena. È un abusivo: non ha il diploma di licenza elementare, necessario per accedere alla licenza…» (Giovanna Del Giudice, e tu slegalo subito, Alpha Beta Verlag, 2014).

John Foot
La «Repubblica dei Matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978
Feltrinelli (2014), pp. 375
€ 22

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