Intervista di Elvira Vannini a Marco Scotini curatore del Padiglione albanese

Elvira Vannini: La struttura espositiva della 56ma Biennale di Venezia sarà circoscritta attraverso una successione di “filtri”, una costellazione di molteplicità tematiche e spaziali, per dare risposta allo “stato delle cose”: il direttore Okwui Enwezor, in un intervento del 2007, si interrogava sul senso e le condizioni di possibilità dell'exhibition making oggi, nel tempo in cui il capitalismo finanziario si è ormai modellato dentro le procedure dell'arte. “È interessante chiedersi non perché le esposizioni tematiche collettive abbiano assunto tali possibilità, ma in che modo possiamo cominciare a romperle”. Quale posizione assumerà il Padiglione Albanese, in un momento di cambiamento della leadership politica e culturale del paese e dentro il format Biennale, ormai esautorato di ogni potenziale emancipatorio (critico e/o diagnostico). È per questo che hai scelto di lavorare sul passato e sulla storia politica dell'Albania durante la Guerra Fredda intervenendo direttamente sui regimi di visibilità e di riscrittura della memoria?

Marco Scotini: Mi pare che l’intera domanda si possa ridurre a due punti fondamentali. Come oggi si possa rappresentare uno Stato-nazione. E ancora, come lo si possa rappresentare dentro una cartografia come quella disegnata, ogni due anni, da una Biennale d’arte: un’istituzione cioè che mette al centro la produzione semiotica, le funzioni creative, i linguaggi. La risposta non potrà essere che parziale e si dovrà misurare con due tendenze del capitalismo attuale difficili da contrastare quali la logica transnazionale dell’impresa economica globale e l’integrazione della sperimentazione da parte dell’industria culturale che riduce la pluralità e l’eterogeneità a monolinguismo. La situazione politica dopo l’89 è quella che vede coesistere due regimi contrapposti. Da un lato c’è il più alto incremento del numero di stati sovrani, internazionalmente riconosciuti, registrato dai tempi della decolonizzazione degli imperi europei negli anni Sessanta. E questo fatto non è altro che la conseguenza della balcanizzazione del vecchio mondo socialista.

3. Armando Lulaj, Recapitulation, (4) (500x281)

Armando Lulaj, Recapitulation, 2015. Video, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 13'. Courtesy DebatikCenter Film.

Rispetto a ciò la Biennale di Venezia è una sorta di termometro se pensiamo che alla fine degli anni Ottanta contava circa 45 nazioni mentre oggi sono 90 le partecipazioni nazionali presenti alla 56ª edizione, con l’ingresso quest’anno di Mongolia, Mozambico, Mauritius, tra gli altri. Dall’altro lato c’è invece la messa in crisi dell’idea stessa di nazione operata dai fenomeni migratori e dai regimi economici della globalizzazione. Se prendiamo, per esempio, gli artisti albanesi affermati, questi vivono in Francia (come Anri Sala) o in Italia (come Adrian Paci) oppure lo stesso Armando Lulaj, che rappresenta l’Albania quest’anno, è vissuto quasi vent’anni in Italia. Visto che io non sono albanese: come rappresentare allora l’Albania? Grazie a numerosi fattori concomitanti, con Lulaj abbiamo pensato di sottolineare questo gap attuale e abbiamo spostato l’idea del format del Padiglione e quella del suo contenuto al tempo della Guerra Fredda. Abbiamo cioè rieditato un’esperienza pregressa, già vissuta (anche se solo in apparenza): tanto dal punto di vista politico che allestitivo. Questo ci ha permesso di fare un discorso più generale che va oltre la concomitanza felice dei destini politici del centro-sinistra in Albania (2013) o, che sò, della Grecia di Syriza (2014).

2. Armando Lulaj, It Wears as it Grows (500x323)

Armando Lulaj, It Wears as it Grows, 2011. Film, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 18'. Courtesy DebatikCenter Film, Artra Gallery, cinqueesei.

EV: L’impianto benjaminiano di Enwezor che decostruisce la rappresentazione della storia per sfuggire a una genealogia lineare del racconto, si incontra con le tue ricerche decennali sulle politiche della memoria. Una storia fatta di guerre da combattere, alleanze, nemici da sconfiggere, presagi ma continuamente sottoposta a revisioni, rimozioni, trascrizioni (come nei 71 libri di Enver Hoxha, presenti in mostra, in cui il dittatore albanese scrive, cancella e poi riscrive la storia). Ma se “la vera immagine della storia scivola via…” il passato ritorna e agisce nel presente: cosa accade negli spazi lasciati vuoti dalle sue omissioni?

MS: Direi che dietro il progetto Albanian Trilogy c’è piuttosto Foucault, quello genealogico. La storia non garantisce il ritrovamento di qualcosa. Anzi mostra terreni friabili lì dove avremmo pensato croste non scalfibili, moltiplica i rischi, distrugge le protezioni illusorie, non recupera le radici della nostra identità ma, al contrario, le disperde, le disgrega. La venerazione del monumento diventa parodia, il documento rivela la propria sostanziale ambiguità. I tre scavi filmici di Lulaj nel socialismo di Hoxha sono presentati a Venezia in forma espansa: mettono in discussione il dispostivo museale, i depositi della storia, le narrative legittimanti del presente, il ruolo di testimone degli spettatori.

3. Armando Lulaj, Recapitulation, (3) (500x281)

Armando Lulaj, Recapitulation, 2015. Video, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 13'. Courtesy DebatikCenter Film.

EV: Una trilogia filmica e una serie di materiali di natura documentale occuperanno gli spazi dell'arsenale: dallo scheletro di una balena abbattuto dall'esercito, che nel clima di paranoia credeva si trattasse di un sottomarino atlantico, alle vicende del pilota americano Howard J. Curran, catturato come spia, il cui velivolo sequestrato dalle autorità albanesi sarà al centro del nuovo video Recapitulation, prodotto appositamente per la Biennale. Una continua ossessione del nemico. Un nemico politico e militare che ha costruito un campo dell'immaginario molto forte (anche di desiderio dell'Occidente) insieme all'attacco, sempre presente nel lavoro di Armando Lulaj, alle istanze e i simboli del potere politico. Quali sarebbero allora gli stratagemmi equivoci messi in atto da Lulaj e chi è adesso il nemico?

MS: Per chi conosce il lavoro di Lulaj sa che il carattere spettrale del passato è sempre presente nei suoi progetti. E il passato è sempre e solo quello del potere: dei segni oscuri in cui si è incarnato, delle procedure con cui ha dominato, delle maschere che, di volta in volta, ha indossato. Un passato a cui soltanto il potere pare aver avuto accesso mentre ad ogni altro è stato negato. Riaccedere al passato significa dunque confrontarsi direttamente con lo spazio arcaico e opaco della sovranità, con i paradossi dell’ordine governamentale, con la violenza della normatività tradotta in emblemi. L’Albanian Trilogy (che Lulaj ha sviluppato in cinque anni) non è solo una grande sintesi del suo lavoro precedente ma è anche la messa a punto più rigorosa del suo metodo operativo. Le tracce sepolte del passato comunista che incontra nel suo scavo (gli strategemmi equivoci a cui allude il sottotitolo) sono riportate da Lulaj alla loro possibilità d’azione, alla loro performatività qui e ora, ma ormai entro il contesto democratico e neoliberale attuale. Più in generale, sono le dinamiche amico/nemico e interno/esterno ad emergere dalla trilogia, una sorta di codice segreto della Guerra Fredda che ora allude a qualcos’altro. A che cosa? È facile vedere quanto sia forte il rapporto con la contemporaneità.

Tirana (Albania) may 2011

Armando Lulaj, It Wears as it Grows, 2011. Film, RED transfered to full HD, b/w and color, sound, 18'. Courtesy DebatikCenter Film, Artra Gallery, cinqueesei.

EV: Gli strumenti dell'esposizione, dentro i suoi parametri istituzionali, mimano la grammatica visiva e ufficiale dei padiglioni socialisti al tempo della divisione in blocchi contrapposti, anche attraverso la presenza di due “feticci mitici” (come li definisce Boris Groys nel suo contributo in catalogo): la balena e l’aereo, la cui musealizzazione era già avvenuta durante il regime comunista. Cogli così, con il Padiglione Albanese, la questione del potere che il display esercita su ruoli e funzioni dell'atto del mostrare, per cui se il cliché dell'Est, incentrato su una strumentalizzazione ideologica della presunta autonomia dell'arte (Occidentale) è ripensato attraverso il processo della sua storicizzazione e la costruzione delle sue narrative, è con il display che i fantasmi, evaporati nel nulla, ritornano (ma senza revisionismi o nostalgia) in una sorta di macchina del tempo orientata alla crisi culturale del presente. Quale sarà l'impaginazione concettuale ed espositiva del Padiglione?

MS: Se è vero che i padiglioni presenti all’Arsenale non riportano il nome della nazione, come invece quelli storici che si trovano ai Giardini di Castello, la scritta Albania sarà enfatizzata nel nostro, secondo il vecchio modello. Mettere in scena uno iato temporale è un po’ il compito che abbiamo affidato all’allestimento, il cui contenuto è tutto concentrato tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Aggirarsi tra un relitto gigantesco prestato dal Museo di Storia Naturale di Tirana, un quadro realista di Spiro Kristo del 1966 che si trova alla Galleria Nazionale o l’originale della biografia enciclopedica di Enver Hoxha ci riporta ad un’esperienza del monumento e della storia necessari per poter leggere i teatri temporanei messi in scena dai video di Lulaj. Al termine del primo video, partirà il secondo e infine il terzo, lungo i tre atti di un’apparizione destinata a ripetersi senza fine. Enter the Ghost, Exit the Ghost - tanto per citare un altro lavoro di Lulaj…

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