Lelio Demichelis

Quella in corso tra Europa tedesca e Grecia non è solo una squallida partita a poker giocata sulla pelle dei greci. È uno scontro tra l’ideologia dell’austerità neoliberista e la difesa della dignità delle persone. È lo scontro tra chi è disposto a far nascere mille populismi e a far morire la Grecia in nome di una pura astrazione numerica e chi rivendica il rispetto del principio di solidarietà, essenziale all’interno di una Unione che rischia invece e sempre più di diventare una dis-Unione.

È soprattutto uno scontro tra poteri e modi di organizzare il potere, che nei giorni scorsi ha conosciuto qualche gentilezza tra Tsipras e la Merkel, ma con il primo che deve cedere molto senza farlo vedere troppo e la seconda che cede poco facendolo pesare invece molto. Già, ma cos’è il potere? E dove si trova? E soprattutto: chi detiene il potere? Il potere è Renzi, è Obama, oppure Putin, la Merkel. Risposta corretta. Ma parziale.

Perché il potere, quello vero, quello che produce potere per sé producendo sapere condiviso, è altrove. Scriveva Michel Foucault: “il potere produce sapere; potere e sapere si implicano direttamente l’un l’altro; e non esiste relazione di potere senza correlativa costituzione di un campo di sapere, né di sapere che non supponga e non costituisca allo stesso tempo relazioni di potere”. E ancora: il potere “è dappertutto, non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove”.

Mentre Erich Fromm, maestro troppo presto dimenticato di psicologia sociale, sosteneva: “L’autorità ha mutato il suo carattere; essa non si presenta più come autorità manifesta, bensì come autorità anonima e invisibile. Non c’è nessuno che ordini, né una persona, né un’idea, né una legge morale. Però tutti ci conformiamo come o più di quanto non si farebbe in una società fortemente autoritaria. Le leggi dell’autorità anonima sono invisibili quanto le leggi del mercato e altrettanto incontestabili. Chi può ribellarsi contro Nessuno?”. E a sua volta Pierre Bourdieu registrava (nel '79) il passaggio delle logiche di potere dalla regolazione normativa alla seduzione e alla stimolazione del consenso, di fatto riprendendo un grande propagandista come Edward Bernays, nipote di Freud e padre (negli anni Venti del Novecento) delle pubbliche relazioni e della propaganda in democrazia. Ma andiamo con ordine.

La Corea del Nord ha recentemente lanciato una nuova campagna di indottrinamento ideologico usando ancora quel vecchio strumento della propaganda che erano gli slogan politici, come si usavano nel Novecento ai tempi dei grandi totalitarismi europei: “Conduciamo su larga scala l’allevamento dei pesci nei fiumi, nei laghi e nei mari”; “Coltiviamo diffusamente le verdure nelle serre”. Utili, secondo il potere, per una sorta di mobilitazione totale economica del paese, il tutto condito da slogan contro gli americani imperialisti o gli antichi colonialisti giapponesi. Slogan che ci fanno sorridere, con il loro profumo d’antico. Eppure. Eppure, un altro slogan nord-coreano, “fate giochi sportivi in maniera offensiva” – che fa rigirare nella tomba il povero De Coubertin – è stato usato pari pari (e prima della dittatura coreana) da Antonio Conte, oggi ct della nazionale italiana, chiedendo “una sana cattiveria sportiva” in campo.

E dunque: nessuna differenza quanto a capacità propagandistica. Non sono infatti forse slogan (anche questi economici e insieme etico-morali, finalizzati alla mobilitazione di tutti nell’economia globalizzata), i mantra che bisogna recitare ogni giorno, tipo: “dobbiamo sviluppare il nostro capitale umano”, “dobbiamo essere sempre più competitivi”, “dobbiamo essere imprenditori di noi stessi” e accettare il lavoro just in time e la flessibilità? E non è appunto propaganda – il termine ha una sua connotazione giustamente negativa – l’insistenza dell’Europa nel proseguire le sue fallimentari (in termini di scienza economica) politiche di austerità? E non è ideologia – ma diventata ormai senso comune, quindi potere/sapere orizzontale e insieme esistenziale - la pretesa del neoliberismo di fare dell’uomo un uomo solo economico e di trasformare la società in mercato spogliando la democrazia dal suo demos sovrano?

Diceva il filosofo Gunther Anders che la pubblicità è una forma di propaganda. Perché un tempo amavamo conservare le cose e farle durare. Poi è arrivato il consumismo e abbiamo dovuto imparare a consumare, a distruggere altrimenti il meccanismo della produzione-consumo si inceppa e si fanno meno profitti e questa non è cosa buona e giusta per il capitalismo (più che per i capitalisti). Il consumismo non è infatti nato per caso, ma per una specifica pedagogia capitalistica che ha modificato la nostra antropologia. È diventato potere (biopotere) senza che ce ne accorgessimo (essendo il dover consumare un sapere che abbiamo appreso in fretta). Facendoci dimenticare che siamo per natura socievoli e solidali e convincendoci invece della bontà e della virtuosità dell’egoismo e della competizione (economica e non solo); facendoci credere che il modello di potere espresso e proposto dalla serie televisiva The Good Wife o quello dei Sopranos o di House of cards non è osceno e politicamente pornografico in sé e per sé, ma virtuoso e da prendere a esempio.

Modelli dove il male - il male del potere arrogante, incestuoso, cinico; dove le porte girevoli tra politica economia e finanza sono in continuo movimento; dove gli avvocati non cercano la giustizia ma il profitto per sé o per lo studio; dove “il potere è ancora più importante del denaro, ma quando arrivano le elezioni è il denaro che porta al potere” – modelli dove il male diventa accettabile in quanto abilmente spettacolarizzato, messo in scena perché appunto diventi un modello da condividere.

È la vecchia industria culturale analizzata da Horkheimer e Adorno negli anni Quaranta del secolo scorso, ma aggiornata e fattasi ancora più seducente. E vincente. Egemonica. Altrimenti Matteo Renzi non potrebbe sostenere impunemente di essere di sinistra e di fare cose di sinistra. Altrimenti i giovani di oggi non sarebbero portati a sostenere che è giusta e corretta l’identificazione tra società e mercato. La propaganda capitalistica ha lavorato nel profondo, l’uomo nuovo capitalista e competitivo esiste, sono questi giovani, è Matteo Renzi, è la banalità del male capitalistico - ma nessuno ancora ci richiama alla colpa metafisica (Jaspers) di avere accettato tutto questo.

È questo il potere vero. Non lo vediamo perché non sembra essere un vero potere, confondendosi con il divertimento e il fun. Perché non ci obbliga ma ci seduce, non nega e sanziona ma induce e produce comportamenti, non si impone con la violenza ma entra come un soft power dalle porte che lasciamo aperte. Questa globalizzazione, tutta giocata sulla competizione senza regole di tutti contro tutti aveva bisogno di un supporto pedagogico che la legittimasse e la rendesse normale e senza alternative. Aveva bisogno di educare/addestrare un uomo nuovo (usando ancora Foucault potremmo parlare di discipline e di biopolitiche, cioè di disciplina dei corpi singoli e di governamentalità della vita collettiva) che rivalutasse il potere del denaro per il denaro, la competizione come unica way of life, l’arroganza come un profumo, la cattiveria e l’egoismo come valori esistenziali e morali, la sinistra che diventa destra (e peggio della destra), Wall Street e la Silicon Valley come nuovi déi e come nuovi templi.

Un uomo nuovo che dimenticasse di essere soggetto di diritti (il sogno degli illuministi ma anche della sinistra del Novecento) e diventasse solo oggetto dell’economia di mercato (produttore, consumatore, debitore, spettatore, merce, capitale umano & risorsa umana, nodo della rete). L’uomo a una dimensione di Marcuse, ma n volte di più. E che non è più uomo.

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!