Francesco Ceraolo

In questi testi inediti in italiano, che raccolgono tutta la riflessione teorica di Badiou sul tema (dal 1990 a oggi), il filosofo francese ci spiega come il teatro rappresenti più di ogni altra arte una procedura analoga alla politica, un’arte cioè in grado di produrre «eventi» capaci di mettere l’uomo al cospetto della sua dimensione pubblica.

Questo perché la verità generica del teatro, quella che cioè ne contiene tutte le specifiche prodotte dai singoli spettacoli, secondo Badiou consiste nell’istituzione di una nuova temporalità. In altre parole, il teatro esprime una contingenza, quella dello Stato (inteso sia in senso istituzionale sia come stato della situazione), a partire da una sua messa in relazione con l’eternità del testo teatrale. Esattamente come la politica è la mediazione tra la contingenza di uno specifico momento temporale e l’eternità ideale di una «visione» ideale e strategica, in funzione dell’evento rivoluzionario, il teatro è la messa in connessione dell’istante della rappresentazione, quello della recita teatrale, cioè il momento presente dello Stato, con la permanenza dell’idea contenuta nel testo drammaturgico.

Il teatro dunque non solo dipende storicamente dallo Stato in quanto a sovvenzioni, finanziamenti, ecc., ma secondo Badiou ne è una manifestazione. Il teatro è cioè il prodotto dello Stato, nella sua doppia accezione, perché esso rappresenta la temporalità dello stato, del dato della situazione, il ciò-che-è nella sua permanenza oppure nel suo trascendimento.

Esattamente come la politica è la manifestazione di due cose distinte – quella con la «p» minuscola dell’ordine di permanenza del ciò-che-è, quella con la «P» maiuscola del riordinamento del ciò-che-è a seguito di un evento rivoluzionario – il teatro, in quanto unica forma artistica di rappresentazione dello Stato, rappresenta rispettivamente il ciò-che-è dello Stato – questo è il caso del teatro borghese, del teatro di boulevard, quello che Badiou spregiativamente definisce «teatro» – oppure il trascendimento del ciò-che-è da parte dello Stato stesso nella forma del futuro anteriore – questo è il grande Teatro, quello con la «T» maiuscola, ovvero quello che riesce a mettere in relazione il presente (della rappresentazione) con l’eternità (del testo), istituendo una nuova temporalità. In definitiva: l’evento-teatro è la manifestazione della temporalità dello Stato, dello stato dello Stato, nella maniera in cui esso è, nelle sue forme peggiori, l’espressione diretta del ciò-che-è, mentre nelle sue forme più alte, l’espressione di una «falla» dello Stato medesimo che permette al ciò-che-è, ovvero al presente di una situazione messo al cospetto dell’eterno, di aprire, in termini futuri, al ciò-che-sarà-Stato.

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