Andrea Cortellessa

Compie dieci anni La lettera che muore, il capitolo più ambizioso – nonché il più fortunato – entro un’opera saggistica, quella di Gabriele Frasca, ormai non meno imponente di quella «creativa» (anche se le sempre più incartapecorite gerarchie della nostra sventurata accademia persistono, ignorandola, a coprirsi di un ridicolo pari solo a quello conseguito nell’avventurarsi, sempre più annoiate e dai clientes sempre più adulate, in una «creatività» non più che dopolavoristica).

E si ripresenta – nei tipi del complice di sempre, Luca Sossella – in una veste, oltre che accresciuta, assai rinnovata (dalla quale si propone qui un estratto dal cap. II): non solo per il nuovo titolo, La letteratura nel reticolo mediale, e mercè l’aggiunta di tre episodi al già corposo repertorio, che lo sostanziava, di grandi e più o meno canoniche narrazioni d’Occidente (dalle Epistole di Paolo di Tarso alle grandi paranoie postmoderne passando per Decameron, Don Chisciotte, Tristram Shandy, Madame Bovary, Finnegans Wake e l’ultimo Beckett), dall’autore interpretate come «partiture per i gesti e per la voce»; ma anche estremizzando la labirinticità del «corredo di note e approfondimenti» che, come nel ciclo parallelo delle monografiche Telemachie consegnate alle napoletane Edizioni d’If (giunte alla terza puntata delle sei programmate con Lo spopolatoio, tutto dedicato a Beckett, qui recensito da Federico Francucci), consegna la sua scrittura critica a un «regime a due velocità».

Allo stesso modo, a due velocità si presenta l’ergasterio instancabile di questo fabbro dei nostri tempi: che i suoi testi consegna con regolarità, ormai, solo a editori sodali, complici, cospiratori. I quali si collocano ai margini della distribuzione libraria, se non (come ormai Sossella) oltre. Così disponendosi in una prospettiva temporale differente da quella, dopata, dello smercimonio standard. Se la disciplina senza nome che da un trentennio insegna Frasca la definisce, lui, una filologia dei mezzi, quella che richiede ai suoi lettori è una ricerca che raddoppi la sua. Pubblicare un testo in questi modi vuol dire, davvero, crearsi un pubblico. Cioè – con le parole di Klee, fatte proprie da Deleuze, che per Frasca sono da sempre un’insegna – andare in cerca di un popolo che manca. Ma – ha scritto lui stesso più di recente – cos’è un popolo che manca, se non un popolo nel momento in cui s’accorge che qualcosa gli manca?

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2 Risposte a Un maestro che manca

  1. alfonso scrive:

    Che brutta sintassi!

  2. Un felice nuovo e grazie per il blog molto divertente!

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