Alfredo Nicotra

«L’italia è miasmaticamente e matematicamente perduta». Con queste parole Mariano Bàino ci ammonisce dalle pagine del suo ultimo libro, In (nessuna) Patagonia. Lasciate alle spalle un’Italia e un’Europa «ammalorate», impestate da un’«atmosfera di demolizione», la sua voce monologante ripercorre, tra racconti di viaggi, reali o immaginari, di esplorazioni e di naufragi, i giorni da «esule volontario» al Fin del mundo, in terra patagonica. Ed è nel suo divenire cammino e insieme movimento di fuga, nel rammemorare i luoghi mentre li attraversa, percorrendone lo spazio rappresentato, che questa voce sembra farsi «una scrittura che raccoglie tracce, che aiuta a sentire osservando».

Costruito sul telaio di un itinerario lungo le città e i deserti della regione australe, tra simmetrie e dissolvenze, tagli e antinomie che anticipano ogni tappa successiva, il libro mette in scena, come a mimarli, percorsi e sconfinamenti dentro e fuori lo spazio di un testo polimorfo e fluttuante, condotto da una narrazione che di volta in volta assume i tratti del saggio odeporico e della letteratura di viaggio, del diario e della «quête avventurosa», una discesa nel maelström di un’identità lacerata, di un individuo ormai senza patria, «legno senza vela e senza governo (soprattutto senza governo), portato a diversi porti e foci e lidi da un vento secco che vapora, da una squallidissima e truce situazione politica, che direi, come altri hanno detto, di dittatura mediatica, o di postdemocrazia o fate voi, con annessa catastrofe etica, estetica, economica e tutto quanto».

Da Ushuaia, città dell’estrema Patagonia, in un giorno di Febbraio di un imprecisato anno del 20**, a El Calafate, lungo i sentieri degli indios fuegini che abitavano la Terra del Fuoco, proseguendo per Puerto Natales e Punta Arenas, tra i ghiacciai e le vette del Perito Moreno e di Torres del Paine, sospeso tra il Cile e l’Argentina, l’autore mescola al suo racconto le vicende di un’umanità che nei secoli si è spinta ai limiti della regione più a sud del mondo, in un divagare colto di cronache, aneddoti e biografie di navigatori, avventurieri, esploratori, scienziati e «geopardi».

In lontananza l’italia (o ytaly o itaglia), per Bàino nulla più che un incidente linguistico o un’ombra scura che scivola da una delle cime avvistate. Un’immagine che sbiadisce, di fronte ai ritratti di Antonio Pigafetta, Ferdinando Magellano, Giacomo Bove, Darwin, Chatwin, l’anarchico Radowitzky; a cui si uniscono mapuches e teleuches, gauchos e bandoleros, italiani ed europei, uomini e donne che hanno popolato il mito di questa terra o ne hanno provato a modificare la geografia rimasta in gran parte incorrotta e selvaggia, ultimo approdo di una resistenza solitaria.

Nel suo procedere a volte terso e saggistico a volte impennato su uno sperimentalismo espressionistico come di «slogato (e slegato) lógos», puntellato su frammenti e paragrafi brevi, il libro si fa canto della spartenza dolorosa e disamina acerrima dei mali che affliggono l’Italia. Paese ammansito ai voleri del «Kburriébolo», che come un’epidemia infetta i «sogni […] in vendita» delle «plebi dominate dal consumismo», affratellate solo nell’«uniformarsi ai messaggi di quelle macrostrutture come la tecnologia e la finanza che oggi governano il mondo». Non resta che il viaggio, l’autoesilio. «Di nuovo a El Calafate», in macchina verso la Ruta 40, la strada più lunga della regione australe, attraversando il desierto, «più di cinquemila chilometri, a zig-zag lungo la Cordigliera delle Ande», tra le fattorie e le estancias che cercano di smussarne la vastità, snocciolandosi dietro città petroliere come Comodoro Rivadavia, o Buenos Aires, Esquel, Trevelin, Trelew, fino a Rawson, fino a «disitalianizzarsi».

Il testo si dispone ad accogliere citazioni, riferimenti iperletterari e scritture molteplici, come un corpo su cui incidere brani di memorie, lacerti di saggi, documenti e invettive, versi come cunicoli nella superficie della prosa, in un continuo «travaglio» di generi. Un movimento centrifugo di digressioni e anticipazioni lungo il percorso del senso che ne suggeriscono o ne indicano le direzioni da seguire. In questa scrittura di soglia, dove «la spazialità tende a farsi elemento centrale», è appunto lo spazio il vero protagonista, come indica l’esergo Ils vont. L’espace est grand di Hugo. Un desierto emblematico, solcato da un io minimo, liminare alla narrazione, sul punto di sospendersi o di cedere la propria esperienza a quella mediata da altre scritture. Unica difesa, infatti, per Bàino, il «cavar terra da storie altrui, grandi o piccole, meglio pomiciare per sempre casi patagonici e cronache del Finis terrae, illusione di distanza».

La Patagonia, superati gli stereotipi o «la frontiera del Kitsch», ritorna a essere un luogo utopico come la scrittura che la scava, simile alla «categoria dei discorsi interminabili, come la letteratura». Una terra lontana dallo spazio sicuro del romanzo. E la scrittura, un luogo d’esilio dove inserirsi per respirare. È forse questo il senso ultimo della poetica di Bàino, ritrovare quel luogo utopico che è la scrittura: «di questo spazio, qui, patagonico, qui, patagoniaco, farò la mia vera calma, di questa calma il mio spazio», «dentro la risorsa onirica che è il vuoto di questo sconfinato paesaggio». Anche perché «in nessuna Patagonia potrò ridare all’italia l’istituzione dell’esilio […]. In nessuna Patagonia troverò una notte che non sia scurissima, senza luna né stelle. In nessuna Patagonia potrò dimenticare queste infelici condizioni». Perché solo la poesia è uno spazio utopico reale.

Mariano Bàino
In (nessuna) Patagonia
ad est dell’equatore (2014), 219 pp.
€ 12

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