Federico Francucci

Questo libro, terzo in ordine di apparizione di un sestetto intitolato Telemachie (dopo Un quanto di erotia. Gadda con Freud e Schrödinger, 2011, vincitore dell’Edinburgh Gadda Prize; e Joycity. Joyce con McLuhan e Lacan, 2013), arriva a coronamento di un trentennio circa di studi, analisi e traduzioni beckettiane di Frasca, il cui primo importante esito editoriale è stato Cascando. Tre studi su Samuel Beckett, pubblicato nell’ormai lontano 1988, e che ha visto poi la traduzione di tutte le poesie, del romanzo Murphy e della paratrilogia ultima o postrema Nohow On, nonché la curatela dell’edizione italiana della biografia di James Knowlson, di una nuova edizione di Watt, e numerosi interventi critici in sedi nazionali e internazionali.

Ce n’è abbastanza per definire quello di Frasca un esempio eminente di lunga fedeltà, tributata a un autore tra i capitali del secondo Novecento (le cui fortune, anche editoriali, in Italia non sono però mai state troppo floride); e per chiedersi immediatamente a seguire che cosa significa «fedeltà» per Frasca. Dire che Beckett e lo studio beckettiano siano presenze importanti, e imponenti, nel panorama mentale e culturale di Frasca è quasi un’ovvietà: dato che le tecniche, le figure, i colori di Beckett si trovano riproposti, a chiarissime lettere, anche in molta della produzione del Frasca scrittore e poeta, oltre che teorico e comparatista.

Risulta altrettanto evidente però, ad un secondo sguardo, anche un processo che va in direzione opposta: ossia quanto l’idea, che Frasca è venuto costruendo negli anni, di letteratura, anzi di arte del discorso, come ama dire, e la sua pratica della scrittura in prosa e in versi, che ha sempre incrociato il medium cartaceo-tipografico con quelli elettrici e acustici, abbia contribuito a sviluppare e mettere a punto l’immagine critica, il profilo intellettuale del «suo» Beckett. Tutti i lavori teorico-critici di Frasca, infatti, sempre scrupolosamente documentati, sono però mossi anche da una profonda passione costruttiva, da artefice e da pensatore, che attiva anche tutta la sua opera letteraria, anzi sarà il caso di dire subito transmediale.

Mi pare che il Beckett di Frasca giri su quattro assi: il tendenziale equilinguismo (almeno per ciò che riguarda la scrittura), con il francese e l’inglese affiancati (o poco ci manca) nell’ultimo ventennio dal tedesco; l’operatività transgenerica e poi, sempre di più, transmediale; un’ipotesi ontologica posta alla base dell’interpretazione, ipotesi non formulata da Beckett ma perfettamente compatibile col suo spiccato interesse per le matematiche, dimostrato ad libitum da opere romanzesche, teatrali, radiofoniche, televisive; infine la persistente memoria della Commedia dantesca, non solo verbale ma in qualche modo concettualmente fondativa, a partire dalla figura di Belacqua (nel IV del Purgatorio).

Ciò che sembra stare più a cuore a Frasca è dunque l’immagine di un Beckett che pensa la sua opera su un piano linguistico spiccatamente europeo, senza chiudersi nell’orizzonte di una lingua e di una letteratura nazionale (a questo risponderebbe soprattutto – e non tanto a psicomachie e scenari fantasmatici tra il materno e il paterno, com’è stato tante volte prospettato – l’uso di diverse lingue e la stabile pratica dell’autotraduzione); che lavora con tutti i media a disposizione, tipografici ed elettrici, dando vita a opere sempre più ibride in primo luogo per produrre ad arte quelle scosse, quegli strattoni che derivano al fruitore dal passaggio da un medium all’altro, di contro alla tendenziale anestesia e alla corrispondente immersione nell’immaginario che sono l’effetto della permanenza in un solo medium, qualunque esso sia; che con la sua indefessa sperimentazione volta a sottrarre, a prosciugare i panorami verbali e visivi, nonché psicologici, mira a mettere di fronte il lettore/spettatore/ascoltatore all’inabitabile essere: quello descritto dagli infiniti attuali cantoriani nella lettura che ne dà Alain Badiou (altro costante riferimento di Frasca), dove un soggetto può emergere in un sito solo in virtù di una scelta che lo collega a un evento di verità (e non a caso la partecipazione di Beckett alla Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale ha un forte peso teorico. oltre che storiografico. nel quadro di questo libro); che infine vede nella Commedia il capolavoro in cui il lettore, terzina dopo terzina, è convocato a vivere in una sorta di diretta il viaggio di Dante verso la verità.

Dalla Commedia insomma viene estratta, tramite opportuni reagenti, una linea di pensiero che chiede all’artista di non rinchiudersi nei godimenti neghittosi dell’arte e dell’immaginario, e al fruitore di non farsi inscatolare nella media statistica del «pubblico», ma di mettersi all’ascolto della convocazione che lo porterà, proprio lui insieme a Dante, a contemplare la Mistica Rosa; il «paradiso di Cantor» d’altra parte, sottratto sia alla declinazione teologico-metafisica che ne dava lo stesso Cantor (secondo il quale esiste un infinito assoluto attuale capace di comprendere tutti gli altri fermandone così la fuga, e questo infinito si chiama Dio), sia alla versione strettamente formalistica e finitista datane da Hilbert, non è altro che l’inconsistenza e il vuoto dell’Essere, su cui nulla si può fondare, e dal quale si viene sempre rigettati sui procedimenti di formazione e donazione di senso di questo mondo.

Gabriele Frasca
Lo spopolatoio. Beckett con Dante e Cantor
Edizioni d’If (2014), 394 pp.
€ 25

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!