Daniele Balicco

Un parricidio compiuto è un libro che risponde, attraverso un’analisi puntuale dei testi marxiani della maturità, ad alcune domande generali: qual è il soggetto che muove realmente il capitalismo? A cosa serve davvero lo sviluppo tecnologico? L’emancipazione dei soggetti può essere pensata come individuazione? Questioni capitali che Roberto Finelli discute in un volume che andrebbe letto come la seconda puntata di un’opera filosofica in due atti: sul conflitto fra un padre particolarmente ingombrante (Hegel) e un figlio particolarmente impetuoso (Marx).

Nel primo atto di questo dittico – Un parricidio mancato (Bollati Boringhieri 2004) – Finelli aveva seguito la ribellione teorica del giovane Marx, pensatore ancora impronto, politicamente esuberante, che poco sopporta l’astrazione hegeliana, anche perché sedotto dal materialismo «ingannevole» di Ludwig Feuerbach. Con il secondo atto, la scena si sposta a Londra. Marx è ora alla British Library dove studia economia politica, storia tecnologica e storia sociale. Ha progressivamente abbandonato i suoi interessi filosofico-politici, per provare a costruire una scienza nuova: lo studio del capitale come astrazione reale.

Se è questa la posta in gioco, il confronto con Hegel – vale a dire con il più originale pensatore dell’astratto in età moderna – non può più essere eluso. Finelli mostra molto bene come, a partire da una breve sezione dei Grundrisse, Marx inizi a pensare il modo di produzione capitalistico come una sorta di Geist hegeliano. Vale a dire come un soggetto che «tende a pervadere e a ridurre a sé l’intera realtà e la cui attività consiste nel togliere tutto ciò che di esterno possa condizionarlo e limitarlo».

Come un Geist hegeliano, infatti, il capitale ha una natura astratta, sintetica, non percepibile dai sensi e non antropomorfica. Inoltre, proprio come lo Spirito della Fenomenologia, è un processo che pone da sé i presupposti del proprio operare, piegando le forme qualitative del mondo della vita alla logica solo quantitativa della sua crescita illimitata. Per questo Marx londinese, dunque, il soggetto della modernità non è più una classe sociale, come ancora nel Manifesto del Partito Comunista, ma un’astrazione reale: l’accumulazione illimitata di moneta.

Finelli insiste molto su come vecchie categorie concettuali (il concetto di divisione del lavoro o quello di feticismo) agiscano ancora sulla mente di Marx come veri e propri auto-fraintendimenti, rispetto al nuovo quadro teorico che andava scoprendo. Ciò nondimeno, è proprio questo strano territorio astratto, su cui regna la categoria di forza lavoro e la storia che l’ha portata a trasformarsi in una merce, il luogo dove il parricidio si compie. La lezione di Hegel è qui portata, infatti, fino allo scontro col suo stesso limite conoscitivo. Marx maneggia ormai la dialettica con lungimiranza.

Il passaggio chiave è la descrizione della comparsa della forza-lavoro come merce libera su un libero mercato. Per comprendere questo salto, che ha reso così diversa la società moderna da tutte quelle che l’hanno preceduta, il movimento sincronico della dialettica va abbandonato. Per capirlo serve una conoscenza storica. Bisogna ricostruire una diacronia che sia in grado di spiegare come la società europea sia riuscita, in pochi secoli, a generare lo strano mondo sociale del lavoro astratto. Gli strumenti teorici di Hegel, dunque, non bastano. Sincronia e diacronia, astrazione pura e ricostruzione storica puntuale vanno ora integrati in una scienza nuova. Il parricidio è compiuto.

Fra le pagine più interessanti del volume, andrebbero lette con attenzione quelle dedicate al rapporto fra macchine, tecnologia e forza lavoro. Finelli approfondisce con grande chiarezza l’abisso concettuale che separa tecnica da tecnologia. Abisso che buona parte della filosofia del Novecento ha ignorato. Soprattutto a causa dell’egemonia weberiana che ha letto il moderno come età dominata dalla tecnica, vale a dire da un sapere finalizzato al raggiungimento razionale di uno scopo. Ma la tecnologia è tutt’altro.

Il suo studio nasce in Germania in ambito amministrativo-politico nel XVIII secolo. Destinata alla formazione dei cameralisti, il suo scopo è quello di introdurre il metodo delle scienze naturali nelle procedure imposte dai burocrati ai lavoratori. È insomma una disciplina che deve garantire, attraverso un uso selettivo della scienza, il dominio del Principe sui sudditi. Quando Marx descrive il passaggio da manifattura a grande industria, non ha dunque in mente una teoria del macchinario come tecnica, ma come tecnologia; come un sistema cioè dove scienze naturali e comando sulla forza lavoro si integrano.

Un parricidio compiuto è però anche un libro di psicoanalisi filosofica, che in modo indiretto propone una teoria politica dell’individuazione. Secondo Finelli, l’egualitarismo greve di Marx non ha una carta da giocare in questa partita, a differenza di Hegel: il suo modello di antropologia dialettica va però integrato con la lezione psicoanalitica. La posta in gioco è altissima: il nodo hegeliano identità/alterità andrebbe riposizionato, secondo Finelli, tanto sull’asse orizzontale, del riconoscimento sociale, quanto su quello verticale, del riconoscimento intrapsichico.

Eppure, non dovrebbe forse una teoria politica dell’individuazione integrare, oltre alla psicoanalisi, l’insieme di quelle discipline (come per esempio alimentazione, arti marziali, arti erotiche, estetica, meditazione, ecologia…) che potenziano l’intelligenza del corpo contro lo strapotere della mente? Adorno nella Dialettica negativa sostiene che l’unica antropologia auspicabile è quella che farà dell’uomo un buon animale. Un animale individuato? La discussione resta aperta.

Roberto Finelli
Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel
Jaca Book (2014), 404 pp.
€ 35

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