Marco Giovenale

Leggendo il libro di Yves Pagès uno dei nomi che non può non affiorare è quello di Félix Fénéon, geniale figura – pressoché archetipica – di quelle scritture francesi non solo brevi brevissime ma addirittura fulminee, se non fulminanti.

Di fatto Fénéon poi sbuca davvero, improvviso, ed è collocato – per esplicita dichiarazione di Pagès – fra le voci ispiratrici della sua raccolta di microprose:

Di non dimenticare che, non ricordando e non avendo annotato il suo numero d’immatricolazione cineraria, non sono riuscito, nella mia ultima visita al colombario del Père-Lachaise, a ritrovare il loculo in cui riposa l’urna di mio padre, ma mentre lo cercavo ho scoperto quello di Félix Fénéon, pioniere della scrittura per frammenti, al quale devo tante «novelle in tre righe», tra cui questa.

Ecco ben chiarito di cosa si tratta: frammenti. Il libro è una sequenza di fatti, cose da non dimenticare (ogni prosa si allaccia al titolo «Ricordarmi di» iniziando con «di non dimenticare»), disegnate in pochi tratti e offerte in felice disordine e continui bisticci fra memoria e oblio, senza che felicità o sorriso eludano né però disertino il taglio anzi la sostanza grave di alcuni brani, particolarmente se politici, o relativi alla Shoah:

Di non dimenticare che, durante un recente convegno sull’opera di L.-F. Céline, davanti a un ottantenne che ha preso il microfono per accusare «le organizzazioni ebraiche internazionali» di aver «voluto la guerra», ho perso il mio sangue freddo e ho dato a quel vecchio rompicoglioni della «controfigura di Faurisson» poiché gli organizzatori non mi avevano avvertito che l’intervenuto dai capelli bianchi altri non era se non l’inguaribile negazionista, Robert Faurisson in persona, preso alla sprovvista dall’ingenuità della mia replica ad hominem.

La letteratura francese ha sue zigzaganti continuità. Tradizioni. Alcune francamente belle da fare invidia. Tra queste, l’esprit di prosa breve non completamente narrativa, o talvolta niente affatto narrativa, né aforistica, oltre che studiatamente lontana da ogni facile o meno facile lirismo. I nomi sono noti. Dai capisaldi – ovviamente sempre da reinquadrare e ri-fotografare in contesto – Baudelaire e Rimbaud, a Francis Ponge, Jean-Marie Gleize, Emmanuel Hocquard, Christophe Tarkos. Chiaramente quelli indicati sono ancora assai pochi – per quanto alti – esempi. In ogni caso, per i versanti più recenti e diremmo radicali della tendenza si parla specificamente di prosa in prosa (espressione coniata da Gleize). Qui, per Pagès, probabilmente la definizione sarebbe non in tutto centrata, o magari riduttiva. O forse no. Centrato sarà però il nome di Georges Perec, che da Pagès è tenuto ben presente, essendo questo Souviens-moi in evidente dialogo con il Je me souviens del 1978.

Yves Pagès rientra di fatto in una (zigzagante o meno) linea o flusso letterario ampio, un partito preso per le microstrutture o dissipazioni di strutture, polaroid testuali memorabili e memorande. E vi rientra più sul fronte «leggero» incisivo (precisamente, di Fénéon) che su quello poetico/giocoso alla Léon-Paul Fargue; né lo si definirebbe surreale, fra Char e Michaux, semmai «oggettivo», concretissimo, non lontano – almeno sul piano tematico – da Ponge o Roche, pur essendo questi ultimi taglienti, connotati (così come esplosivo è Tarkos). Pagès è – inoltre – attratto e attraversato in tutta evidenza non solo dall’esistenza ma dall’uso diretto e costante della logica di twitter e blog, con un occhio particolarmente attento e aperto al proliferare anche comico, scanzonato, della stessa modalità di scrittura per post, «cartoline», riquadri veloci:

Di non dimenticare quell’ex ristoratore e poi direttore d’albergo in pensione incrociato a un salone del libro a Bordeaux, il quale, attratto da tutte le forme frammentarie di scrittura, finì per confidarmi che, dalla morte di sua madre occorsa una ventina di anni prima, ogni giorno spediva al proprio indirizzo una cartolina sulla quale scriveva di volta in volta una citazione tratta dalle sue letture del momento, il racconto del suo ultimo sogno mattutino, il menù dei due pasti del giorno prima o la cronaca degli incontri settimanali con le sue tre ex mogli.

Facile avvertire quanto Pagès guardi con ammirazione a questa prassi, e un po’ la senta sua: serialità che fa pensare – divagando, qui – ad altri esperimenti, come quello che dal 1997 porta avanti con grande rigore Éric Suchère, con il progetto di prose e immagini ... un autre mois...: http://poesie.suchere.pagesperso-orange.fr/.

Yves Pagès
Ricordarmi di
traduzione di Massimiliano Manganelli ed Eusebio Trabucchi
L’orma (2015), 139 pp.
€ 11

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2 Risposte a Per farla breve

  1. Mimmo scrive:

    Feneon ha anche una segreta storia “italiana”. Ardengo Soffici (maestro di prosa frammentista) ai primordi del secolo lo introdusse a Firenze importando la curatela dei Melange Posthumes di Laforgue e Al di là dell’Impressionismo (citato anche da Vittorio Pica)

  2. […] già comparsa in alfabeta2 l’8 aprile 2015, qui lievemente variata, e con suggerimenti di […]

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