Carlo Laurenti

Questo libricino è un atto quasi rituale, che uno scrittore come Perec non poteva non compiere: un omaggio alla struttura stessa d’ogni combinatoria umana. Il mondo dello Weiqi (il vero nome del gioco nato in Cina 2500 anni fa, e in Occidente noto col suo nome giapponese, Go) è un mondo prelinguistico e infatti, tra i suoi nomi, annovera anche quello di «linguaggio muto».

A più riprese il Go ha affascinato l’Occidente: sembra che la sua prima descrizione sia quella di Mendez Pinto, nella sua a tratti inattendibile Perigrinaçaõ; Matteo Ricci lo descrive appropriatamente con la sua lente scevra da appanni, con la sua retina da astronomo; Athanasius Kircher non può averlo negletto eppure la sua China illustrata, su questo punto, incredibilmente tace. Già Leibniz ne trasse con ogni probabilità ispirazione per la sua Characteristica universalis e, in un passo della lettera a un gesuita in Cina, rimprovera lui e i suoi colleghi di non rendersi conto dell’elevatissima valenza civilizzatrice di quest’arte o gioco dall’apparenza così semplice, e di tanta insondabile profondità (definendolo la più squisita forma di domesticazione della violenza). Walter Benjamin se ne dilettava con la moglie Dora: traendone metafore sulla tematica di fondo della Variazione come forma organica presente nell’arte e in natura; anche Raymond Roussel, a suo modo, gli rese omaggio in Locus Solus; invece Borges si accorse tardi del gioco: e tentò una strofa per suggellare quell’incontro mancato.

Insigne cruciverbista (plausibile secolarizzazione di un’ancestrale tradizione cabalistica), Perec non poteva resistere al fascino letale di quest’arte, e acconsentì a dare una mano agli amici scacchisti che gliel’avevano insegnata. Il suo fu così il solo unico vero finto trattato sul gioco, in tal modo riuscendo a liberarne l’enorme potenziale metaforico (lo stesso che più avanti lo porterà a concepire La vita, istruzioni per l’uso). Si rendeva conto, Perec, che al cuore delle metafore dei i suoi libri ve ne fosse una più rarefatta ancora, quella appunto del gioco degli scacchi d’accerchiamento, il Weiqi (o Go) – gioco infinito simile alla scrittura. Come una piuma Perec stava trascorrendo la sua breve vita negli anni in cui la rete insperata dello Strutturalismo sedava i marosi delle ideologie: prima cogliendo in filigrana l’esile pagina di ogni vita (Le cose), la tragedia dell’unica partita che ci è data; poi assumendo il gioco, ogni gioco, a tramite per sondare la presenza nella vita, in ogni vita, della poesia altrimenti contumace. Ogni suo esperimento non era che una partita, sempre ricominciata.

Nel 1969 Perec viveva al Moulin d’Andé, in Normandia (dove Truffaut aveva girato Jules et Jim); e insieme agli amici Jacques Roubaud e Pierre Lusson ricreò la situazione che aveva spinto Hesse, anni prima, a scrivere Il gioco delle perle di vetro. Una fisiognomica del Caso, una meteorologia manichea. Claude Chevalley (il professore di matematica che agli allievi Roubaud e Lusson, qualche anno prima, aveva prestato i fascicoli della Go Review) faceva forse parte di Bourbaki? Quanto uscì, da quella sfida tra goliardi, testimonia in realtà d’un ennesimo incontro mancato, dell’Occidente, con un gioco che in qualche modo incarna la quintessenza del così detto Oriente. Eppure, nella sua imperfezione, resta questa l’approssimazione, il conatus più felice.

Ma qual è la regola che governa il Go, la sottile arte del titolo? Vince chi arretra: questo, con ogni probabilità, il fascino più sottile di quest’arte morale più di ogni altra. Arte e non gioco, altro merito del titolo: perché tale è tuttora considerato (non da noi, ovviamente, dove giochi e infanzia sono irrisi). Il Weiqi o Go rinvia infatti all’infanzia del principe che, col gioco, apprendeva l’arte del governo. Quel che il gioco ci consegna è l’arte del Gubernetes: il piloto, Palinurus, il personaggio che vira, cabra in volo senza perdere il centro – lo snodo interno che magicamente fa sì che la virata non precipiti in tragedia, che l’acrobata non si sfracelli.

Georges Perec, Pierre Lusson, Jacques Roubaud
Breve trattato sulla sottile arte del go
a cura di Martina Cardelli, con un’intervista a Georges Perec, postfazione di Tiziana Zita
Quodlibet (2014), 168 pp.
€ 15

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