Antonello Tolve

La storia ha inizio l'11 marzo 2014: e precisamente con la morte di Berkin Elvan (5 gennaio 1999), il ragazzino colpito alla testa il 16 giugno 2013 durante le proteste di Gezi Park da un candelotto di gas lacrimogeno lanciato a distanza ravvicinata contro la folla dei manifestanti, scontenti delle tirannie del governo, dall'arroganza e dall'autoritarismo del premier Reçep Tayyip Erdogan. Uscito per andare ad acquistare il pane, Berkin è l'ottava vittima di una violenta repressione.

Non una vittima qualunque, ma un ragazzino, appunto, che dopo ben 269 giorni di coma, muore per altruismo («Mamma, non preoccuparti, esco io a prendere il pane. Riesco a correre meglio di te, eviterò i poliziotti e i gas lacrimogeni»). In quei lunghi 269 giorni, Berkin è stato cullato dalla popolazione, ed è diventato, infine, il figlio di una comunità che chiede semplicemente giustizia. Le cose si complicano quando le maggioranze silenziose cominciano a reclamare quella giustizia negata e quando, a un anno dalla morte di Berkin, la Turchia torna in piazza per manifestare il proprio malumore, il proprio disappunto nei confronti di un sempre maggiore potere della polizia e di una indagine lenta che lascia impuniti gli assassini di un ragazzino, simbolo di innocenza.

A seguire le piste di questa travagliata vicenda è Mehmet Selim Kiraz, procuratore responsabile che, con calma, analizza, indaga, esplora fino a ricucire delle verità scottanti (a essere un tanto così dal fare i nomi) che, naturalmente, si perdono, in fumo poiché lo scorso 31 marzo, accanto ad un blackout che paralizza la Turchia (siamo sicuri che sia un atto terroristico?) e a una legge – approvata guarda caso il 01/04/2015 – che legalizza una nuova centrale nucleare (la seconda) da costruire a Sinop, viene sequestrato da una cellula dell'organizzazione marxista Dhkp-C. Poi la storia la sappiamo – come sappiamo (non sappiamo, e non sapremo mai) quella che ci riguarda più da vicino (basti riesumare un nome tra i tanti, Aldo Moro): dopo una serie di trattative con i brigatisti, un negoziato fallito e un blitz delle forze speciali (per liberare il giudice) pone fine a tutte queste vicende e la vita continua a scorrere con l'indifferenza di sempre.

I giornali internazionali e i vari network che hanno avuto le loro notizie da impaginare in prima pagina sono felici per l'audience raggiunto, la gente va a fare la spesa con lo scontento di ieri, i muezzin ti chiamano alla preghiera con la consuetudine di sempre, la pioggia si porta via gli ultimi umori di un cane, il sole illumina di nuova voce il Bosforo, una voce solitaria ti vende la boza per strada e, tra le mille voci di Istanbul, il Governo ringrazia le forze speciali per l'eccellente lavoro svolto («un successo», dice il premier Ahmet Davutoğlu) e, mentre provvede a bloccare Twitter, Facebook e YouTube (lo aveva fatto anche nel marzo 2014, durante la campagna elettorale di Erdogan), il mondo trova finalmente il giusto finale mediatico per chiudere una storia semplice.

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