Lea Melandri

Anticipiamo qui la prefazione al libro di Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti, in libreria in questi giorni per la Malcor D' edizione (2015), pp. 109, 14,00.

Le cose a cui non riusciamo a dare un nome è come se non esistessero. Lo stesso si può dire per passioni, esperienze essenziali dell’umano che per la loro ambiguità sembrano destinate a rimanere impensabili, e di conseguenza private della condizione necessaria per essere dette. Nella maggior parte dei casi, il silenzio che fa sprofondare l’io in se stesso è, paradossalmente, coperto da un grande clamore e da manifestazioni evidenti di ciò che non può essere mostrato.

Tra le parentele insospettabili, e perciò indicibili, vi è senza dubbio quella tra l’amore per i bambini e il desiderio sessuale dell’adulto che si spinge fino ad abusarne, tra la parola “paedophilia” -in greco: attrazione per il bambino, dove il sesso ancora non compare- e il corrispettivo “pedofilia”, che ha finito per designare solo una questione di sesso.

Il libro di Annie Leclerc nei suoi contenuti, ma si potrebbe dire nella sua stessa lenta costruzione - fatta di note, aggiustamenti continui, rimasti nel cassetto fino alla pubblicazione avvenuta dopo la sua morte ad opera dell’amica Nancy Huston - è il tentativo appassionato e coraggioso di dare un “nome”, o quanto meno un tratto riconoscibile nei suoi “infiniti segreti”, a un sentimento “inscritto nel destino comune dell’umanità”, in cui si mescolano fino a confondersi la bellezza, l’amore e la violenza. L’adorazione del bambino, per ciò che esso rappresenta - la beatitudine dell’infanzia, la sconfitta della morte, la benevola protezione dell’adulto - accomuna tutti, ma con esiti diversi: può risvegliare gioia, vita e al medesimo tempo pulsioni distruttive, di morte.

Difficile individuare il confine tra la voracità dei baci, dei teneri abbracci di una madre, di un “corpo a corpo” che passa attraverso la bocca, e il desiderio del pedofilo che nella resa, nella malleabilità e impotenza del bambino “esplora il suo potere sul mondo”, distruggendolo e insudiciandolo a suo piacimento:

“… sventra il suo orsetto di peluche, cava gli occhi alla sua bambola. Ispeziona la sua forza e realizza il suo piacere fatto di crudeltà inconsapevole e sovrana.”

Ma chi è disposto a riconoscere che ci sono modi diversi di ricadere nell’infanzia, strade opposte per rivivere la “vertigine” dell’originaria fusione con la madre, Orchi e Orchesse che possono “mordicchiare” le carni fresche di un bebè “senza fargli il minimo danno”? Persino la domanda -se si possa parlare d’amore per il bambino anche per il pedofilo - sembra “inammissibile”. Ciò che non si vuole e non si può considerare è che “tali disastri possano essere generati dall’amore stesso”, che l’adorazione della vita che si rigenera nel nuovo nato si accompagni alla voglia di distruggerla.

Ciò che lascia senza parole è dover ammettere che vita e morte, tenerezza e violenza, così come le abbiamo conosciute finora, si danno inspiegabilmente intrecciate. Se è facile togliere umanità al predatore di bambini, esercitare su di lui la propria “rabbia sterminatrice”, non lo è altrettanto portare lo sguardo sul sentimento ambiguo che lo porta a tornare in modo così devastante sull’infanzia e su se stesso.

“C’è modo e modo di ricadere nell’infanzia. Quella del pedofilo consiste nel riattivare l’investigazione infantile e arcaica della propria forza sulle spalle dell’infante, il suo oggetto amato, adorato, perduto: se stesso. Ci mette la sessualità che non può indirizzare altrove, vecchio bambino terrorizzato dalla potenza irriducibile dell’adulto, mantenuto al di qua della coniugazione dei desideri, che gioisce sotto il tavolo, all’insaputa dei grandi, come altre volte, nell’intimità della sua tana. Egli gioisce anche di una vendetta feroce, arreso senza dubbio al tempo in cui, in segreto, cercava senza sapere, senza parole, senza riferimenti, l’emozione incomparabile del sesso...”

L’esplorazione del sesso si può dire che comincia per il bambino con le tracce che lasciano, prima l’indistinzione e poi l’estrema vicinanza col corpo della madre: un corpo - scrive Elvio Fachinelli (Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli 1974) - “che lo tocca, lo accarezza, lo nutre, lo fa sobbalzare, lo tratta con delicatezza oppure no, con esitazione oppure no; un corpo che gli comunica caldo, freddo, equilibrio, squilibrio, pressione, contatto, odori, ritmo, suono..”. Questa esperienza precoce, destinata a lasciare alcune “linee fondamentali” nel bambino come corpo desiderante e comunicante, avviene nel momento della sua maggiore dipendenza e inermità rispetto al corpo che lo ha generato, un corpo che poteva dargli la vita o la morte, accudimento o abbandono.

La ricerca dell’oggetto del suo desiderio, anche se nessuno verrà a sbarrargli la strada, deve fare perciò i conti con un iniziale vissuto di passività e impotenza, su cui calano con la pesantezza di un incontestabile ordine del mondo, da una parte la benevolenza degli adulti verso l’infanzia, dall’altra il segreto chiuso dentro la camera dei genitori. Annie Leclerc, che ha conosciuto la “confusione”, la “disfatta”, il “disordine”, lo smarrimento prodotto su di lei bambina da un’aggressione sessuale, sa quanto il “silenzio” possa ricomparire, improvviso, inaspettato, e riportare chi ha già cominciato il suo cammino a una sorta di infanzia immobile, pietrificata. È alla bambina violata, tradita nella sua fiduciosa consegna alla benevolenza dell’adulto, che va restituita la parola e, prima ancora, l’ascolto.

“Questo genere di silenzio, d’impossibilità di dire, è la regressione al fondo dell’infanzia ed è il nettare dei lupi. Questo silenzio può durare una vita intera. È una cosa atavica, legata all’infanzia, una povera sottomissione triste e arresa alla forza raddoppiata dell’adulto, del maschio prestigioso (…) una debolezza che infragilisce, un’onta vergognosa, un mutismo che spegne ogni possibile parola. E’ il silenzio del bambino aggredito sessualmente. È il non detto dell’aggressione mortale contro il bambino, il non detto rintanato da qualche parte nel termine ‘Paedophilia’.”

“Vai, dico io alla piccolina ancora atterrita nella sua pietosa afonia, non è mai troppo tardi, fai uno sforzo, cerca di spiegare le cose dal tuo punto di vista e perché non ti sei salvata, e perché non hai gridato, e perché non hai raccontato, e perché ancora oggi bisognerebbe strapparti la lingua per tirarti fuori il nome di quelli che hanno cercato di importi a forza ciò che tu non volevi. Perché no, tu non volevi, vero? No, no, io non volevo.”

L’uscita dal silenzio è di per sé la prova che la violenza subita non è stata delle più distruttive e che, “affondato in se stesso”, l’Io è riuscito comunque a portare in salvo una “verità” difficile da stanare altrimenti. Ciò che il “mutismo” di anni ha trattenuto, costretto a dimorare nell’oscurità di un cassetto – note e aggiustamenti ripetuti - è la domanda a cui nessuno vorrebbe rispondere:

“Com’è possibile che gli adulti siano in grado di infliggere a bambini che sicuramente amano, così tanti supplizi? Dovremmo dire che non sono più sotto l’influenza di Paedophilia?”

In modo più esplicito, ciò significa chiedersi se “anche” i pedofili amano i bambini, se non è proprio il loro attaccamento all’infanzia, l’impossibilità di spostare altrove il loro oggetto d’amore, a farli apparire -c ome nelle favole - lupi, orchi, “enormi bambini mostruosi, testardi, furiosi, che credono stupidamente che si possa trattenere la beatitudine di un tempo per ingestione”. Per aver voluto andare al cuore del problema, con la certezza che “i mezzi per pensare l’impensabile li abbiamo” - dalla comune passione per i bambini, al desiderio sessuale, alle tracce in noi di infanzia oltraggiata -, il libro di Annie Leclerc ha condiviso la sorte di tutte le grandi verità o svelamenti, portati alla luce solo dopo la scomparsa dei protagonisti. Troppi gli intrecci inquietanti, troppe le ambiguità e i segreti di quell’amore particolare che riguarda i bambini - protettivo e divorante, tenero e rabbioso, adorante e distruttivo -, troppi gli sbarramenti culturali e sociali per mantenere chiusa col suo segreto la camera dei genitori e intoccabile l’ordine che vi si è costruito sopra. Con una scrittura capace di una liricità intensa e di affondi inaspettati in ciò che resta di “impensabile” della vita psichica, Leclerc smaschera innanzi tutto la “rabbia sterminatrice” di quelli che urlano contro i pedofili:

“Niente di meglio per sedurre, far acquistare carta igienica, pesce surgelato, detersivo, cioccolato, automobili, niente di meglio per inebriare, far perdere la testa, distoglierci dalla pena di vivere che questi piccoli angioletti bombon che ci vengono serviti in tutte le salse. Nello stesso momento in cui si leva il grande clamore contro i pedofili, si vende, si prostituisce dappertutto l’infanzia.”

“Passione flagrante a tutti gli angoli della strada, a tutte le curve e i tornanti del cammino, manna inesauribile di cui si ingrassano tutti i mercanti del Tempio, per i quali Paedophilia non ha segreti.”

Subito dopo è il turno dei “pedofili delicati”, gli intellettuali, “gli analisti dell’umano”, che in nome di una malintesa idea di libertà sono pronti a vedere nei pedofili “gli esecutori devoti” del desiderio del bambino, la risposta a ciò egli “oscuramente cerca”. Contro i “sacerdoti della divorazione”, Leclerc non nasconderà di avere il dente avvelenato.

Ma dove la sua analisi sorprende per originalità interpretativa, per accostamenti trasgressivi, è nel descrivere le ragioni del silenzio, il segreto che, paradossalmente, finisce per avvicinare la vittima e l’aggressore. “Terrorizzati” entrambi, sia pure per motivi diversi, dalla legge che regola l’ordine del mondo - la porta chiusa della camera dei genitori, il credito di benevolenza riconosciuto agli adulti più vicino alla crescita del bambino - se tacciono non è per vergogna dell’aggressione sessuale, subìta o agìta, ma perché la loro parola potrebbe suscitare “un inferno insospettabile”: vergogna di aver visto ciò che non si deve vedere, di svelare che si sa più di quanto si dovrebbe sapere.

Manifestare l’orrore dell’aggressione sessuale vuol dire, da un lato classificare alcuni adulti come “disumani”, mettere contro di loro gli altri, “dividere la madre in due, spezzare la famiglia in quattro”; dall’altro, entrare in una “solidarietà inquietante” con l’individuo ripugnante che custodisce lo stesso segreto e forse le stesse paure rispetto alla legge degli adulti. Provoca angoscia smentire la “legge della benevolenza”, dentro la quale si vorrebbe restare “come un feto nel ventre di sua madre”, disintegrare la vita quotidiana, seminare zizzania e odio, ma anche consegnare il carnefice al disprezzo di tutti, alla polizia, alla prigione. Agli amici “libertari” del ’68, che vedevano nel pedofilo un “agente benevolo” del godimento del bambino, allo psichiatra che dichiara in televisione di considerare l’incesto un prolungamento dell’amore dei genitori, e come tale “meno traumatizzante” di altre aggressioni sessuali, Annie Leclerc risponde con un’altra verità, che fa luce sui segreti della devozione per i bambini.

“Come non vedere che la pedofilia incestuosa rappresenta l’espressione più pura della pedofilia, quella dalla quale dovrebbe partire qualunque riflessione sulla questione, per comprendere in cosa consiste la più tremenda tra le pratiche sessuali dell’adulto, quella soprattutto più devastante per il bambino?”

Nella sua matrice più sottile e più discreta, la pedofilia come perversione non è dunque lontana quanto si crede dalla Paedophilia, l’adorazione del “bambino divino” a cui l’umanità intera si inchina, in cerca di salvezza e di eternità. Al centro resta la scena iniziale della vita, la nostalgia dell’armoniosa unità a due tra il figlio e la madre, prima di ogni separazione. Ma subito dopo viene l’ “ordine” che la storia e la cultura vi hanno costruito sopra, e che può rivelarsi una “trappola”, quando qualcuno prova a sovvertirlo, “un male senza nome”.

“Tutta la pedofilia è contenuta in questa incommensurabile violenza che consiste nello sprofondare il bambino laddove ordini chiari diventano confusi, nell’associarlo col silenzio al suo boia, nel disorientarlo al punto di annientare il senso che ha di sé.”

Tagged with →  
Share →

2 Risposte a Un male senza nome

  1. Vlad scrive:

    una differenza tra i baci della madre (o di un genitore) e quelli del pedofilo ci dovrà pur essere

  2. Opossum3e scrive:

    Da far leggere nelle scuole nell ora di filosofia e di religione ( sic!)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!